La tolleranza asimmetrica nel Regno Unito e nelle democrazie occidentali

Un piccolo ristorante di quartiere a Londra difficilmente dovrebbe diventare un caso politico nazionale. Eppure la vicenda di Harman Singh Kapoor, ristoratore sikh che, per ragioni religiose, ha scelto di non servire carne halal, ha assunto nel giro di pochi giorni il valore di un simbolo. Non perché sia la prima controversia legata alle pratiche alimentari religiose, ma perché sembra condensare molte delle tensioni ideologiche che attraversano oggi il Regno Unito: libertà economica, identità culturale, pressione comunitaria e ruolo dello Stato. Kapoor gestiva da anni il ristorante Rangrez a Londra. Come molti sikh osservanti, aveva deciso di servire esclusivamente carne jhatka, macellata secondo il rito tradizionale della sua religione, e di non proporre carne halal. Non si trattava di un gesto polemico verso l’Islam, ma di una scelta coerente con una tradizione religiosa distinta. Per anni la cosa non aveva creato grandi problemi. Negli ultimi tempi però la decisione di esporre un cartello in cui si dichiarava “proudly non-halal” ha provocato proteste, campagne di boicottaggio e, secondo le sue stesse denunce, anche minacce e aggressioni.

La situazione è precipitata quando Kapoor ha pubblicato sui social alcuni video in cui mostrava un kirpan, il pugnale rituale che i sikh portano come simbolo religioso. Nei video affermava di voler difendere la propria famiglia e il proprio locale. La polizia ha interpretato quelle immagini come una possibile minaccia e lo ha arrestato. Il ristorante, aperto da sedici anni, ha chiuso. A prima vista, il caso sembra riguardare soltanto l’ordine pubblico. Ma per molti osservatori la questione è più ampia. Se un ristoratore può essere sottoposto a una pressione sociale così forte da essere costretto a chiudere la propria attività per una scelta alimentare coerente con la propria religione, allora il problema non è più soltanto commerciale. Diventa politica e culturale. Negli ultimi decenni il Regno Unito ha costruito la propria identità pubblica su una particolare interpretazione del multiculturalismo. L’idea di fondo era che comunità diverse potessero convivere mantenendo le proprie tradizioni. Ma questo equilibrio funziona soltanto finché nessuna comunità tenta di imporre le proprie norme agli altri. Quando una pratica religiosa, come per esempio il consumo di carne halal, diventa una richiesta sociale generalizzata, il multiculturalismo si trasforma in qualcosa di diverso: una competizione tra sistemi normativi paralleli. È qui che possono emergere i tratti di un’egemonia culturale che propone un compromesso sistematico tra la pressione religiosa della comunità islamica e l’apparato regolatorio statale. Da una parte vi sono gruppi organizzati che chiedono conformità culturale alla propria religione; dall’altra, istituzioni pubbliche sempre più inclini a intervenire per evitare conflitti sociali, anche a costo di comprimere la libertà individuale. Il risultato paradossale è che lo Stato finisce per intervenire non contro chi esercita pressioni, ma contro chi tenta di resistervi.

Kapoor non è stato arrestato per aver rifiutato la carne halal, ma il fatto che sia stato lui – e non i suoi contestatori – a finire sotto indagine rafforza la percezione di un sistema in cui la responsabilità ricade sempre più frequentemente su chi difende la propria autonomia. Il fenomeno non riguarda soltanto il settore alimentare. Negli ultimi anni nel Regno Unito si sono moltiplicati casi in cui istituzioni pubbliche, università o imprese private hanno modificato regolamenti e comportamenti per evitare accuse di discriminazione religiosa o culturale. In molti contesti questo processo ha prodotto un clima di autocensura preventiva: si preferisce adattarsi alle richieste più insistenti piuttosto che affrontare una controversia pubblica. La questione diventa allora più ampia: fino a che punto una società liberale può tollerare la pressione normativa delle comunità islamiche senza compromettere la libertà dei singoli? Il principio liberale classico è semplice: ognuno deve essere libero di seguire la propria religione, ma nessuno può imporla agli altri. Quando questo equilibrio si rompe, il multiculturalismo smette di essere pluralismo e si trasforma in un’egemonia culturale di stampo illiberale. Il caso Kapoor non dimostra da solo l’esistenza di una trasformazione sistemica del Regno Unito, ma per molti rappresenta un segnale inquietante.

Un piccolo imprenditore che per sedici anni ha gestito il proprio ristorante secondo le tradizioni della sua religione si ritrova isolato, contestato e infine arrestato mentre cerca di rivendicare il proprio diritto all’autodifesa esibendo un simbolo della sua fede in un locale da lui gestito. È difficile immaginare un esempio più chiaro di come una società possa lentamente scivolare in un tipo di conformismo culturale e politico che equipara la tolleranza e il rispetto alla tolleranza e al rispetto verso chi non è abitualmente né tollerante né rispettoso verso altre minoranze culturali e religiose. E spesso questo slittamento non avviene attraverso leggi spettacolari o rivoluzioni politiche, ma attraverso episodi apparentemente minori, piccoli casi locali che rivelano però mutamenti più profondi. In questo senso, la vicenda del ristorante Rangrez non riguarda soltanto un quartiere di Londra o un problema d’integrazione d’immigrati diversi, ma è una lente attraverso cui si fanno strada domande che percorrono ormai tutta l’Europa e più in generale la civiltà democratica nel suo insieme: quanto spazio resta, nelle società occidentali contemporanee, per la libertà di dire semplicemente di no a ogni forma d’intolleranza? È corretto parlare di multiculturalismo quando questo implica una sostanziale asimmetria nel rispetto reciproco dei diritti di individui e comunità diverse?

In realtà, tolleranza e accoglienza con chi appartiene a culture diverse e professa religioni tolleranti e accoglienti è perfettamente in linea con i valori di una società liberaldemocratica, ma l’essere tolleranti e accoglienti con religioni e culture che non condividono questi valori dove hanno il potere di non farlo può significare soltanto che si sta subdolamente cercando di farsi complici della loro visione del mondo integralista, illiberale e teocratica. Per questo motivo, il dibattito sul multiculturalismo nel Regno Unito è oggi molto più acceso di quanto non fosse vent’anni fa. Non si discute più soltanto di integrazione o di diversità culturale, ma ci si confronta e talora ci si scontra su una questione cruciale: può una società liberale sopravvivere se rinuncia a difendere i propri principi? Una simile rinuncia può infatti nascondersi dietro il proposito apparentemente liberale e democratico di trattare nello stesso modo minoranze e maggioranze, di qualsiasi natura esse siano. Il piccolo ristorante di Harman Singh Kapoor rappresenta però il riflesso di una tensione profonda tra due modelli di convivenza: uno fondato sulla libertà individuale e uno fondato sulla pressione normativa delle comunità. E il problema, come spesso accade nella storia delle società liberali, non è che la libertà corra il rischio di essere abolita all’improvviso: è che venga lentamente erosa caso dopo caso, finché un giorno ci si accorge che difendere una semplice scelta personale è diventato un atto di resistenza.

Aggiornato il 16 marzo 2026 alle ore 12:47