Le missioni militari italiane Onu sono inutili

Nel corso del tempo diverse voci hanno rilevato più di un pelo nell’uovo nella missione Unifil in Libano, e non parliamo della passeggiata di Massimo D’Alema a braccetto con un capo di Hezbollah lungo le strade di Beirut. Unifil dovrebbe terminare entro il 2027, ma l’Italia è impegnata anche altrove.
Quando, nel corso del conflitto di Gaza, Hezbollah cominciò a lanciare missili su Israele dal Libano, per alcune volte i colpi dell’artiglieria israeliana finirono vicino agli accampamenti della missione Onu lungo il confine. Ci fu una reazione forte da parte dei nostri vertici militari e politici.
Ebbene, con la milizia sciita in Libano non ci furono incidenti simili. Si dice da più parti che con Hezbollah (e quindi con l’Iran) ci sarebbero accordi inconfessabili ma reali.

Ne parliamo con un ufficiale italiano che ha partecipato a diverse operazioni di interposizione, il cui nome rimarrà riservato.
La sintesi della sua esperienza è: “Le missioni Onu sono contraddittorie sotto gli aspetti militari. Sono incompatibili con le regole di ingaggio minime e chiedono in sostanza di ‘Contribuire alla collaborazione tra le parti’. Il che è aria fritta.”

Quando i Caschi Blu Onu erano molto presenti, soprattutto in Africa, vi furono gravi scandali. Nel 2015 Paula Donovan, della Ong Aids-Free World, pubblicò un rapporto su gravi violenze sessuali di militari Onu ai danni di donne e bambini. Nel 2014 risultò che “alti funzionari Onu per i Diritti umani hanno ignorato a lungo le denunce raccolte dai loro stessi responsabili”.
Gli scandali di quel tipo erano legati a militari di alcune nazioni, del tutto inadeguati. Il punto di svolta sul piano strettamente militare è stata la missione UNProfor a Srebrenica, che nel luglio 1995 fallì nel compito di proteggere quella zona protetta. In quel caso fu il contingente olandese Dutchbat III a non interporsi con le armi mentre i serbi massacravano 8.000 bosgnacchi.
In effetti il battaglione olandese ubbidì a protocolli di intervento limitati, con un armamento insufficiente e senza un concreto supporto dell’aviazione.
Da quel momento l’Onu ridusse ancora di più la possibilità di autodifesa e di interposizione attiva da parte delle forze di peacekeeping. Sostanzialmente si trattava di “evitare ogni guaio non interponendosi nel caso di scontri”, il che significa ripetere esattamente il disastro di Srebrenica.
Nel 2002-2003 a Copenhagen partecipai all’iniziativa di creare un comando Onu unificato, almeno per il Forced Entry. Fu utilizzato poco, soprattutto nel conflitto tra Etiopia ed Eritrea e in Ghana come Dpo tattico. [Il Dipartimento per le Operazioni di Pace (Dpo) dell’Onu definisce politiche, ruoli e supporto per operazioni basate sul consenso delle parti e l’uso limitato della forza, Ndr].

Questi limiti sono gli stessi del nostro contingente Unifil in Libano?
È così anche in quell’area. I militari della missione Onu in sostanza devono fare finta di tenere separati Hezbollah e l’esercito israeliano (Idf). Nessuno si deve fare male.

Ciò significa cedere ai ricatti di Hezbollah, che sarebbe regolarmente pagata da noi − come si dice − perché gli accampamenti Unifil non vengano colpiti dagli sciiti iraniani in Libano?
È possibile. Alla fine si deve pagare, soprattutto se non si ha a che fare con un esercito. Sono i problemi che si hanno con chi combatte una guerra non convenzionale.

Però non è vergognoso pagare una delle due parti quando si svolge un ruolo di equidistanza e interposizione? Non è la stessa logica del così detto Lodo Moro, il presunto accordo secretato − di cui parlò il Presidente Francesco Cossiga − tra lo Stato italiano e le organizzazioni palestinesi allo scopo di non essere colpiti da attentati?
Se è per questo, non siamo i soli ad avere gestito situazioni inconfessabili con terroristi e Stati Canaglia. Riguardo alle missioni di peacekeeping Onu, il problema è la mancanza di regole d’ingaggio. A volte poi diventano un bancomat per alcune nazioni e il loro personale.
Per esempio, ho assistito a cosa succedeva ai soldati nigeriani impegnati nella missione Onu in Libano. Entravano nella tenda dove il personale Onu pagava i loro stipendi in contanti. Usciti di là, entravano nella tenda vicina, quella dei loro ufficiali, ai quali ciascuno consegnava metà del proprio stipendio. E lo facevano tranquillamente, come se fosse la normalità.

