Mosca insulta Meloni: fine corsa per gli equilibristi

La decisione della Farnesina di convocare l’ambasciatore russo a Roma, dopo gli insulti rivolti in televisione da Vladimir Solovyov a Giorgia Meloni, è stata non soltanto legittima, ma necessaria. Non per una questione di suscettibilità personale, né per una forma di galateo istituzionale violato, ma perché quanto è accaduto non può essere archiviato come una delle tante intemperanze di un polemista televisivo. Solovyov non è un commentatore qualsiasi, non è una voce isolata, non è un istrione che vive di eccessi verbali. È, da anni, uno dei volti più riconoscibili della propaganda del Cremlino. E in un sistema politico come quello russo, dove l’informazione è parte integrante della strategia di potenza, nulla di ciò che viene detto in prima serata da figure di quel rango può essere considerato casuale o irrilevante. Quando un propagandista di regime sceglie di attaccare il presidente del Consiglio italiano con espressioni triviali, offensive e irripetibili, il messaggio supera di molto la dimensione della volgarità personale: assume un chiaro significato politico. Per questo Antonio Tajani ha fatto bene a reagire con fermezza, esprimendo la solidarietà del governo a Meloni e facendo recapitare a Mosca una protesta formale. Sarebbe stato grave il contrario. Sarebbe stato grave fingere che si trattasse di uno sfogo folkloristico, come se la Russia di Vladimir Putin fosse ancora un ordinario spazio pubblico attraversato da eccessi mediatici ma sostanzialmente libero. Non è così. E continuare a fingere di non capirlo significa, nella migliore delle ipotesi, non avere compreso la natura del regime russo; nella peggiore, non volerla comprendere affatto.

Ma c’è un aspetto, in questa vicenda, che merita più attenzione degli stessi insulti. Solovyov non ha aggredito Meloni soltanto con il repertorio della brutalità verbale che gli è abituale. L’ha accusata di avere “tradito” Donald Trump, di avere abbandonato una fedeltà che, a suo dire, gli aveva precedentemente giurato. È un passaggio che dovrebbe far riflettere soprattutto una certa parte dell’opinione pubblica italiana, quella che da tempo si esercita nell’arte della postura sfumata, dell’ambiguità elevata a strategia, del bilanciamento trasformato in virtù. Per anni ci è stato spiegato che in politica estera bisogna essere duttili, evitare irrigidimenti, coltivare rapporti in tutte le direzioni, non chiudere mai davvero nessuna porta. Una retorica, questa, che in Italia trova sempre estimatori: il fascino dell’equilibrista ha radici antiche, così come la convinzione che, al momento opportuno, convenga sempre disporsi dalla parte che appare più vantaggiosa. Eppure, proprio la violenza verbale di Solovyov dimostra il contrario. Nei passaggi storici davvero decisivi, quando lo scontro diventa netto e la contrapposizione prende forma, l’equilibrismo non viene premiato. La Russia non giudica l’Italia dalle sue sfumature, ma dalla sua collocazione. E la collocazione italiana resta quella di un Paese occidentale, europeo, atlantico, schierato con l’Ucraina contro l’aggressione russa. È questo che conta.

Dovrebbe essere una lezione utile anche per i filorussi italiani, o almeno per quella vasta area di simpatizzanti, comprensivi, indulgenti, giustificazionisti, che da anni ammantano di realismo ciò che spesso è soltanto subalternità culturale. Sono gli stessi che hanno denunciato come “autolesionistiche” le sanzioni contro Mosca, che hanno invitato a “capire le ragioni” del Cremlino, che hanno spiegato con aria saputa come l’Italia dovesse liberarsi dalle rigidità occidentali per riscoprire una più disinvolta libertà di movimento. Sempre lo stesso spartito: la prudenza, la convenienza, il pragmatismo, la fine delle ideologie. Formule rispettabili, in apparenza. Ma che troppo spesso, una volta tradotte dal lessico diplomatico e televisivo, significano semplicemente questo: non inimicarsi mai davvero chi usa la forza, tenersi aperta un’opzione, blandire il potente del momento, attendere di capire come si orienterà il vento. È una tentazione antica della politica italiana, quella di scambiare la flessibilità per lungimiranza e il trasformismo per intelligenza strategica. Ma ci sono stagioni nelle quali questo metodo non funziona più. O, peggio, rivela la sua natura più misera. Perché in una fase come quella che l’Europa sta attraversando, tra la guerra in Ucraina, la pressione geopolitica russa e la crisi dell’ordine internazionale, la pretesa di restare in bilico tra i fronti non appare come una prova di superiorità, bensì come una forma di rinuncia. Si rinuncia alla chiarezza, alla responsabilità, perfino alla dignità di chiamare le cose con il loro nome.

