Essere a ogni costo all’avanguardia conviene sempre? La risposta sta nei difetti congeniti che comporta nel mondo l’essere Avanguardia (tech, in questo caso). Da un lato, stare di molto avanti a tutti significa ritrovarsi da soli, il che fa comodo nei settori commerciali potendo vendere sul mercato beni di punta che nessun altro fornitore è in grado di offrire. Ma spesso la stessa cosa non vale per le conseguenze politico-sociali ed economiche che tale vantaggio comporta. Infatti, chi scopre prima una determinata innovazione deve mettere in conto di sperimentare rimedi del tutto nuovi e inediti, per correggere le cose che non vanno e che sono diretta conseguenza di quella tecnologica d’avanguardia. Così, proprio la Cina, che ha puntato tutto sulla supremazia tecnologico-digitale sul resto del mondo, si trova confrontata all’impatto devastante che i sistemi evoluti di Intelligenza artificiali (“Ia”, in italiano, o “Ai” in inglese) hanno sui livelli occupazionali tradizionali, resi obsoleti e superflui dall’elevato tasso di numerizzazione delle operazioni necessarie. Chiunque abbia visitato una fabbrica interamente automatizzata, ha sperimentato fin troppo bene la drammatica assenza di voci e passi umani, nonché il buio totale e sistematico che contraddistingue gli interni di lavoro della fabbrica, che gira senza interruzione 24h su 24h e non ha bisogno di illuminazione interna per controllare le varie fasi del lavoro, né ovviamente necessita di fisiologiche “pause pranzo” o visite alla toilette. Volendo divertirsi, si possono fare conti a spanne sugli enormi risparmi sistemici direttamente derivanti da questa eliminazione fisica della componente umana, soprattutto in Paesi che vantano più un miliardo e mezzo di abitanti.
Seguendo l’interessante resoconto di The Economist, analizziamo quanto è accaduto recentemente in Cina, quando parecchie centinaia di persone si sono messe in fila fuori dalla sede centrale di Tencent, un gigante dell’informatica, per installare il nuovo prodotto di intelligenza artificiale denominato OpenClaw. Vediamo, innanzitutto di che cosa si tratta: l’applicativo open-source costituisce oggi quanto di meglio ci sia sul mercato cinese dell’Ia, ma la sua diffusione di massa, presso (diciamo così) l’inclita e l’incolto ha le sue belle controindicazioni, dato che l’utilizzo da parte di anime non troppo esperte può comportare notevoli danni per i suoi utilizzatori. Come quelli di vedersi cancellate le proprie banche dati, o di essere più che un Cavallo di Troia per hacker esperti in grado di copiare i contenuti di tutti i dispositivi digitali in cui è installato o collegato OpenClaw. Tanto è vero che, per controreazione, sono nate come funghi piccole aziende informatiche che disinstallano a pagamento l’applicativo incriminato! Per cui le solite autorità del Grande fratello, che tutto vede e provvede, si sono particolarmente allarmate perché hanno capito che più i modelli di Ia evolvono, maggiori sono i rischi per la cybersecurity e, soprattutto, per la distruzione sistematica di milioni di posti di lavoro a rischio. Quindi, poiché il Grande timoniere del XXI secolo Xi Jinping aveva già solennemente dichiarato fin dal 2017 che la tecnologia doveva essere sempre “sotto controllo” (s’intende, del Partito comunista cinese, o Pcc), nel senso che la produzione autoctona doveva obbedire ai principi e alle regole fissate dalle autorità e dal Governo.
