Il caso Larijani: Kant in Iran

Žižek, la fede pratica e il dovere senza sapere

Il 17 marzo 2026 Ali Larijani, segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale dell’Iran, è stato ucciso in un raid aereo israeliano alla periferia di Teheran, insieme al figlio Morteza e a diversi collaboratori. La cronaca ha registrato con una certa sorpresa un dettaglio: Larijani era un filosofo. Dottorato in filosofia occidentale all’Università di Teheran, tre libri su Immanuel Kant dedicati al metodo matematico, alla metafisica e alle scienze esatte, all’intuizione e ai giudizi sintetici a priori. Otto giorni prima della sua morte, il 9 marzo, Slavoj Žižek aveva pubblicato un articolo intitolato Iran from Heidegger to Kant, nel quale Larijani compariva come caso emblematico di una tesi tanto suggestiva quanto discutibile. Žižek parte da una constatazione: “Il circolo interno iraniano mantiene un livello incredibilmente alto di dibattito intellettuale: non sono semplici brutalisti corrotti”. Ricostruisce una genealogia filosofica che va dall’heideggerismo islamico di Fardid al dialogo habermasiano di Khatami, fino ad arrivare a Larijani, “che per decenni fu il volto calmo e pragmatico dell’establishment iraniano” e che “negoziò accordi nucleari con lOccidente”. Ma dopo l’assassinio di Khamenei, il 28 febbraio, il tono di Larijani “cambiò irrevocabilmente”: apparso in televisione, lanciò un messaggio di fuoco in cui prometteva di bruciare i cuori” degli americani e dei sionisti. Per Žižek, questa trasformazione ha una radice filosofica precisa: Larijani ha studiato solo “gli aspetti scientifico-cognitivi del pensiero di Kant, non la sua filosofia pratica”.

È nella filosofia pratica di Kant che Žižek individua l’antidoto mancante. Letica kantiana dellautonomia della volontà, argomenta, non è unetica cognitiva”, un’etica del riconoscere e seguire la Legge morale che è già data”. La critica standard all’imperativo categorico è che esso sia formalmente indeterminato: “La Legge morale non mi dice quale sia il mio dovere; mi dice semplicemente che devo compiere il mio dovere, e così lascia lo spazio aperto a un vuoto volontarismo”. Ma per Žižek questa indeterminatezza è il nucleo stesso della libertà: “Non è possibile derivare le norme concrete che devo seguire nella mia situazione specifica dalla Legge morale stessa, il che significa che il soggetto stesso deve assumersi la responsabilità di tradurre l’ingiunzione astratta della Legge morale in una serie di obblighi concreti”. L’autonomia kantiana è dunque radicale: “Sono pienamente responsabile non solo di compiere il mio dovere, ma anche di determinare quale sia il mio dovere”.

È da qui che Žižek rovescia la lettura arendtiana di Adolf Eichmann. Hannah Arendt “sbagliava quando accettò l’autocaratterizzazione di Eichmann come kantiano che semplicemente seguiva l’imperativo categorico e definiva il proprio dovere come obbedienza agli ordini di Adolf Hitler”. Il vero Kant proibisce esattamente questa mossa: “Lo scopo dell’enfasi di Kant sulla piena autonomia e responsabilità morale del soggetto è precisamente impedire qualsiasi manovra di questo tipo, che scarichi la colpa su qualche figura del grande Altro”. Žižek capovolge così il motto kantiano Du kannst, denn du sollst nel suo rovescio perturbante: accanto al consueto “non c’è scusa per non compiere il proprio dovere”, Kant porrebbe implicitamente la sua inversione: “Non c’è scusa per compiere il proprio dovere”.

Il riferimento al dovere come giustificazione è già ipocrisia. La conclusione di Žižek è che “ciò che sembra mancare nel pensiero iraniano vicino al regime non è il liberalismo occidentale, bensì lautonomia radicale del soggetto che, contrariamente a quanto ci aspetteremmo, fonda un’etica molto rigorosa e severa”. Se Larijani avesse frequentato non solo il Kant della ragion pura e delle scienze esatte, ma anche quello della ragion pratica, avrebbe forse avuto gli strumenti per resistere alla pressione della necessità storica e non trasformare la violenza subita in alibi per la violenza inflitta. Lattacco americano-israeliano, conclude Žižek, “ha trasformato i moderati del regime come Larijani in fanatici sanguinari, quasi altrettanto malvagi di Netanyahu e Katz”.

L’argomento è brillante, e tuttavia si regge su un presupposto che Žižek non esamina: che l’autonomia kantiana sia davvero ciò che egli pretende, cioè un fondamento solido, una roccia contro la quale l’eteronomia si infrange. Il problema è che questa roccia, a guardarla con rigore, non c’è: o meglio, non è una roccia, è un atto di fede. Kant lo sapeva perfettamente, e lo dichiarò con una franchezza che dovrebbe far riflettere chi lo invoca come antidoto all’autoritarismo. Il punto di partenza è la libertà. Nella Critica della ragion pratica, Kant ammette che la libertà del volere non è un dato dell’esperienza né una verità dimostrabile dalla ragion pura: la prima Critica l’ha relegata tra le idee della ragione, oggetti che il pensiero può pensare, ma non conoscere. Eppure la libertà è la condizione stessa dell’etica: senza di essa, l’imperativo categorico sarebbe vuoto, perché non si può comandare il dovere a un essere che non è libero di scegliere. Kant risolve il problema con una mossa che è tanto celebre quanto filosoficamente problematica: la legge morale, scrive, è un “fatto della ragione”, un Faktum der Vernunft che non si deduce da nulla e che la ragione ci impone come immediatamente evidente; e la libertà è la sua ratio essendi, la condizione che ne rende possibile l’esistenza, così come la legge morale è la ratio cognoscendi della libertà, ciò che ce ne rivela la realtà. Detto altrimenti: non sappiamo di essere liberi, ma la legge morale ci impone di credere che siamo liberi, e noi dobbiamo crederlo perché senza questa fede l’intero edificio etico crolla.