Da parte dell’Onu quindi non c’è controllo neanche sulle sue truppe…
No, in realtà l’Onu sa benissimo cosa succede.
In Afganistan invece c’erano norme d’intervento molto precise, e ci si poteva difendere, in caso di attacco. Ma quella era una operazione militare Nato. Se ti attaccavano, potevi difenderti. Perciò non eri costretto a versare denaro alla milizia di turno per non essere colpito. Se in una missione Onu ti difendi e spari poi ci sarà sempre un procuratore in Italia che ti denuncia. Quindi, se ti attaccano devi farti sparare addosso come se fossi disarmato, oppure paghi i terroristi o l’esercito irregolare.

Quindi o l’Onu si riforma oppure, dato che la maggioranza è costituita da nazioni sotto dittatura, mentre i quattro membri del Consiglio di Sicurezza si annullano col potere di veto, ha poco senso…
Funziona ancora come ufficio notarile globale, per quel compito ancora è utile. Mentre per quanto riguarda le missioni di peacekeeping siamo alla barzelletta. Se è politicamente corretto incaricare l’Onu di risolvere un conflitto, in quel modo non si risolve. Al più lo si surgela, lasciandolo diventare un collettore di corruzione.

Ci sono stati casi simili in altri contesti?
Nel 2003 ricevetti l’incarico di redigere un piano di gestione delle forze Onu in Sudan. Il capo del dipartimento Onu era una australiana, che era tenente colonnello. Secondo lei io non avevo capito molto di quel contesto. Per cercare di sbrogliare le cose, perché soprattutto indiani e pachistani erano molto arrabbiati con me, mi chiese: “Mi scusi, ma lei ha mica lavorato in ambito Nato?”. Risposi “Sì, perché?” “Perché lei ha fatto un piano militare”.

In una zona dove ci sono decine di migliaia di morti, è logico ragionare in termini di teatro di guerra…
La responsabile australiana aggiunse: “Vede, l’Onu lavora in maniera diversa dalla Nato… Lei ha fatto un piano per tenere separate le due parti in guerra, utilizzando una serie di postazioni militari lungo la linea di confine tra il Sudan del Nord e quello del Sud”. Risposi: “E non è questo che avete chiesto?”, e lei: “Politicamente sì, ma l’obiettivo della missione Onu non è tenere separati i contendenti”. “…Ma si tratta proprio di interposizione”. “Sì, ma il nostro scopo è far vedere la bandiera dell’Onu in quella nazione. Quello è il primo punto. Il secondo punto è che nessuno deve farsi male. Lei ha messo postazioni in pieno deserto, dove i nostri militari soffriranno…”.
Cercai di obiettare che in guerra si opera in ambienti non confortevoli… Ma lei mi interruppe: “No, no: i militari devono dormire in hotel, devono vivere bene, devono essere contenti, devono portare denaro alle strutture locali, e non devono fare male a nessuno”. Obiettai: “E se i contendenti oltrepassano la zona di interposizione?”, e lei: “In quel caso le nostre forze si devono ritirare”. “Ma allora non serve a niente”. Concluse così: “È una missione politica, mica militare. L’importante è che poi si sappia di chi è la colpa”.
Allora terminai il progetto secondo le regole Onu, dopo aver trovato in rete gli hotel o le pensioni della zona. Sistemai le postazioni in piccole basi al cui interno la temperatura era abbastanza confortevole. Si poteva così dare denaro ai locali per le libere uscite, e tutti erano contenti, a parte, immagino, i sudanesi.
Il grosso equivoco è che una missione Onu debba servire a favorire il raggiungimento della pace.  Non è così, si tratta invece di monitoraggio. A quel punto è ovvio che si debbano prendere contatti con le forze contrapposte e garantirsi che, se si spara, i nostri possano abbassare la testa per evitare di essere colpiti.

