Gli Usa di Trump guardano alla politica dell’impero britannico

È da superficiali liquidare Donald Trump come un folle. Per i grandi investitori Usa rappresenta l’uomo giusto al posto giusto. Il presidente che utilizza i social in maniera diretta, attaccando, oppure parlando a suocera perché nuora intenda. Analizzando i vari messaggi alla Vecchia Europa s’evince che il presidente Usa rimprovera al Vecchio Mondo di essere un pessimo alleato, di aver perso l’attitudine imperialista e colonizzatrice, di convivere con un atavico complesso di colpa verso terzo e quarto mondo. Quindi Trump afferma di non aver bisogno dell’Europa, di essere capace di fare tutto da solo.

Il cruccio degli Usa di oggi è lo stesso della Gran Bretagna di ieri: controllare l’Oriente. Un paio di giorni fa Trump ha detto che Mamdani è comunista, e rappresenta un pericolo per l’America: negli ultimi due anni, dal 2025 a oggi, ha detto spesso che gli indiani sono un pericolo per gli Usa, che sono commercialmente sleali e tendenzialmente comunisti. Ora tutti immaginano che il presidente Modi sarebbe di destra (definizione impropria e superficiale) perché il presidente indiano è semplicemente un “tradizionalista induista”: allora che senso hanno queste uscite di Trump? Probabilmente vuole rompere la già fragile intesa tra i paesi del Brics (raggruppamento di economie mondiali emergenti, dove l’India conta molto). 

Anni fa conobbi un americano, seguiva come consulente esterno alcune commissioni parlamentari: il tipo mi spiegava che gli strateghi militari Usa hanno una profonda cultura classica, hanno studiato nel dettaglio l’Antica Roma, la Grecia, le conquiste coloniali britanniche, una ricerca per comprendere le criticità di tutto il pianeta. Casualmente trent’anni fa il discorso col consulente cadeva sull’India: sul fatto che “chi controlla commercialmente e militarmente l’enorme penisola continente asiatica di fatto controlla l’Oriente”.

Quest’ultima è la celebre massima geopolitica britannica che Lord Curzon Kedleston (viceré britannico dell’India) esclamava alla presenza di Giorgio V e di James Ramsay MacDonald (futuro primo ministro inglese che, di concerto con Neville Chamberlain, gestirà gli ultimi scampoli dell’immenso impero britannico). L’idea dell’India facile da conquistare, infinitamente grande e ricca, nasce mitologicamente con la facilità con cui Alessandro Magno sconfiggeva gli indiani nella battaglia dell’Idaspe: Flavio Arriano descrive nell’Anabasi come l’imponente esercito indiano cadesse di colpo a confronto del macedone. A nulla valsero elefanti da guerra e tutti i popoli indiani uniti contro il conquistatore greco.

Ogni osservatore, e da quasi duemilacinquecento anni, descrive anche la centralità del subcontinente. Controllare l’India significa possedere la chiave dell’Oriente, per dominare rotte commerciali marittime e terrestri, per bilanciare l’egemonia nell’intero continente asiatico. Oggi l’India esercita il proprio controllo e la propria influenza attraverso una serie di leve strategiche: come gli Hub manifatturieri e tecnologici. È uno dei mercati in più rapida crescita al mondo, attraendo i grandi colossi industriali che cercano di ridurre la dipendenza dalla Cina.

L’India ha una buona egemonia marittima: controlla l’Oceano Indiano e i principali “punti di strozzatura” (chokehold) del commercio mondiale, per esempio lo Stretto di Malacca. Di fatto è il contrappeso alla guida cinese dell’Asia, un freno all’espansionismo di Pechino. Ma questo risultato gli Usa lo conseguono anche attraverso alleanze chiave: come il Quad (Stati Uniti, Giappone e Australia) che punta all’estrema modernizzazione militare. 

STORICI RIVALI

La rivalità economica e territoriale tra India e Cina gioca di fatto a favore delle politiche Usa. Ma la Casa Bianca vorrebbe un maggior controllo dell’India, per certi versi ricalcando le politiche britanniche ottocentesche. L’India comprende di essere nel mirino degli Usa come ieri lo era di Londra: quindi gestisce furbescamente il suo non allineamento tra Occidente e Brics, quasi lasciando intendere di poter fungere da mediatore. Narendra Modi oltre a essere primo ministro è espressione del partito conservatore nazionalista (BJP, il Bharatiya Janata Party). Quindi non c’è alcun regime comunista in India, ma c’è di fatto un concorrente commerciale e tecnologico degli Usa.

