Il valore morale di una persona, di un movimento o di una nazione non si misura dalla quantità di potere che detiene, ma dal modo in cui decide di esercitarlo
Anni fa, Michael Prell coniò un termine per descrivere uno dei riflessi morali più pericolosi dell’Occidente: “l’underdogma”. A suo avviso, americani e occidentali tendono spesso a considerare la parte più debole come moralmente superiore solo perché più debole, e a guardare invece con diffidenza la parte più forte solo perché detiene una posizione di maggiore potere. Aveva ragione. Ma nel frattempo il problema ha assunto una dimensione più profonda di una semplice abitudine politica o di una naturale simpatia per il più debole. Si è trasformato in una scorciatoia cognitiva. Sono arrivato a definirla “l’euristica dell’underdog”, ovvero la tendenza ad associare la debolezza all’innocenza e la forza alla colpevolezza, ancora prima di aver esaminato le prove.
Un’euristica è una scorciatoia mentale. Fa risparmiare tempo, ma può anche essere fuorviante. In tal caso, la scorciatoia funziona così: meno potere equivale a più virtù; più potere indica una maggiore colpa. Si presume che la parte più debole sia la vittima e che quella più forte sia l’aggressore. Il comportamento passa in secondo piano. Il giudizio morale finisce per dipendere non da ciò che le parti fanno, ma dal posto che occupano nella gerarchia del potere. Questa, però, non è compassione. La compassione prende atto della sofferenza. L’euristica dell’underdog, invece, la eleva a prova di rettitudine. La differenza è sostanziale. La distinzione è importante perché il mondo è pieno di diversi tipi di “underdog”. Alcuni sono davvero innocenti. Altri sono semplicemente più deboli dei propri avversari. Altri ancora sono deboli e, allo stesso tempo, spietati. Esiste anche l’underdog malvagio. Un gruppo può essere militarmente sopraffatto e tuttavia scegliere di ricorrere all’omicidio, allo stupro, alla presa di ostaggi e al deliberato attacco contro i civili. La debolezza non conferisce virtù. La sofferenza non conferisce saggezza. L’impotenza non giustifica il male.
Il 7 ottobre avrebbe dovuto rendere questa realtà impossibile da ignorare. Hamas non ha nascosto ciò che stava facendo. I suoi operativi sono entrati in Israele, hanno ucciso civili, preso ostaggi, filmato le atrocità commesse e celebrato le proprie azioni. Le vittime non erano entità astratte: erano famiglie, bambini, anziani, giovani a un festival musicale ed ebrei uccisi per la loro identità. Eppure, nel giro di poche ore, una parte dell’intellighenzia occidentale iniziò il lavoro di ricostruzione morale. Il massacro fu riconosciuto, per poi essere subito “contestualizzato”. Divenne una reazione alla “occupazione”, un disperato atto di “resistenza”, un ulteriore episodio di un “ciclo di violenza”. L’obiettivo non era negare che Hamas avesse ucciso, ma quello di preservare Hamas all’interno della categoria delle vittime.
È questo il meccanismo dell’euristica dell’underdog. Una volta attribuito ai “palestinesi” (le virgolette servono a distinguere la moderna rivendicazione identitaria politica dall’uso geografico del termine risalente all’epoca del Mandato) il ruolo di sfavoriti, per molti osservatori occidentali diventa difficile valutare con equità il loro comportamento. Israele, in quanto parte più forte, viene giudicato soprattutto attraverso la lente del potere. La parte più debole, anche quando governata o rappresentata da movimenti terroristici, viene interpretata attraverso il linguaggio del risentimento. La stessa scorciatoia morale spiega perché slogan come “dal fiume al mare” vengano considerati da molti ambienti colti come poesia di liberazione, anziché come una rivendicazione territoriale con implicazioni eliminazioniste. Spiega perché una kefiah possa diventare, in un campus universitario, un simbolo di legittimità morale indipendentemente dalla conoscenza effettiva della storia del conflitto da parte di chi la indossa. E spiega infine perché le cifre sulle vittime fornite da istituzioni collegate ad Hamas vengano spesso accolte come dati prodotti da osservatori neutrali, anziché come informazioni provenienti da un apparato che impiega i civili anche come strumento fisico e statistico.