La libertà non è oggetto di conoscenza: è oggetto di una fede che Kant chiama “razionale”, ma che resta pur sempre fede. E lo stesso vale per gli altri postulati della ragion pratica, l’immortalità dell’anima e l’esistenza di Dio, che Kant stesso fonda non su un “so” ma su un “voglio”: “L’uomo onesto può ben dire: io voglio che vi sia un Dio; che la mia esistenza in questo mondo, anche fuori della connessione naturale, sia ancora un’esistenza in un mondo puro dell’intelletto; e finalmente, anche che la mia durata sia senza fine; io persisto in ciò e non mi lascio togliere questa fede”. È proprio qui che la lettura di Žižek rivela la sua insufficienza. Egli celebra l’indeterminatezza formale dell’imperativo categorico come il luogo della responsabilità radicale del soggetto: poiché la legge morale non prescrive contenuti, ma solo la forma universale del dovere, il soggetto è “pienamente responsabile non solo di compiere il proprio dovere, ma anche di determinare quale sia il mio dovere”. Ma Žižek non si chiede su che cosa poggi, in ultima istanza, questa responsabilità. Se il fondamento dell’agire morale non è un sapere, ma un credere, se la stessa libertà su cui lautonomia si regge è un postulato e non una verità incontrovertibile, allora il soggetto autonomo kantiano non è colui che sa ciò che deve fare e se ne assume la responsabilità: è colui che crede, e che sulla base di questa fede riempie il vuoto formale della legge morale con un contenuto che nessuna istanza di verità può controllare. Lautonomia non è il contrario dellarbitrarietà: ne è, al di là delle intenzioni dello stesso Kant, la forma filosoficamente più elaborata. La volontà decide che cosa credere, e la fede pratica consegna alla volontà ciò che il sapere le nega. L’imperativo categorico, nella sua purezza formale, si offre a qualunque contenuto che la volontà, attraverso la fede, decida di porgli.

Žižek ha perfettamente ragione nel dire che Eichmann non era un kantiano, perché Eichmann scaricava la responsabilità su un ordine esterno. Ma non è sufficiente rovesciare la mossa di Eichmann per ottenere la libertà autentica. Si può benissimo essere “autonomi” nel senso kantiano, cioè darsi da sé la propria legge morale sulla base della fede pratica, e approdare a conseguenze non meno terribili: non perché si obbedisce a un padrone esterno, ma perché il fondamento interiore su cui si poggia non ha la solidità del sapere. Credere non è sapere. E un’etica fondata sul credere è un’etica che può giustificare qualunque cosa, non perché il soggetto sia in malafede, ma precisamente perché è in buona fede: crede con tutta la forza della ragion pratica in ciò che la ragion pura non potrà mai verificare.

Il caso di Larijani illustra questa dinamica in modo più profondo di quanto Žižek non sospetti. Non è vero che a Larijani mancasse il Kant pratico come antidoto: è che il Kant pratico non è un antidoto. La fede pratica è compatibile tanto con il pragmatismo quanto con il fanatismo, perché entrambi sono modi di riempire il vuoto formale della legge morale con contenuti che derivano non dal sapere, ma dal credere. Il passaggio dal Larijani diplomatico al Larijani che promette di “bruciare i cuori” degli americani e dei sionisti non è il passaggio dall’autonomia all’eteronomia: è il passaggio da un contenuto di fede a un altro, all’interno dello stesso quadro kantiano dell’autonomia del soggetto. La guerra non ha tolto a Larijani l’autonomia: gli ha fornito una nuova direzione del credere.

Ed è proprio la vicenda di Larijani, conclusasi il 17 marzo con la sua uccisione insieme al figlio in un raid israeliano, a mostrare con tragica chiarezza dove conduce una fede che si presenta come razionale ma che resta, nella sua struttura, indistinguibile da qualsiasi altra fede. Lo studioso di Kant che negoziava accordi nucleari e il fanatico che giurava vendetta erano lo stesso uomo, e non per debolezza di carattere o per insufficienza filosofica, ma perché l’etica in cui si muoveva, quella kantiana, non dispone di alcuno strumento per discriminare tra i contenuti che la volontà, attraverso la fede pratica, pone come oggetto del proprio dovere. Il fanatismo non è il tradimento dellautonomia: ne è una possibilità sempre aperta, inscritta nella struttura stessa di un’etica che fonda la libertà su un credere anziché su un sapere. Finché la filosofia occidentale non troverà il coraggio di guardare in faccia questa struttura e di chiamarla con il suo nome, continuerà a offrire antidoti che sono, in realtà, forme più raffinate del veleno che pretendono di curare.

Aggiornato il 23 marzo 2026 alle ore 10:48