Hormuz per tutti: la Cina in campo

Canali aperti? Tutti, tranne Hormuz, anche se dopo mezzo secolo gli ultra nemici americani e iraniani hanno varcato per la prima volta la soglia comune del dialogo, per graziosa intercessione di uno Stato “sunnita” e nuclearizzato, il Pakistan, che non fa per nulla paura al suo arcinemico storico indiano (induista), che di missili nucleari balistici ne ha dieci volte più di lui. Il che, per inciso, dimostra un teorema che tutti vogliono scongiurare: se l’Iran (sciita) dovesse avere presto la sua agognata atomica, in meno che non si dica i ricchissimi Stati (sunniti) petroliferi del Golfo passerebbero da potenze convenzionali a nucleari, con l’aiuto interessato di Israele, che ha da più di mezzo secolo un suo arsenale nascosto di centinaia di ordigni atomici. Per di più, un fatto accessorio all’attuale guerra Iran-Usa si sta dimostrando di grandissimo interesse: l’entrata in guerra “virtuale” dell’Ucraina accanto a emirati e monarchie del Golfo, grazie alla fornitura di tecnologie avanzate di droni-antidroni, frutto della sua imponente e modernissima industria degli armamenti home-made. Del resto, non è forse vero che “l’amico (Iran) del mio nemico (Russia) è mio nemico”? Così, un altro teorema si è auto-dimostrato: la difesa armata dell’imbelle Europa passa per l’Ucraina a Est e per la Turchia sul fronte mediorientale, dato che entrambi possiedono i più forti eserciti continentali (che vogliono e sanno usare) e hanno esperienze dirette del campo di battaglia: il fronte russo, per Kiev; quello libico e siriano per Ankara.

Interessante è anche la risposta, tipo “a matto matto doppio” che Donald Trump ha pensato bene di dare ai pasdaran: o passano a Hormuz le navi di tutti, o non ne passa nessuna, comprese le petroliere iraniane. E nemmeno quelle cinesi. Il che equivale sì a far salire il petrolio oltre i 120 dollari al barile, ma anche, contemporaneamente, ad asfissiare l’economia dei pasdaran, che perderebbero 500 milioni di dollari al giorno, con la prospettiva concreta di qui a due mesi di veder saltare in aria il regime per le inevitabili, oceaniche proteste popolari. Ma, oltre i sessanta giorni, in ginocchio ci sarebbe anche la gigantesca macchina produttiva cinese export-oriented, cosa che procurerebbe immensi guai (come si può ben immaginare) al capital-comunismo di Pechino. Sarebbe bene, pertanto, che i Paesi europei dotati di marinerie di tutto rispetto, facessero capire a Teheran che la chiusura di Hormuz li costringerebbe inevitabilmente ad agire, collegandosi così agli altri apparati bellici degli Stati del Golfo, per garantire la libertà di navigazione. Intanto, prosegue il dialogo tra sordi. Ai 15 punti di accordo proposti dagli Stati Uniti l’Iran ne contrappone dieci, vantandosi come se avesse battuto sul campo gli americani, oltre a fingere di non essere uscita militarmente devastata con le infrastrutture quasi interamente da ricostruire. Perseguendo nella sua cieca follia, pertanto, Teheran chiede agli Usa nientemeno che le seguenti cose, che renderebbero la sua posizione ancora più forte di quella che era prima della guerra.

In primo luogo, garanzie di non aggressione sia per la Repubblica islamica che per i suoi proxy, seguite dalla richiesta di ritiro delle forze americane dal Golfo e dal riconoscimento sia del diritto di arricchimento dell’uranio, sia della sua sovranità su Hormuz; per terminare con la rimozione delle sanzioni primarie e secondarie. Ma non vi sembra di sentire il grido di vendetta di 40mila poveri giovani iraniani massacrati dal regime per aver chiesto “libertà”? Certo, von Clausewitz aveva ragione: chi tiene duro fino all’ultimo quarto d’ora la spunta. Ma qui Trump, oltre alle mid-term a casa sua, deve vedersela con un conflitto asimmetrico, il cui postulato è il seguente: il forte perde se non vince, mentre il debole vince se non perde. Ma se la resa è di fatto impossibile per l’uno come per l’altro (anche perché America e Israele hanno stravinto militarmente la guerra, con il pieno controllo dei cieli iraniani, ma non hanno costretto alla resa il regime), allora non resta che invocare una finta vittoria per parte! Soluzione perfetta, di cui però restano da trovare i contenuti! Paradossalmente, la guerra ha prodotto un cambio di regime alla rovescia in Iran: dal comando dei religiosi, si è passati alla dittatura militare dei pretoriani dei religiosi. Più affini allo scontro militare puro e duro, quindi, piuttosto che alla mediazione per l’avvio di serie trattative di pace. Per di più, a meno di non andare fino in fondo con la guerra, se Trump dovesse cercare una via di uscita in questa situazione, sarebbe bene che tenesse conto di quanto l’America ha “già” perso sia sul piano dell’immagine, che su quello dei contenuti.

Sul primo aspetto, non aver evitato il blocco di Hormuz da parte di Pentagono e Cia ha significato una perdita di credibilità degli Stati Uniti nei confronti dei Paesi del Golfo, “protegés” storici di Washington. La guerra, infatti, ha rimesso in discussione sia il loro modello di sviluppo che l’ambizione di divenire l’hub tecnologico del XXI secolo, per i costi bassissimi dell’energia che sarebbero riusciti a garantire ai centri di calcolo energivori dei cloud globali. L’unico, chiaro vantaggio è la convinzione di tutti gli attori locali nemici dell’Iran, di trovare rapidamente strade alternative (con la costruzione di nuovi oleodotti) per bypassare il collo di bottiglia di Hormuz. Ed ecco perché tutti debbono ormai coalizzarsi per la riapertura dello stretto di Hormuz, che oggi rappresenta l’unica immensa leva di ricatto globale nelle mani di Teheran. Ma tenuto conto che la Cina, il più grande alleato dell’Iran, ha soli quattro mesi di autonomia per le riserve strategiche di petrolio, varrebbe la pena ritornare alle domeniche a piedi e alla restrizione drastica degli spostamenti in città, per vincere questa terribile battaglia del ricatto, provocando così l’implosione e l’auto combustione del regime islamico iraniano. Certo, se poi si sospendesse per tutto il tempo necessario l’embargo europeo sul petrolio russo, continuando a sostenere l’Ucraina, allora veramente Teheran avrebbe perso. Perché è del tutto evidente che se vogliamo tenere duro su Hormuz, dobbiamo inevitabilmente aprire alle forniture russe. Tertium non datur!

Aggiornato il 17 aprile 2026 alle ore 10:54