Detto fatto: quando nel 2022 è apparsa ChatGpt, subito è scattata la forbice della censura, perché sia mai che una chatbox faccia commenti disdicevoli e indigesti sulla leadership (assolutista) cinese! Così, da qualche anno a questa parte le aziende informatiche sono obbligate a registrare i loro algoritmi presso enti governativi specializzati, che li sottopongono a test minuziosi in merito a liste sempre più lunghe di parole e frasi proibite. Ma c’è anche qualcosa di buono in questa censura preventiva, dato che le nuove regole fanno divieto ai sistemi di incoraggiare pratiche autolesioniste o la dipendenza emotiva da quelli che vengono definiti “Ai-fidanzati” (Ai-boyfriends). E poiché tutto l’Algoworld è sempre più Paese, in Cina come in Usa le autorità governative sono sempre più in difficoltà a dover contare sullo sviluppo tecnologico prodotto da aziende private, rispetto alle quali è sempre più chiara la dipendenza futura dello stesso potere politico. La lite tra Donald Trump e Pete Hegseth, da una parte, e Anthropic Claude dall’altra ha già dato ampia prova di quello che ci aspetta. Così, mentre mega aziende cinesi come Tencent, Alibaba e Bytedance tendono a fare sempre più denaro vendendo i loro modelli di Ai a centinaia di milioni di consumatori, il Pcc tende a rivolgersi ad accademici di sua fiducia in servizio presso le maggiori università del Paese, per capire da loro come possono imbrigliare le attività ideologicamente scomode di questi giganti digitali. Ad avere profondi legami con il Governo cinese per questo tipo di supervisione, è Z.ai, una delle principali start-up cinesi di intelligenza artificiale, fondata da Jie Tang della Tsinghua University di Pechino. Fa eccezione a questo tipo di controlli DeepSeek (versione molto più economica ed efficiente di ChatGpt), gratificata dal regime per aver battuto i mostri sacri della Silicon Valley. Altri protagonisti cinesi del settore (che conservano un profilo basso per non vedersi tagliare le ali dai censori governativi), come Yan Junjie, fondatore di Minimax, e Yang Zhilin, patron di MoonshotAi sono stati invitati di recente ad avere un colloquio con il primo ministro, Li Qiang, al fine di illustrare gli aspetti economici delle loro imprese.
Tutti gli attori citati godono del sostegno governativo, ma il loro successo può avere serie conseguenze per il Partito unico al potere dal 1949. Anche perché recenti sondaggi in Cina hanno registrato il crescente timore e disagio dei lavoratori (passato dal 49 per cento del 2024 al 59 per cento nel 2025) che temono che l’Ia possa rimpiazzarli sui loro posti di lavoro, creando un allarme diffuso che potrebbe resuscitare dal letargo anestetizzato della sua componente sindacale di massa, provocando proteste simili a quelle registrate in epoca Covid. Mood popolare immediatamente colto da Xi, che ha parlato pubblicamente di “problemi di sicurezza”, per la perdita politica di controllo sulle frontiere dell’Ai. Un settore in piena tormenta, ad esempio, è quello dei robotaxi (una panne ne ha bloccati di recente centinaia lungo le strade per non meno di due ore!), mentre l’Ai va incidere ancora più negativamente sul già elevato tasso di disoccupazione (pari al 16 per cento) giovanile, e sulla decrescita dei salari, provocando una sorta di ansia da carriera nei ceti popolari. Allora, meglio correre normativamente ai ripari, vietando alle imprese di licenziare i lavoratori nelle aziende che grazie all’Ai hanno notevolmente aumentato i loro profitti, e che pertanto hanno il dovere di garantire la protezione sociale di chi lavora nelle loro organizzazioni. Figuriamoci come si debbono sentire gli autocrati cinesi del Pcc, sapendo che l’America ha sviluppato grazie ad Anthropic un Ai in grado di perforare le attuali barriere cinesi di cybersecurity! Ma come la mettiamo con sfida di vincere a ogni costo la gara sull’Ai, superando gli Usa, perché per Pechino si tratta di una questione di “vita o di morte”? Ci si chiude a riccio o ci si apre? Questo il dubbio amletico di Xi e soci!
Aggiornato il 22 aprile 2026 alle ore 11:03
