Costellazione America: sinistra al rogo!

Chi ha ribaltato la volta (politica) della Costellazione America del Sud? La responsabile unica è l’utopia pauperista e assistenziale della sinistra populista che, in qualche decennio, ha letteralmente distrutto l’economia di interi Paesi latinoamericani tra i più ricchi del mondo, per risorse naturali e terre fertili. Naturale, quindi, che avvenisse una reazione del tipo “barra a destra tutta”, per evitare il salto nel buio della Storia, con rivoluzioni e colpi di stato militari a cascata, che avrebbero riportato indietro di un secolo l’intero continente. Così, oggi l’America Latina è percorsa da un’ondata sussultoria di colore blu, in cui i regimi social comunisti “rossi” cedono il passo alla restaurazione conservatrice. Per quanto riguarda la scelta del colore, durante la Rivoluzione francese e i moti del XIX secolo, il rosso divenne il simbolo del radicalismo e del socialismo, in opposizione al quale i partiti d’ordine e conservatori scelsero il blu (color del sangue dei nobili e dei monarchici), per distinguersi nettamente dai movimenti rivoluzionari. Negli Usa, vale il contrario: i repubblicani sono rossi e i democratici blu, per scelta dei grandi media. Ma Le Figaro preferisce la suddivisione cromatica tradizionale (rosso = sinistra; blu = conservatori), nell’analizzare la rivoluzione silenziosa di un continente sconvolto dai traffici di droga, da profonda miseria e da intere regioni e grandi centri urbani nelle mani di feroci bande e gruppi del crimine organizzato. Così, la “marea blu” sudamericana si dilata sempre di più, aggregando al suo interno il Salvador di Nayib Bukele; il Cile di José Antonio Kast; l’azzurro sbiadito di centrodestra di Rodrigo Paz in Bolivia; il blu foncé del populista e libertario presidente Javier Milei dell’Argentina; per finire a Keiko Fujimori (figlia dell’autocrate peruviano Albert), eletta presidente del Perù sulla base di un programma di ritorno all’ordine, lotta al crimine organizzato, espulsione di migranti irregolari.

A fine maggio, con le elezioni presidenziali in Colombia, si prevede un altro cambio di regime con la conservatrice Paloma Valencia data per vincitrice sull’uscente presidente di sinistra Gustavo Petro, un vecchio guerrigliero marxista. Poi, in Brasile l’attuale presidente ottantenne, Luiz Inácio Lula da Silva (Lula), che si candida per il suo quarto mandato, dovrà vedersela con il 44enne Flávio Bolsonaro (figlio “d’arte” di Jair super contestato ex presidente brasiliano), che ci tiene a definirsi un liberalconservatore, come membro della Chiesa evangelista. La sua sfida all’icona storica del social populismo rappresentata da Lula si basa sulla lotta all’insicurezza e sulla denuncia della politicizzazione della giustizia. Ora, è lecito chiedersi se, per caso, esistano punti di convergenza tra le politiche liberiste di Milei e quelle di José Antonio Kast, che arriva a rivendicare l’eredità (politica) di Augusto Pinochet. In merito, è indubbia la loro vicinanza ideologica, sia per quanto riguarda la lotta al crimine organizzato, sia per la condivisione di questioni morali tradizionali, quali il rifiuto dell’aborto e dei matrimoni omosessuali. Per entrambi, la sinistra chavista e similia rappresentano un demone da distruggere, allineandosi così alla destra ungherese. Va detto, tuttavia, che nazioni come Brasile, Cile e Argentina conservano nella loro memoria storica un pessimo ricordo delle dittature d’estrema destra, e il riferimento della vicinanza politica di Kast al passato della dittatura militare di Pinochet non aiuta ad avere fiducia nel futuro. Anche se gli attuali leader conservatori non hanno alcuna vocazione per i colpi di stato, restando fedeli al sistema di alternanza attraverso elezioni democratiche che, del resto, ha consentito loro la conquista legittima del potere, anche a scapito delle formazioni moderate di centrodestra, come è avvenuto in Argentina e in Cile.

Ma, viene da chiedersi: da dove origina questo profondo cambiamento della Costellazione America del Sud? Diciamo che la prima onda d’urto è venuta dalla crisi finanziaria globale dei mutui subprime del 2008, colpendo duramente l’America Latina che aveva beneficiato di un decennio di forte crescita del Pil dell’area, grazie a una classe media emergente, alla guida di un modello economico fondato sull’esportazione di materie prime che, a causa del crollo di Wall Street, subì la drammatica caduta dei prezzi sui mercati internazionali, con il conseguente, forte impoverimento dei Paesi coinvolti. Così, da economica la crisi è divenuta ben presto sociale, in cui a farne le spese sono stati proprio i partiti di sinistra, vittime dell’usura del potere. Il secondo fattore di accelerazione del cambiamento è dovuto alla pandemia da Covid, che ha avuto conseguenze particolarmente dure in Stati come quelli sudamericani, basati su di un’economia informale (un’ampia zona grigia, cioè, che sfugge alla tassazione statale). L’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca ha rafforzato la tendenza al cambiamento, con la riunione di inizio marzo in Florida, in cui è stata presentata l’iniziativa securitaria “Shield of the Americas” (Scudo delle Americhe, che ha l’obiettivo prioritario della lotta al narcotraffico), convocata a qualche settimana di distanza dalla conclusione dell’Operazione Maduro, coinvolgendo ben undici capi di Stato conservatori del Sud America, che hanno accettato di buon grado la protezione americana. Per le loro politiche lassiste, invece, sia la messicana Claudia Sheinbaum che il brasiliano Lula non sono stati invitati a far parte dell’accordo sulla sicurezza.

Nell’ottica geopolitica di Trump, Shield of Americas ha costituito l’atto di nascita della sua “Dottrina Donroe”, destinata a prendere in mano i destini delle due Americhe, sul solco di un processo unitario di confrontation globale con il grande rivale cinese. Pechino, infatti, ha approfittato durante il primo mandato Trump delle tendenze isolazioniste degli Usa, intensificando i suoi scambi commerciali con il Sud America, passati in soli quattro anni, dal 2010 al 2014, da 10 a 510 miliardi di dollari. Da allora a oggi, la Cina è divenuto il primo partner commerciale di Paesi come l’Argentina, il Perù e la Bolivia, che rappresentano per Pechino altrettanti mercati strategici per l’industria mineraria e l’agricoltura. La “Dottrina Donroe” ha già avuto un certo successo, considerando che Kast ha rinunciato, anche in modo un po’ plateale, a sviluppare un progetto per la posa di un cavo sottomarino che avrebbe dovuto collegare la Cina al Perù, con l’obiettivo di creare una connessione digitale diretta tra l’Asia e il Sud America. Gli Usa stanno oggi esercitando forti pressioni sull’argentino Milei, affinché si distanzi progressivamente dalla Cina, che è attualmente uno dei principali partner commerciali e finanziatori dell’Argentina (la cui adesione alla Belt and Road Initiative risale al 2022), con massicci investimenti strategici concentrati principalmente nei settori energetico, minerario e infrastrutturale. La sfida per la marea blu latinoamericana è tutta lì: assicurare il ritorno alla prosperità e soddisfare la richiesta di sicurezza dei propri cittadini. Ben venga l’America se saprà garantire le risorse necessarie, oppure si continuerà a fare riferimento al suo rivale cinese in mancanza di credibili garanzie. Insomma: “Spagna o Franza purché se magna”. E sempre stato così, e sempre lo sarà.

Aggiornato il 27 aprile 2026 alle ore 11:30