L’euristica non si chiede: “Che cosa hanno fatto?”. La sua domanda è un’altra: “Chi appare più debole?”. Una volta stabilita la risposta, l’intero copione morale prende forma automaticamente. Questo fenomeno è particolarmente visibile a Sinistra, non perché la Destra sia immune dalla politica del vittimismo, ma perché la Sinistra ha fatto del sostegno al più debole un elemento centrale della propria visione morale. Il marxismo ha collocato la classe oppressa al centro del giudizio etico. La teoria postcoloniale ha attribuito al colonizzato una presunzione di innocenza morale. L’intersezionalità ha trasformato le condizioni di svantaggio in una scala di autorità morale. Le categorie sono cambiate, ma il principio di fondo è rimasto invariato: la posizione più debole viene considerata quella moralmente privilegiata.
Questo paradigma ha delle conseguenze. Incoraggia i giornalisti a contestualizzare la violenza perpetrata da chi è percepito come più debole, condannando al contempo quella commessa da chi è percepito come più forte. Induce gli studiosi a concentrarsi sulle ragioni addotte dai terroristi più che sulle decisioni che essi prendono. E spinge i diplomatici a chiedere concessioni alla parte più forte, riservando meno attenzione alla condotta della parte più debole, alle sue istituzioni, al suo sistema educativo e al suo incitamento all’odio. Peggio ancora, questo schema premia la rappresentazione della vittima. I movimenti imparano rapidamente che apparire deboli può generare un vantaggio morale. Imparano che le immagini della sofferenza circolano più velocemente delle prove, che gli slogan prevalgono sugli argomenti e che il senso di colpa dell’Occidente può essere trasformato in capitale politico. Il risultato non è la giustizia. È un mercato morale in cui la condizione di vittima diventa una moneta di scambio.
L’antidoto non è la crudeltà, ma la capacità di formulare un giudizio morale. Una società civile deve avere a cuore la sofferenza, proteggere chi è vulnerabile e contenere il potere quando viene esercitato in modo abusivo. Ma non deve trasformare la sofferenza in una presunzione di giustizia, né la forza in una presunzione di colpevolezza. La domanda fondamentale resta una sola: quali sono state le azioni compiute dall’attore in questione? Ha preso di mira i civili? Li ha protetti? Ha insegnato ai propri figli a odiare? Ha premiato chi ha commesso omicidi? Ha accettato compromessi? Ha saputo cambiare dopo i propri fallimenti? Ha indagato sulle malefatte commesse al suo interno? Ha celebrato le atrocità? Queste domande non sono complesse, ma chiarificatrici. Restituiscono capacità di agire a soggetti che l’euristica dell’underdog tende a trasformare in mere vittime passive delle circostanze. E restituiscono agli osservatori la loro responsabilità morale, perché troppo spesso preferiscono la sensazione di essere dalla parte giusta al compito, più impegnativo, di formulare un giudizio.
Il conflitto tra Israele e i “palestinesi” è l’esempio più lampante, ma non è l’unico. Lo stesso schema condiziona i dibattiti su ordine pubblico, criminalità, immigrazione, capitalismo e potere americano. La parte più forte viene guardata con sospetto; quella più debole viene investita di una presunzione di superiorità morale. È una scorciatoia che offre gratificazione alla coscienza, ma finisce per deformare il modo in cui interpretiamo la realtà. Mio padre era solito dire: “Sto dalla parte del più debole”. Era uno dei suoi impulsi più nobili e, nella vita di tutti i giorni, spesso lo guidava bene. Ma la politica e la guerra non sono competizioni sportive. Un istinto morale che nella dimensione personale può essere ammirevole rischia di diventare disastroso quando viene applicato al terrorismo, alla politica internazionale e agli scontri di civiltà.
Prell individuò il male in anticipo. Da allora, l’Occidente ha trascorso gli anni a dimostrare quanto questo male si sia evoluto. Il compito, oggi, non è smettere di preoccuparsi dei deboli. È quello di smettere di idolatrare la debolezza. Il valore morale di una persona, di un movimento o di una nazione non si misura dalla quantità di potere che detiene, ma dal modo in cui decide di esercitarlo. Essere deboli non significa essere virtuosi. Essere forti non significa essere colpevoli. E finché l’Occidente non farà propria questa distinzione, continuerà a premiare proprio quei comportamenti che sostiene di voler contrastare.
(*) Tratto da American Thinker
(**)Traduzione a cura di Angelita La Spada
Aggiornato il 09 luglio 2026 alle ore 10:58
