Molti osservatori continuano a interpretare Donald Trump come un incidente della politica americana: un leader imprevedibile, populista, capace di trasformare ogni dichiarazione in uno spettacolo mediatico. È una lettura rassicurante, ma probabilmente sbagliata. Trump non rappresenta una parentesi nella storia degli Stati Uniti. Rappresenta, piuttosto, il punto d’arrivo di una trasformazione iniziata con la fine della Guerra fredda. L’America di Trump è, da un lato, il fallimento di alcune politiche perseguite dalle amministrazioni democratiche statunitensi, come l’idea di esportare la democrazia attraverso gli interventi militari o la strategia di costante contrapposizione alla Russia; dall’altro, segna un profondo cambiamento nel paradigma delle relazioni internazionali rispetto a quello a cui eravamo abituati con i precedenti presidenti americani, compresi molti repubblicani. Non è facile stabilire se il suo stile comunicativo, fatto di annunci improvvisi e dichiarazioni sui social, sia una precisa strategia politica oppure il riflesso di una nuova epoca (quella digitale) nella quale un semplice messaggio è in grado di far crollare o risalire i mercati finanziari nel giro di poche ore.
È però evidente che il mondo nato dopo Yalta ha favorito l’affermazione di un capitalismo finanziario sempre meno regolato e sempre più svincolato da controlli politici e sociali. Per decenni abbiamo creduto che gli Stati Uniti fossero il garante dell’ordine internazionale, il Paese chiamato a difendere la democrazia e l’Occidente. Oggi scopriamo che quell’America non esiste più. Non perché sia venuta meno la sua forza economica o militare, ma perché è cambiata la gerarchia delle sue priorità. I valori restano importanti, ma vengono subordinati agli interessi nazionali. Il capitalismo ha vinto la sfida storica contro il collettivismo comunista, ma molte delle questioni sociali che il comunismo aveva esasperato e trasformato in battaglie ideologiche sono rimaste irrisolte. Inoltre, il capitalismo ha dimostrato una straordinaria capacità di adattamento: convive senza particolari difficoltà con sistemi democratici, autoritari, teocratici e perfino con Paesi che continuano a definirsi comunisti, come la Cina. In Europa abbiamo conosciuto inizialmente un capitalismo duro e spesso selvaggio, ma, grazie alla tradizione culturale cristiana e alle conquiste del movimento operaio, si è progressivamente affermato un modello che ha riconosciuto il valore dello Stato sociale, della tutela della salute, dei diritti dei lavoratori, delle pensioni e di una maggiore protezione dei cittadini. Oggi, invece, il capitalismo globale sembra mostrare soprattutto il suo volto finanziario e speculativo, mentre il modello europeo, fondato sull’equilibrio tra mercato e intervento pubblico, appare sempre più sotto pressione. Negli Stati Uniti, al contrario, tali forme di regolazione sono sempre state molto più limitate. Se durante la Guerra fredda il capitalismo, pur nelle sue diverse forme, combatteva il comunismo perché lo considerava un nemico esistenziale, oggi il capitalismo globale convive con qualsiasi sistema politico purché funzionale agli interessi economici. Di conseguenza, anche le alleanze militari e diplomatiche non rispondono più principalmente a criteri ideologici, ma a convenienze economiche. In questo contesto si inserisce la presidenza Trump.
