Onu e doppio standard

La Risoluzione 2.817 condanna solo lIran. LItalia può promuovere una leadership europea per fermare la spirale dellescalation.

Al Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite si è compiuta l’ennesima distorsione del diritto internazionale subordinandolo agli interessi geopolitici di alcune potenze regionali e globali. Su iniziativa del Bahrein, che ha agito a nome del Consiglio dei Paesi del Golfo, è stata approvata la Risoluzione 2.817 che condanna esclusivamente gli attacchi iraniani, ignorando del tutto le controverse “azioni preventive” condotte dagli Stati Uniti e da Israele, che tra l’altro hanno provocato più di 1.300 vittime civili, tra cui numerosi bambini. La vicenda è emblematica: i Paesi del Golfo hanno saputo guidare l’agenda del Consiglio di sicurezza, dimostrando come le petromonarchie possano condizionare le decisioni delle Nazioni unite strumentalizzando i principi del diritto internazionale, letti nella solita modalità del “doppio standard”. L’Onu, pur essendo l’istituzione internazionale per eccellenza, se non viene riformata rimane vulnerabile alla pressione della geopolitica delle potenze ed è sempre più incapace di applicare equamente i principi fondamentali del diritto internazionale: l’Italia e l’Europa dovrebbero cominciare a riflettere su questo seriamente, e correre ai rimedi al più presto.

È interessante ragionare sulla dinamica dei voti: Cina e Russia alleati dell’Iran si sono astenuti, evitando di usare il veto e dimostrando prudenza nei confronti dei Paesi del Golfo e degli Stati Uniti. Tutti favorevoli i restanti 13 votanti: la rappresentanza europea con Francia, Regno Unito, Danimarca, Grecia e Lettonia; l’Asia e il Medio Oriente rappresentati da Pakistan e Bahrein; l’Africa con Somalia, Repubblica democratica del Congo e Liberia; le Americhe con Colombia, Panama e gli Stati Uniti, regista alla presidenza di turno. La geografia mostra chiaramente che i voti non riflettono principi giuridici universali, ma solo chiari interessi strategici ed economici. Il testo della Risoluzione dichiara il sostegno all’integrità territoriale dei Paesi del Golfo e condanna “fermamente” gli attacchi iraniani, definiti una “grave violazione del diritto internazionale e una minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale”. Tuttavia, non vi è alcun cenno ai bombardamenti statunitensi e israeliani, nonostante giuristi di tutto il mondo e l’American society of international law abbiano condannato la “guerra preventiva” di Usa e Israele in assenza di qualsiasi “attacco imminente” dell’Iran. Questo silenzio selettivo trasforma quello che dovrebbe essere un atto giuridico imparziale in una valutazione “politica” abnorme rispetto al diritto, che così è ancora piegato solo al volere di chi detiene più potere economico e militare.

Dal punto di vista giuridico, le regole sono chiare. L’articolo 2 (4) della Carta delle Nazioni unite vieta l’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di un altro Stato, salvo legittima difesa o autorizzazione del Consiglio di sicurezza. Gli attacchi preventivi, come quelli statunitensi e israeliani, non trovano alcun fondamento nel diritto internazionale. Al contrario, l’Iran ha avuto il diritto di reagire dopo essere stato attaccato. Ignorare questo principio significa trasformare la norma giuridica in strumento di politica selettiva. La Risoluzione presenta anche altri problemi sostanziali: non fa esplicito riferimento al Capitolo VII della Carta Onu, necessario per rendere vincolante una decisione del Consiglio, e ha consentito agli Stati Uniti – parte attiva nel conflitto – di votare la condanna del loro avversario: è come se una delle parti di una controversia fosse chiamata a decidere come giudice della stessa. L’articolo 27, paragrafo 3, della Carta prescrive che chi è direttamente coinvolto in una controversia debba astenersi dal voto se la Risoluzione è emanata in forza del Capitolo VI. Questa ambiguità accentua le domande sulla legittimità e sull’effettività vincolante della Risoluzione. Anche qui vale il doppio standard: per gli Usa non era vincolante la Risoluzione 2.728 del marzo 2024, che disponeva l’immediata cessazione del fuoco a Gaza.

La Corte internazionale di giustizia, già adita dall’Iran, sarà chiamata a dirimere questi aspetti e un altro tema cruciale. Dovrà valutare l’interpretazione dello ius ad bellum, distinguendo tra guerra preventiva illegittima e legittima difesa, e il conflitto di interessi rappresentato dalla partecipazione al voto di un membro permanente direttamente coinvolto. La credibilità e l’imparzialità del diritto internazionale saranno in gioco in quella pronuncia, che nell’urgenza della crisi potrebbe essere anticipato anche da un ordine provvisorio di cessate il fuoco stavolta per tutte le parti. Nel frattempo, il cosiddetto “piano dei 15 punti” degli Stati Uniti rischia di aggravare ulteriormente la crisi. La minaccia di invio di truppe nello stretto di Hormuz e le manovre unilaterali degli Stati Uniti lo inficiano a monte: la Convenzione di Vienna sui trattati stabilisce che un accordo imposto con la minaccia o l’uso della forza è nullo. In questo contesto, le iniziative statunitensi rischiano di violare norme chiare e consolidate del diritto internazionale.

Qui l’Italia può assumere un ruolo per proporre una nuova linea europea di de-escalation, basata su dialogo e mediazione per recuperare la “parte buona” delle Nazioni unite: quella di un multilateralismo autentico e credibile perché basato realmente sui principi universali del diritto internazionale, senza ipocrisie e doppi standard. Una strategia italiana ed europea dovrebbe prevedere una Risoluzione centrata su tre passaggi:

1) Il cessate il fuoco per tutte le parti coinvolte, designando un nucleo qualificato di negoziatori per guidare il processo di de-escalation;

2) Verifiche ispettive urgenti dell’Aiea, l’agenzia specializzata delle Nazioni unite sul nucleare, affidandosi alla sua mediazione imparziale;

3) Per fermare la repressione interna in Iran, definire un programma di interventi del Comitato per i diritti umani delle Nazioni unite per riaffermare gli standard universali dei diritti fondamentali.

L’Italia può dare un contributo nel costruire una leadership europea chiara, trasformando l’Europa da spettatrice passiva a protagonista di una diplomazia assertiva. Questo ruolo non è solo politico, ma morale. Occorre adoperarsi perché la pace internazionale non può basarsi sull’imposizione dei più forti, destinata solo ad alimentare nuovi risentimenti, ma deve reggersi sulla coerenza, sul dialogo e sullo Stato di diritto: sono questi i principi dell’ordine internazionale liberale.

(*) Membro dellInternational Law Association

Aggiornato il 30 marzo 2026 alle ore 09:59