Anche pagando, e probabilmente con la minaccia di colpirci se non lo facciamo…
Il fatto è che quando hai a che fare con un esercito nazionale sai con chi stai parlando, mentre se parli con una milizia non sai mai se chi hai di fronte è un brigante o parte attiva del conflitto, o entrambe le cose. In realtà il pagamento è per essere sicuri di stare parlando con la persona giusta. La mia opinione è che non dovremmo mai partecipare con personale militare a missioni Onu.

È giusto parlare di questi argomenti?
In definitiva, sì. Almeno in una prospettiva storica.

Così possiamo togliere almeno un sassolino dalle scarpe ipocrite dell’informazione..
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Ripeto che non è colpa dei soldati e nemmeno dei politici italiani. Questo è un sistema che con l’Italia non ha niente a che fare. Certo non dovremmo farci coinvolgere… A suo tempo ci siamo fatti mandare persino a Timor est.

Il conflitto cominciò negli anni ’70 quando la ex colonia portoghese fu invasa dall’Indonesia, col pretesto di decolonizzarla. Morirono oltre 180.000 militari e civili, quasi tutti di Timor est.
Io allora ero nello Stato Maggiore della Difesa e mi fu dato l’incarico di redigere un memorandum politico-militare relativo al conflitto per il Capo di S.M. della Difesa. Si trattava di capire se fosse il caso di partecipare a una missione Onu oppure no. Scrissi un rapporto dettagliato, che non fu corretto dal mio superiore. Nel testo raccomandavo di non farci coinvolgere in una missione nell’altro capo del mondo, quindi costosissima e senza il minimo ritorno né militare né politico o diplomatico. Ricevetti un ringraziamento dal Capo di Smd dell’epoca, in cui diceva che il testo era quanto serviva per capire il contesto. Il mio parere negativo fu inoltrato al Ministro della Difesa, ma tre giorni dopo uscì sui giornali la notizia che l’Italia avrebbe mandato un contingente militare a Timor Est. Lo aveva deciso lo stesso Presidente del Consiglio…

Che ai tempi era…
Massimo D’Alema. Per fortuna andò tutto bene. C’erano anche i militari australiani, molto incuriositi nel vedere dei soldati italiani nel Pacifico. Ci fu una situazione ridicola quando inviammo un ufficiale di collegamento a Canberra, la capitale dell’Australia. Si trattava di un mio collega che conosceva benissimo il portoghese, ma non l’inglese. Chiesi: “Ma perché lo state mandando a Canberra?”, e la risposta fu: “Ma Canberra non è a Timor? La parola mi sembrava portoghese…”

E questo funzionario, che non sapeva dove si trova la città di Canberra, lavorava al Ministero…
…Degli Esteri.

PER UN NUOVO DIRITTO INTERNAZIONALE

Se il “Diritto Internazionale” consiste in un Laissez faire che permette repressione e stragi, allora non ci siamo. C’è alla base un problema nella cultura politica della sinistra internazionale. Si tratta della misconoscenza delle dittature. Non è dato di sapere se questa misconoscenza sia vicina al concetto di Dittatura del proletariato, già presente in Marx ed Engels e formalizzato da Lenin. Se si tratti quindi di ignoranza o “Simpathy for the devil”, sta di fatto che contro gli eccidi dei tiranni non si interviene.
Eppure, la moltiplicazione delle culture dittatoriali dopo il 1989, ha annichilito l’Assemblea Onu, dove la maggioranza è antidemocratica. Quindi, da un lato il mondo è cambiato di brutto (Putin è asceso al trono nel 2000, e nel 2001 ha compiuto uno scempio in Cecenia, di cui nessuno si curò. Sempre nel 2001 ci fu un attacco contro gli Stati Uniti che diede il via a una ormai lunga serie di conflitti. Non è dato di sapere se l’11 settembre fu un’iniziativa di Bin Laden e della sua organizzazione oppure se ci fu il supporto di nazioni e potenza che non furono incluse tra i “mandanti” degli attentati. Sempre nel 2001 iniziano i conflitti basati sul soft power, in base ai quali la Cina “conquisterà” parte di Africa e America latina, comincerà a lavorare al progetto Brics e alle alternative al dollaro. Cina e Russia collaboreranno per spostare la Ue verso posizioni commerciali (ma anche politiche) più asiatiche: Via della Seta, la ferrovia Tav merci Pechino-Russia-Amburgo, il porto del Pireo).