Al di là degli aspetti folkloristici e del suo stile spesso sopra le righe, il vero elemento di novità consiste nell’aver reso esplicito ciò che probabilmente era già in atto. Gli Stati Uniti non si presentano più come il faro destinato a diffondere la democrazia nel mondo, né ritengono più che essa possa essere esportata con le armi. La priorità diventa la difesa degli interessi economici americani. Questo non significa che gli Stati Uniti abbiano rinunciato alla democrazia al proprio interno. Al contrario, ne riconoscono il valore, ma sembrano considerarla un prodotto della propria storia e della propria cultura, non un modello esportabile con la forza. In questo senso, anche l’approccio di Obama, pur molto diverso nei toni e nei metodi, perseguiva obiettivi che non erano così lontani da quelli oggi dichiarati apertamente da Trump. La nuova America non cerca più alleati accomunati da valori condivisi, ma partner commerciali, quando non semplici subordinati funzionali ai propri interessi economici. La politica americana appare sempre più come il luogo nel quale si confrontano apertamente gli interessi delle grandi lobby economiche, mentre i partiti diventano soprattutto gli strumenti attraverso cui tali interessi vengono rappresentati. Il cosiddetto sogno americano sembra ormai appartenere quasi esclusivamente agli americani e a pochi privilegiati che riescono a essere assimilati nel loro sistema. Per il capitalismo americano, ma non solo per quello americano, non esistono più nemici ideologici tali da giustificare il mantenimento delle vecchie alleanze. Le critiche di Trump alla Nato e all’Europa rappresentano l’esempio più evidente di questo nuovo paradigma.
La Russia non è più percepita come il nemico assoluto della Guerra fredda, ma come un concorrente economico e militare. Che sia una democrazia liberale o uno Stato autoritario diventa, in questa prospettiva, un elemento secondario. Se ieri si stringevano alleanze con regimi illiberali per contrastare il comunismo, oggi la natura politica degli interlocutori conta molto meno rispetto agli interessi economici. L’Europa dovrebbe prendere atto di questo cambiamento. Se continuerà a muoversi con lentezze burocratiche e con la logica dei piccoli egoismi nazionali, rischierà una progressiva irrilevanza politica ed economica, diventando terreno di competizione tra le grandi potenze e favorendo indirettamente tanto gli interessi americani quanto quelli della Cina. Le singole sovranità nazionali non sono più sufficienti ad affrontare uno scenario globale di questa portata. Anche le critiche rivolte da Trump ai principali Paesi europei seguono questa logica. Francia e Regno Unito vengono accusati di voler mantenere un ruolo di potenze globali senza sostenere adeguatamente i costi della difesa comune. Germania e Italia, invece, sono considerate i principali beneficiari della protezione americana nel secondo dopoguerra.
In particolare, il comportamento italiano viene interpretato come una forma di ingratitudine nei confronti di un alleato che ha consentito al nostro Paese di mantenere una significativa autonomia rispetto alle ambizioni francesi e britanniche e di svolgere, entro determinati limiti, un ruolo importante nella strategia americana nel Mediterraneo e nel mondo. La logica di Trump rappresenta anche una profonda rottura con la diplomazia tradizionale. Viene meno il paziente lavoro di costruzione del consenso che ha caratterizzato la politica internazionale del secondo dopoguerra. La sua visione appare fortemente dicotomica: o si è alleati pienamente allineati agli interessi americani oppure si viene considerati avversari. Una logica che semplifica la complessità delle relazioni internazionali e riduce gli spazi della diplomazia. Un esempio significativo risale alla Seconda guerra in Iraq. Quando George W. Bush chiese il sostegno della Nato, molti alleati si sfilarono. Silvio Berlusconi, consapevole del rapporto privilegiato tra Italia e Stati Uniti, promosse la cosiddetta “coalizione dei volenterosi”. È probabile che Trump si aspettasse da Giorgia Meloni un atteggiamento analogo in un contesto internazionale profondamente diverso. Al di là delle singole presidenze, gli Stati Uniti sono ormai cambiati. Per questo anche l’Europa dovrebbe prendere definitivamente atto della trasformazione in corso e accelerare il proprio processo di integrazione politica, arrivando alla costruzione degli Stati Uniti d’Europa. Solo un’Europa realmente unita potrà superare gli egoismi nazionali, rafforzare la propria autonomia strategica, contribuire alla stabilità internazionale e difendere quel patrimonio di civiltà che rappresenta uno dei suoi principali punti di forza.
Post-scriptum
Per chi fosse interessato ad approfondire il ruolo storico degli interessi britannici nei confronti dell’Italia, risultano particolarmente interessanti gli studi di Giovanni Fasanella, basati anche sui documenti desecretati dagli archivi britannici relativi al periodo che va da Garibaldi fino ai decenni successivi.
Aggiornato il 09 luglio 2026 alle ore 12:28
