Acque torbide a Cuba: la flottiglia Nuestra America

Da gennaio, Cuba vive una delle crisi più tragiche della sua storia. L’isola versa nelle funeste conseguenze dell’assenza di carburante ed energia: mancanza di servizi, strade inondate di spazzatura e frequenti blackout che scandiscono la vita quotidiana. Per non parlare della carenza di infrastrutture mediche attive, delle farmacie dagli scaffali vuoti e del crescente rischio per la salute di un’intera società.

A comprimere la vivacità economica del Paese sono le politiche stataliste del governo cubano e un embargo economico-commerciale statunitense in vigore dal 1962. In aggiunta, l’odierno blocco energetico americano che, dopo la cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro, tiene al guinzaglio i principali esportatori di petrolio a Cuba, vale a dire Venezuela e Messico. Minacce e sanzioni previste dagli Stati Uniti scoraggiano le petroliere a consegnare il combustibile necessario alle centrali elettriche del Paese.

Nonostante la complessità del panorama planetario, sembra che Cuba sia riuscita ad attrarre l’attenzione mediatica globale, per effetto di una mobilitazione internazionale progressista, dal nome “Nuestra America Convoy”, nata per denunciare le condizioni soffocanti dell’isola attraverso il simbolico invio di aiuti umanitari. Medicine, cibo e pannelli solari sono, in effetti, giunti al porto di Avana, traghettati per le intemperie atlantiche da diversi esponenti della sinistra internazionale, sollevando, tuttavia, un polverone di critiche. Come emerge da National Post, nonostante l’apprezzamento espresso dalla maggior parte dei cubani intervistati per il sostegno ricevuto, non mancano toni più scettici che, in quanto anatema del governo cubano, spesso rimangono avvolti nell’anonimato. 

Gli appellativi dati online ai membri dei convogli umanitari, tra cui “socialisti da champagne” e “comunisti da caviale”, originano da critiche mosse non solo dalle destre internazionali e dagli esuli cubani, ma anche dagli stessi cittadini dell’isola. Dalle pagine dei principali quotidiani, emerge, infatti, come alcuni attivisti abbiano soggiornato presso uno degli hotel di lusso più noti di Avana, l’Iberostar Marques de la Torre, i cui ambienti, anche in caso di blackout dell’intera città, sarebbero rimasti illuminati da alcuni generatori. A far inarcare il sopracciglio è stata, dunque, l’incongruenza etica di questa scelta, di fronte alla presenza di un sistema sanitario paralizzato e una comunità quasi avvezza agli sbalzi d’umore dell’elettricità.

Protagonisti di cronaca sono poi i membri della diaspora cubana. Ostacolati da diverse restrizioni di viaggio nel loro intento di inviare aiuti ai concittadini, denunciano la mancata condanna degli attivisti nei confronti del regime autoritario cubano, guidato da Miguel Díaz-Canel. Un governo socialista accusato di detenere circa 1.000 prigionieri politici, di una stretta sorveglianza sulla popolazione e di repressione della libertà di stampa, eppure benevolmente abbracciato dalle forze progressiste giunte via oceano. È quanto sostiene la nota giornalista indipendente, Yoani Sanchez, residente a Cuba: “Davanti ai microfoni respingono la politica di asfissia contro l’isola e, tuttavia, accolgono chi ci imbavaglia, scattano foto con chi ci reprime e sorridono accanto a chi distrugge la nostra nazione, facendo emigrare i nostri figli e soffocando la nostra speranza”.

A suscitare dubbi sull’indipendenza della missione non sono solo gli incontri amichevoli del presidente Canel con una delegazione della flottiglia, ma soprattutto la presenza, secondo alcuni critici, di Mariela Castro, figlia dell’ex presidente Raùl Castro, nel consiglio consultivo di Progressive International, l’organizzazione che ha lanciato la missione.

Per chi, però, si stesse chiedendo del parere dei cittadini cubani, non mancano interviste dalle note aspre. “Potrebbe aiutare una piccola parte della popolazione, e lo apprezzo comunque. Tuttavia, questo convoglio è, dal mio punto di vista, una mossa politica per sostenere il governo cubano. In realtà non sanno nulla, né delle difficoltà della vita quotidiana per la maggior parte dei cubani, né della violazione innegabile dei diritti umani che avviene ogni giorno a Cuba” sostiene un anziano residente a Santiago, interpellato da National Post. Anche tra i giovani non sfugge la grigia eredità del loro Paese, come osserva una studentessa dell’Università dell’Avana: “Noi (i cubani) pensiamo che chi è nel convoglio difenda il regime, menzionano solo la parte dell’embargo ma mai che Cuba sia una dittatura per cui non abbiamo votato”. 

Nella scura nebbia che avvolge la natura degli aiuti, figurano, poi, incertezze sulla loro gestione da parte delle istituzioni locali. Testimonianze dirette raccontano a The New Humanitarian di beni donati al popolo cubano non giunti a destinazione ma rivenduti nei “dollar stores”. “Ho visto prodotti nei negozi il cui packaging dice ‘non in vendita’”, ha detto Juan Carlos Albizu-Campos, economista e demografo residente all’Avana. “Non c’è la minima trasparenza su come il governo gestisce le donazioni, come vengono distribuite o chi le riceve”. 

Non da ultime, le numerose critiche online per la presenza di membri della missione umanitaria ad un concerto organizzato da un gruppo hip-hop irlandese ad Avana. “Non è una vacanza di primavera” ha commentato la repubblicana Maria Elvira Salazar, una cittadina cubano-americana della Florida. 

Come già sottolineato da alcuni esperti, Cuba attende da tempo un turning point politico-economico che sembra non voglia mai arrivare, sia per la condotta degli agenti esterni che di chi governa l’isola. La “toppa” − come spesso definita − degli aiuti umanitari potrà forse alleviare le aspre pene inflitte ai cubani, ma non servirà a sradicare le radici di un sistema compromesso.

 

Aggiornato il 28 aprile 2026 alle ore 10:25