Il punto, naturalmente, non è chiedere unanimismi di maniera o soffocare il dissenso. In democrazia si può e si deve criticare il governo, chiunque governi. Si può contestare Meloni sul terreno economico, sociale, istituzionale, persino su quello della politica estera, senza che questo significhi venir meno a un principio di lealtà nazionale. Ma altra cosa è fare sistematicamente da cassa di risonanza alle tesi di una potenza ostile. Altra cosa è usare ogni crisi per colpire l’Italia e l’Europa da un punto di vista che, puntualmente, finisce per coincidere con quello della propaganda di Mosca. Altra cosa ancora è presentare come esercizio di libertà critica ciò che si risolve, quasi sempre, in una costante attenuazione delle responsabilità russe e in una speculare accentuazione di tutte quelle occidentali. Qui non siamo più nel campo della legittima pluralità delle opinioni. Qui si entra in una zona più ambigua e più seria, nella quale il confine tra dissenso e complicità intellettuale diventa sottile. Un tempo, forse con maggiore rudezza ma anche con maggiore chiarezza, coloro che parteggiavano per potenze straniere ostili al proprio Paese venivano chiamati collaborazionisti. Oggi il termine appare eccessivo solo perché il linguaggio pubblico si è fatto più timido, più cauto, più incline alle perifrasi. Ma la sostanza resta. Chi, mentre il proprio Paese appartiene a un sistema di alleanze preciso ed è esposto a una sfida strategica altrettanto precisa, lavora per delegittimare costantemente quel campo e per assolvere l’avversario, compie una scelta. Magari non se ne rende conto, magari se ne compiace persino, illudendosi di incarnare una raffinata posizione anticonformista. Ma la scelta resta.

La vicenda di questi giorni, allora, vale più di quanto sembri. Vale non soltanto per la gravità degli insulti rivolti a Giorgia Meloni, che meritavano una risposta netta, ma per ciò che rivela sul clima politico e culturale nel quale siamo immersi. Da un lato c’è una Russia che continua a considerare la propaganda, l’aggressione verbale e la intimidazione simbolica come strumenti ordinari del confronto internazionale. Dall’altro c’è, in Italia, una minoranza rumorosa che ancora si ostina a trattare quel mondo come se fosse portatore di una qualche alternativa morale allOccidente, o almeno di una lezione di realismo che noi, presunti decadenti, dovremmo imparare. E invece è vero il contrario. La lezione, semmai, è che le autocrazie non stimano gli equilibristi: li usano, finché servono, e li disprezzano non appena smettono di essere utili. È singolare, per non dire ironico, che proprio coloro che in questi giorni accusano Meloni di aver scelto il campo occidentale siano gli stessi che, fino a ieri, lodavano il camaleontismo come forma suprema della saggezza politica. Ora dovrebbero spiegare perché il loro tanto celebrato opportunismo venga trattato da Mosca non come una virtù, ma come una colpa imperdonabile. Forse perché, nei momenti decisivi, il mondo è meno disponibile dei salotti italiani a lasciarsi incantare dai giochi di equilibrio.

La verità è che uno scontro come quello in corso non consente più funambolismi. Non perché la complessità del reale sia venuta meno, ma perché le crisi storiche costringono a riconoscere gerarchie di priorità. E la prima, per un Paese come l’Italia, è sapere dove sta. Non in un limbo immaginario, non in una neutralità di comodo, non in quella terra di nessuno dove si pensa di poter commerciare con tutti, compiacere tutti e, alla fine, salvarsi sempre. La storia europea insegna che non funziona così. Prima o poi arriva il momento in cui bisogna scegliere se stare dalla parte delle democrazie liberali, con tutti i loro difetti, oppure dalla parte delle autocrazie che di quei difetti si servono per demolire il principio stesso della libertà. Tutto il resto è letteratura minore. O, nel peggiore dei casi, collaborazione mascherata da sofisticazione. Ed è precisamente questo che gli amici italiani di Mosca farebbero bene a ricordare: non c’è nulla di nobile nel prestare il fianco, per convinzione o per vanità, alla propaganda di una potenza che considera l’Italia un bersaglio polemico e l’Europa un nemico strategico. Cercare un padrone abbastanza forte da sembrare invincibile è una tentazione che si presenta con il volto della prudenza e finisce regolarmente per somigliare alla resa.

(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza

Aggiornato il 22 aprile 2026 alle ore 10:04