Nicaragua, il regime chiude la società aperta

Ortega e Murillo, artefici di una dinastia familiare ormai consolidata, preparano una riforma destinata a estromettere l’opposizione dal voto. È il punto d’arrivo di ogni potere che non tollera limiti, proprietà e individui autonomi.

Le dittature non cancellano la libertà in un solo giorno. La svuotano lentamente, un’istituzione alla volta, finché resta soltanto la parola. Poi, quando l’opposizione è stata dispersa, i giudici assoggettati e le voci indipendenti ridotte al silenzio, il regime può permettersi di abbandonare anche la finzione. È ciò che sta accadendo in Nicaragua.

Durante le celebrazioni per l’anniversario della rivoluzione sandinista, Daniel Ortega ha annunciato che non vi saranno più elezioni capaci di riportare al potere i suoi avversari. Non ha illustrato una riforma compiuta, ma ha indicato senza equivoci il risultato: chi governa deve continuare a governare e chi è qualificato dal regime come “golpista”, “traditore” o strumento dello straniero non deve poter concorrere. Il capo del regime non ha precisato in quale forma il voto sarà eliminato. L’Assemblea nazionale, interamente controllata dal sandinismo, ha però subito avviato con il Consiglio supremo elettorale la preparazione delle necessarie modifiche costituzionali e legislative.

Il linguaggio ufficiale merita attenzione. La riforma dovrebbe garantire “pace, sicurezza e stabilità”, impedire “ingerenze straniere” e assicurare elezioni “del popolo per il popolo”. Dietro queste formule, il presidente dell’Assemblea Gustavo Porras ha precisato l’obiettivo reale: impedire la partecipazione ai soggetti bollati come nemici della patria. Le consultazioni sono state avviate e Rosario Murillo, moglie dell’uomo forte di Managua e figura centrale del Paese, ha indicato l’inizio di settembre per il passaggio parlamentare.

Non siamo ancora davanti a una norma definitiva che sopprima in astratto ogni consultazione. Ci troviamo dinanzi a qualcosa di politicamente persino più istruttivo: il potere si riserva di stabilire chi appartiene al popolo e chi deve esserne espulso. Potranno forse rimanere urne, schede e candidati autorizzati. Nondimeno, un’elezione senza possibilità di alternanza è soltanto una cerimonia di obbedienza.

Il Nicaragua mostra così il punto d’arrivo di un processo cominciato molto prima. Il leader sandinista governa senza interruzioni dal 2007; la consorte è stata elevata alla copresidenza; precedenti revisioni costituzionali hanno accresciuto il controllo della coppia sulle istituzioni, mentre le elezioni del 2021 si sono svolte dopo l’arresto di oppositori e dirigenti civili.

Le agenzie di stampa internazionale Reuters e Associated Press ricordano inoltre la repressione delle proteste del 2018, l’incarcerazione degli avversari e la chiusura di migliaia di organizzazioni della società civile. L’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani ha denunciato il restringimento delle libertà fondamentali, lo smantellamento dello spazio civico e l’erosione dello Stato di diritto, chiedendo che persone di ogni orientamento possano votare e candidarsi. L’Unione europea ha a sua volta sollecitato elezioni trasparenti, inclusive e credibili. Le condanne diplomatiche, però, difficilmente possono scalfire un regime che ha già eliminato i contrappesi interni.

È proprio nella possibilità di sostituire pacificamente i governanti che tornano attuali gli insegnamenti di Karl Popper. Nella sua grande opera La società aperta e i suoi nemici, il filosofo distingue anzitutto i governi in base alla possibilità di liberarsene senza violenza: “Il primo tipo è quello di cui ci si può sbarazzare senza spargimento di sangue – per esempio, per mezzo di elezioni generali”. Le elezioni non servono dunque a consacrare chi comanda, ma a ricordargli che il suo potere è revocabile. Nel momento in cui il governante decide che nessuno potrà più sostituirlo, la società aperta è già stata chiusa. La soppressione dell’alternanza non viene però presentata come un arbitrio. I nemici della società aperta la giustificano quasi sempre in nome di un destino collettivo, del quale pretendono di conoscere la direzione. Si proclamano interpreti esclusivi del popolo autentico e difensori dell’unità nazionale contro minoranze descritte come corrotte, manipolate o traditrici. Il dissenso smette così di essere un diritto e diventa una colpa; l’oppositore non è più un cittadino da convincere, ma un nemico da neutralizzare. È la logica denunciata da Popper: il potere si proclama depositario di una verità superiore e trasforma ogni limite, critica o controllo in sabotaggio.

Una simile concentrazione del potere non minaccia soltanto la libertà politica, ma finisce inevitabilmente per rendere precaria anche quella economica. Un bene è davvero proprio soltanto se il titolare può difenderlo davanti a giudici indipendenti, trasferirlo liberamente, investirvi senza temere confische arbitrarie e opporsi allo Stato senza essere annientato. Dove il partito coincide con le istituzioni, il diritto di proprietà sopravvive soltanto finché non disturba il potere. Per questo le società autoritarie diffidano degli individui economicamente autonomi, delle imprese indipendenti, delle associazioni spontanee, della stampa libera, delle chiese e di ogni centro di vita che non dipenda dal governo. La proprietà distribuisce potere; il mercato moltiplica le scelte; la società civile crea legami che lo Stato non controlla. Il despota, invece, ha bisogno di sudditi che ricevano reddito, autorizzazioni e sicurezza dall’alto. Non vuole cittadini capaci di dirgli di no.

La vicenda nicaraguense riguarda anche le democrazie ancora libere. Le istituzioni non si difendono soltanto nel momento estremo in cui vengono abolite le elezioni. Si difendono ogni volta che si limita il potere, si tutela la proprietà, si protegge il dissenso e si impedisce alla maggioranza di usare la legge per schiacciare la minoranza.

La società aperta non è garantita per sempre: è un equilibrio fragile, fondato sulla diffidenza verso chi governa e sulla possibilità concreta di sostituirlo. “La democrazia – ha scritto Ludwig von Mises – non è un bene di cui la gente possa godere senza preoccuparsene affatto. Essa, al contrario, è un tesoro che deve essere difeso giorno per giorno e che deve di continuo essere conquistato con strenui sforzi”.

In definitiva, Ortega e Murillo non stanno inventando una nuova forma di democrazia. Stanno sostanzialmente dichiarando superfluo il consenso. Dopo avere svuotato le elezioni, vogliono decidere per legge chi possa parteciparvi.

È il passaggio finale dalla sovranità dei cittadini alla proprietà privata dello Stato da parte dei governanti. Come ha avvertito Lord Acton, “la volontà del popolo non può rendere giusto ciò che è ingiusto”.

Quando il potere non può più essere revocato, nessun diritto è al sicuro: il voto, la parola e la proprietà diventano semplici concessioni, valide fino al prossimo ordine del regime.

Aggiornato il 29 luglio 2026 alle ore 09:09