Figlie d’arte ed orfani di guerra. Due immagini che non dovrebbero appartenere alla stessa storia, e che invece oggi convivono nello stesso tempo europeo. Da una parte chi cresce in Russia dentro reti di potere che aprono porte e costruiscono carriere; dall’altra bambini ucraini che crescono senza più una casa, senza più una famiglia. In mezzo, una parola che in Occidente spesso si preferisce aggirare: responsabilità. In questa storia, quei nomi hanno volti e cognomi precisi: Anastasiia Karneeva, commissaria del Padiglione russo alla Biennale di Venezia, e la sua socia in affari Ekaterina Vinokurova. Non sono due russe qualsiasi. Sono le figlie, rispettivamente, di Nikolai Volobuev e di Sergei Lavrov, e incarnano quel punto di contatto in cui cultura, potere e interessi si sovrappongono. Karneeva si muove con disinvoltura nel mondo dell’arte globale, tra biennali, padiglioni nazionali e progetti curatoriali dal linguaggio apparentemente neutro e universale. Eppure, dietro questa patina internazionale, il suo profilo racconta qualcosa di più complesso. È figlia di Volobuev, alto dirigente di Rostec, colosso industriale controllato dallo Stato russo, attivo nei settori chiave della difesa, dell’aerospazio e delle tecnologie militari. Non si tratta di un dettaglio biografico irrilevante: Rostec è uno degli ingranaggi fondamentali della macchina bellica russa, coinvolta nella produzione di sistemi d’arma impiegati nel conflitto in Ucraina. Missili, elicotteri, sistemi elettronici militari: non è un’astrazione, ma una realtà industriale che alimenta direttamente una guerra di aggressione.
Accanto a Karneeva troviamo Vinokurova, sua socia in affari: insieme hanno fondato la società commerciale Smart Art. Anche qui il profilo familiare non è secondario. Vinokurova è figlia di Sergei Lavrov, da oltre vent’anni volto e voce “della diplomazia” russa, l’uomo che ha difeso e giustificato sulla scena internazionale le scelte del Cremlino, inclusa l’invasione dell’Ucraina. Se Volobuev rappresenta il braccio industriale del sistema, Lavrov ne è il volto politico e retorico. Due dimensioni diverse, ma complementari. È ingenuo ignorare il contesto in cui queste figure operano. Le carriere di Karneeva e Vinokurova non nascono nel vuoto, né si sviluppano in un sistema meritocratico trasparente. Prendono forma dentro un ecosistema chiuso, dove le relazioni familiari con il potere non sono un dettaglio ma una leva determinante. In Russia, il nepotismo non è una deviazione occasionale: è un metodo. È la grammatica stessa attraverso cui si distribuiscono opportunità, visibilità, accesso ai circuiti internazionali. Non si tratta solo di “porte aperte”: si tratta di porte che per altri restano irrimediabilmente chiuse.
E mentre queste porte si aprono per pochi, altrove si chiudono per sempre. In Ucraina, la guerra non è una categoria astratta ma una realtà quotidiana fatta di sirene, macerie e assenze. Ci sono bambini che hanno visto la propria casa scomparire in pochi secondi, altri che hanno perso i genitori sotto i bombardamenti. Bambini che imparano troppo presto il significato della parola “irreversibile”. Non sono numeri: sono vite sospese. C’è chi è stato evacuato da città come Mariupol o Kharkiv senza più sapere dove siano finiti i propri familiari, chi vive oggi con nonni o parenti lontani, chi cresce in strutture di accoglienza portandosi addosso un trauma che nessuna retorica può cancellare. In questo schema, il talento – quando c’è – non basta a spiegare traiettorie così rapide e così ben posizionate. Il cognome, le relazioni, l’appartenenza a una cerchia ristretta legata al Cremlino pesano in modo decisivo. È così che si costruisce una nuova élite: non alternativa al potere, ma sua diretta emanazione. Karneeva e Vinokurova diventano allora non semplicemente due professioniste della cultura, ma due ingranaggi di un sistema più ampio, in cui arte, politica e industria si sostengono a vicenda.
Rostec, del resto, non è un’azienda qualunque. È un conglomerato statale che riunisce centinaia di imprese e rappresenta uno dei pilastri della capacità militare russa. Le sue produzioni – dai sistemi di difesa aerea agli armamenti avanzati – sono parte integrante dell’apparato bellico impiegato nel conflitto contro l’Ucraina. Parlare di Rostec significa parlare di guerra, di distruzione, di conseguenze umane concrete. Non è un contesto neutro, e chi ne occupa posizioni di vertice non può essere considerato estraneo alle implicazioni. Allo stesso modo, la “diplomazia” incarnata da Lavrov non è una pratica neutrale di mediazione, ma uno strumento politico che negli anni ha accompagnato, giustificato e difeso le scelte più controverse del Cremlino. Dalla Georgia alla Siria, fino all’Ucraina, la narrazione ufficiale russa è passata anche dalla sua voce, contribuendo a costruire una realtà parallela in cui l’aggressione diventa difesa e l’espansione viene presentata come necessità.
E allora il contrasto diventa inevitabile: da una parte le inaugurazioni, i cataloghi patinati, i circuiti internazionali dell’arte; dall’altra gli zaini rimasti sotto le macerie, le aule vuote, le fotografie di famiglia interrotte. Figlie d’arte ed orfani di guerra non è solo un titolo: è la fotografia di un divario morale. Da un lato chi beneficia di un sistema chiuso e protetto; dall’altro chi ne paga il prezzo più alto senza averlo mai scelto. In questo scenario, il mondo dell’arte rischia di diventare uno spazio di normalizzazione. Mostre, biennali, collaborazioni internazionali: tutto contribuisce a costruire un’immagine di apertura e dialogo che può coesistere, senza apparenti contraddizioni, con la realtà di un paese impegnato in un conflitto armato e sottoposto a sanzioni. È una dinamica nota: la cultura come soft power, come strumento di legittimazione, come ponte che attenua le frizioni politiche.
Ma proprio per questo, oggi più che mai, è necessario guardare oltre la superficie. Non si tratta di censurare l’arte o di chiudere gli spazi di confronto culturale. Si tratta di riconoscere che le biografie contano, che le reti di potere esistono e che ignorarle significa accettare una narrazione incompleta. Quando figure come Karneeva e Vinokurova operano sulla scena internazionale, portano con sé un pezzo di quel sistema da cui provengono. Per il pubblico italiano, spesso distante da queste dinamiche, il rischio è quello di percepire questi nomi come semplici protagonisti del mondo culturale globale. Ma la realtà è più stratificata. Dietro le installazioni, i cataloghi e gli eventi, si intravede un intreccio tra cultura, politica e industria che merita attenzione critica. Non per semplificare, ma per comprendere. A conferma di quanto queste dinamiche siano tutt’altro che astratte, anche il verbale degli ispettori del Ministero della Cultura sulla Biennale restituisce un quadro esplicito. In esso si afferma infatti che “in base alle sanzioni vigenti, la Federazione Russa non potrebbe ottenere le autorizzazioni per aprire il padiglione al pubblico e, dunque, questo non può essere accessibile nel periodo di apertura della mostra”. In tempi in cui la guerra in Ucraina continua a segnare l’Europa, la questione non è solo militare o diplomatica. È anche culturale, simbolica, narrativa. E riguarda il modo in cui scegliamo di leggere – di non leggere le connessioni tra individui, istituzioni e potere. Ignorarle sarebbe comodo. Ma difficilmente sarebbe onesto.
(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza
Aggiornato il 04 maggio 2026 alle ore 10:53