Da qui le politiche protezionistiche di Donald Trump che hanno causato tensioni diplomatiche tra Washington e Nuova Delhi. L’India, come sua consolidata tradizione post-coloniale (e gandhiana) ha reagito con fermezza alle dichiarazioni di Donald Trump: il sindaco di New York (Zoran Mamdani) ha dato ragione all’India, e questo ha fatto irritare Trump. Poi il portavoce degli Affari Esteri indiani, Randhir Jaiswal, ha definito i commenti di Trump privi di fondamento, inappropriati e non rappresentativi della consolidata partnership tra India e Stati Uniti. Per Trump l’India sarebbe la spina nel fianco ideale contro la Cina. Ecco che Trump attacca: “Ma dove guarda Modi?”.

Le pressioni della Casa Bianca sono forti, spingono New Delhi a voler dimostrare di essere potenza militare non allineata, ma con accordi di partnership flessibili. Ecco che Trump cerca di far capire a Modi che gli Usa possono interferire sul tavolo degli accordi commerciali India-Ue.

Il risultato lo si è visto già a settembre scorso, con le esportazioni indiane verso gli Stati Uniti diminuite repentinamente del 40 per cento.

REAZIONI INDIANE

L’India ha risposto incrementando sia l’importazione di petrolio russo che i rapporti commerciali con Mosca. Ma tra l’India e la Russia insistono nazioni con cui New Delhi è storicamente in confronto militare (piccole guerre di confine) da oltre mezzo secolo: Pakistan, Cina e stati viciniori.

Ecco che la seconda presidenza Trump ha bloccato l0abbraccio con New Delhi: anche perché negli Usa ormai considerano il sindaco di New York una sorta d’avamposto indiano e asiatico. 

Archiviato per Washington anche il progetto britannico di cooperazione quadrilaterale con India, Australia e Regno Unito per la sicurezza nell’ambito del Quad (Quadrilateral Security Dialogue). 

Di fatto Donald Trump ha raggiunto il risultato di bloccare l’economia orientale, innestando la crescita interna di Usa e intero continente americano: la Banca mondiale ha già certificato che l’inasprimento tariffario statunitense ha frenato nel 2026 la crescita dell’Asia meridionale. 

Trump ha anche usato la sua mediazione, per il cessate il fuoco tra India e Pakistan, per spingere New Delhi a mettersi sotto maggiore protezione occidentale. Offerta respinta da Modi, soprattutto la posizione Usa ha irritato il Pakistan. E le interferenze esterne nelle “questioni indiane” hanno ricordato non poco i giochi di Londra di vittoriana memoria. 

Narendra Modi ha così deciso per un “attendismo gandhiano”: evitare scontri con Washington ed attendere venga archiviata questa politica occidentale. 

Nel frattempo, l’India ha siglato nuove intese commerciali con Russia, Cina e Giappone. Anzi il dialogo Cina-India ha subito un disgelo inaspettato, nonostante non vengano rimosse le contese lungo il confine himalayano.

A conti fatti gli Usa hanno in mano molte carte per piegare (colonizzare) l’India, perché certamente il “modello Modi” non può certo fare miracoli, e nonostante le proiezioni economiche globali diano l’India in enorme crescita. Perché permangono comunque le ataviche fragilità sociali, con cui l’India potenza in ascesa deve necessariamente confrontarsi.

Le stesse fragilità che ebbe a descrivere Gandhi nel suo viaggio in India, e che rendono l’India la grande facile preda occidentale. Certamente l’Occidente rimane per i popoli del quarto mondo una sorta di miraggio, di sogno e illusione contro cui lottano quotidianamente i politici del quarto mondo. Non s’esclude nemmeno che, nel recente viaggio, Re Carlo abbia passato agli Usa il potere che fu dell’Inghilterra ai tempi della Compagnia delle Indie.

Aggiornato il 06 luglio 2026 alle ore 11:33