Il 5 febbraio si è chiusa una stagione della sicurezza internazionale: con la scadenza della New Strategic Arms Reduction Treaty (New Start), l’ultimo trattato di controllo degli armamenti nucleari tra Stati Uniti e Russia, il mondo entra in una fase strategica molto più incerta. L’accordo del 2010 limitava il numero di vettori e testate nucleari strategiche dispiegate dalle due principali potenze atomiche, prevedendo verifiche, scambi di dati e ispezioni reciproche. Non si trattava soltanto di limiti quantitativi. Il vero valore del trattato stava nella trasparenza e nella comunicazione strategica: in un sistema dominato dalla deterrenza nucleare, sapere cosa fa l’avversario è spesso la migliore garanzia contro errori di calcolo. La sua fine lascia un vuoto normativo significativo proprio mentre l’ordine internazionale attraversa una delle fasi più turbolente dalla fine della Guerra fredda: la guerra russa contro l’Ucraina, la crescente rivalità tra Stati Uniti e Cina e l’emergere di nuove tecnologie militari stanno ridisegnando il quadro strategico globale.
Il New Start rappresentava l’ultima tappa di un lungo percorso di diplomazia nucleare iniziato negli anni Settanta con i negoziati Salt (Strategic Arms Limitation Talks) tra Washington e Mosca. In piena Guerra fredda, Stati Uniti e Unione Sovietica compresero progressivamente che la stabilità strategica non poteva basarsi soltanto sulla deterrenza, ma anche su regole condivise. Gli accordi Salt e, successivamente, i trattati Start introdussero limiti progressivi agli arsenali nucleari e soprattutto strumenti di verifica reciproca. L’obiettivo era evitare la spirale incontrollata della corsa agli armamenti e garantire un equilibrio fondato sulla cosiddetta “mutua distruzione assicurata”.
Negli anni Novanta, con la dissoluzione dell’Unione Sovietica, questo sistema di controllo sembrò consolidarsi. Tuttavia, il progressivo deterioramento delle relazioni tra Russia e Occidente ha lentamente eroso quell’architettura: prima la fine del trattato sui missili a medio raggio, poi il collasso di altri meccanismi di trasparenza e infine la sospensione russa del New Start nel 2023.
L’invasione russa dell’Ucraina nel 2022 ha segnato un punto di rottura anche nel campo della stabilità nucleare. Il Cremlino ha progressivamente collegato il tema del controllo degli armamenti alla guerra contro Kiev e al confronto con l’Occidente. La sospensione della partecipazione russa al New Start è stata accompagnata da una retorica nucleare sempre più aggressiva, utilizzata come strumento di pressione politica. In realtà, molti analisti ritengono che questa postura sia soprattutto una forma di deterrenza psicologica, finalizzata a scoraggiare un maggiore sostegno occidentale all’Ucraina. Resta però il fatto che, senza meccanismi di verifica e comunicazione regolare, il rischio di incomprensioni strategiche cresce. In un sistema nucleare, l’assenza di trasparenza può trasformare anche incidenti o errori tecnici in potenziali crisi globali.
Il vero cambiamento strutturale non riguarda però soltanto il rapporto tra Washington e Mosca. La grande novità strategica è l’ascesa della Cina come potenza nucleare di primo piano. Pechino sta rapidamente ampliando il proprio arsenale atomico e sta sviluppando una triade nucleare completa ‒ missili terrestri, sottomarini e bombardieri strategici ‒ simile a quella delle due superpotenze storiche.
Con la fine del New Start, cresce la preoccupazione per una possibile nuova corsa agli armamenti nucleari. Negli Stati Uniti il dibattito strategico si sta intensificando: alcuni analisti sostengono la necessità di espandere l’arsenale per mantenere la superiorità nei confronti di Russia e Cina, mentre altri ritengono sufficiente una modernizzazione qualitativa delle forze nucleari. Una corsa agli armamenti, tuttavia, comporta costi enormi anche per la principale potenza mondiale. Programmi di modernizzazione già avviati stanno registrando ritardi e aumenti di spesa significativi, segno che sostenere nel lungo periodo una competizione nucleare su larga scala non è privo di rischi finanziari e politici.
Per questo motivo, una parte della strategia americana continua a puntare sulla negoziazione di nuovi accordi multilaterali che includano anche la Cina. Ma Pechino non sembra avere alcun incentivo immediato a limitare il proprio arsenale prima di aver raggiunto una piena parità strategica con Washington.
La fine del New Start non segna soltanto la crisi di un trattato: rappresenta il sintomo di una trasformazione più profonda dell’ordine internazionale. Il sistema costruito dopo la Guerra fredda ‒ fondato su regole condivise, cooperazione strategica e istituzioni multilaterali ‒ è oggi sottoposto a pressioni senza precedenti. Per le democrazie occidentali la sfida è duplice. Da un lato devono preservare la credibilità della deterrenza nucleare in un mondo più competitivo e multipolare. Dall’altro devono evitare che la competizione strategica degeneri in una nuova corsa incontrollata agli armamenti.
Difendere la sicurezza collettiva senza rinunciare alla diplomazia del controllo degli armamenti sarà uno dei banchi di prova più difficili per l’Occidente nel XXI secolo. Perché la deterrenza può prevenire la guerra, ma solo la cooperazione può impedirne definitivamente la catastrofe.
Aggiornato il 12 marzo 2026 alle ore 10:30