Affrontare il tema del Diritto internazionale è complicato, ma ancorarsi ideologicamente a un Diritto che negli ultimi 26 anni non ha portato a risultati concreti (per esempio sul nucleare in Iran), è controproducente. Si devono certamente riformare forma e contenuti della diplomazia, senza abolire il principio di rapporti chiari e condivisi tra le nazioni per evitare conflitti. Così continuando, le relazioni internazionali peggioreranno senza migliorarle. I princìpi del Diritto vanno adeguati ai tempi e ai contesti.

QUALCHE CIFRA

Secondo i dati raccolti da Anthropic Ai, il costo delle strutture centrali dell’Onu è di circa 9 miliardi di dollari l’anno (ordinario + peacekeeping). Tuttavia, i costi salgono a circa 67 miliardi se si considera l’intero sistema con tutte le agenzie affiliate. Il Segretario Generale Antònio Guterres propone per il 2026 tagli alla spesa del 15 per ceto, e al personale di quasi il 19 per cento. Il progetto, denominato Better World Campaign, intende incrementare le funzioni di back-office e di utilizzare sedi e operazioni meno costose.

FALLIMENTI DEI CASCHI BLU

Oltre alla missione nei Balcani, vi sono stati altre missioni fallite.
I massacri nel Ruanda avvennero anche a causa del fallimento dell’Opération Turquoise, autorizzata dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite del 22 giugno 1994, che vide il dispiegamento di 2 550 militari francesi e 500 soldati africani. L’intervento terminò il 21 agosto 1994, quando l’Onu ritirò tutte le sue truppe, invece di rafforzarle. Le vittime furono prevalentemente di etnia Tutsi, (che erano il 25% della popolazione), ma morirono anche gli Hutu moderati. Prevalse l’odio interetnico fra Hutu e Tutsi (in origine agricoltori e allevatori, come Caino e Abele).

Somalia ˗ UNOSOM I e II (1992–1995)
Il CdS Onu inviò caschi blu in Somalia in un contesto di guerra aperta, senza capire che nel corso di una guerra non serve il peacekeeping, ma un intervento armato che separi fisicamente i due fronti. La missione lasciò il paese in mano ai Signori della guerra e a gruppi fondamentalisti islamici supportati da potenze straniere. Si sono verificati anche casi di maltrattamenti e torture da parte dei peacekeeper.

Haiti ˗ (1990–2004)
Ad Haiti ci sono stati tre interventi in 14 anni senza alcun risultato concreto. Tornarono gli Squadroni della morte per cacciare il presidente Aristide, e il Paese rimase in uno stato di instabilità e miseria.

Darfur, Sudan ˗ UNAMID (dal 2007)
Per il Darfur, la missione Onu-Unione Africana (UNAMID), una delle più costose della storia, non riuscì a fermare le violenze sistematiche contro la popolazione. Fu chiusa nel 2020 con la crisi ancora irrisolta.

Repubblica Democratica del Congo ˗ MONUSCO (dal 1999)
La missione Onu nella Repubblica Democratica del Congo è stata travolta da un grave caso di abusi sessuali da parte dei caschi blu. United Nations Più in generale, la MONUSCO ˗ una delle missioni più grandi e costose nella storia Onu ˗ non è riuscita a stabilizzare il paese né a proteggere i civili dalle milizie attive nell’est del paese. È ancora attiva senza risultati.

Sri Lanka (2009)
Secondo l’United Nations Office di Ginevra, l’Onu non riuscì a proteggere i civili tamil durante l’offensiva finale del governo, con decine di migliaia di vittime civili.

Libano - UNIFIL (ancora in corso)
(Vedi inizio intervista). La stampa internazionale evitò ˗ almeno all’inizio ˗ di accusare Hezbollah e l’Iran per l’esplosione, nel porto di Beirut, di un deposito di 3000 tonnellate di esplosivo di Hamas. Oltre al porto, furono distrutte le case di diversi quartieri vicini, con centinaia di morti.

Aggiornato il 11 marzo 2026 alle ore 10:02