Il rationale della guerra: diradare le nebbie

Qual è, dunque, il “rationale” (vocabolo inglese che significa “logica”) della attuale guerra israelo-americana contro l’Iran? Sono in molti, infatti, a chiedersi perché il presidente Usa, eletto sulla base dell’impegno solenne di “mai più una guerra senza fine sotto la mia presidenza!”, ne abbia inaugurata una epocale dichiarandola “breve” contro l’Iran teocratico e artefice cinquantennale della destabilizzazione del Medio Oriente. Domanda: questo attacco, volendo, è lecito o no interpretarlo come una surroga dell’inerzia colpevole e dell’impotenza di una Onu che ha quasi del tutto smesso di funzionare? Perché è innegabile che da decenni il Palazzo di vetro (sempre più opaco) non ha mai fatto una piega nei confronti di Teheran, e della sua guerra permanente per proxy (in violazione costante del diritto internazionale!) contro un altro Paese membro, bersagliato da uno stillicidio quotidiano di missili e colpi di artiglieria. Questo perché, in base alle leggi della Repubblica islamica, Israele “delendum est”, essendo considerato uno Stato “illegittimo” (definito nella legislazione iraniana “entità sionista”) ed equiparato a “un cancro da estirpare”. Se tutto ciò fosse accaduto a qualsiasi altro Paese membro della Nato, da quanto tempo noi saremmo entrati “legittimamente” in guerra contro l’Iran? In merito, ci si chiede dove fossero, per quasi cinquanta anni di terrore antiebraico e antisionista di matrice iraniana, i benpensanti pacifisti che accusavano Israele di aver fatto fallire tutte le iniziative di pace in Palestina. Più in generale, però, la prima cosa da capire è la seguente: con l’impetuoso sviluppo delle nuove tecnologie, l’imperativo per un’adeguata difesa militare dei grandi conglomerati geopolitici è sempre stato quello di mantenere un significativo vantaggio tecnologico su tutti gli altri competitor.

E il modo migliore in assoluto di farlo è di sperimentare su “veri” teatri di guerra le nuovissime armi high-tech guidate dall’Intelligenza artificiale, come sta accadendo in Ucraina e nel Medio Oriente. Da qui emerge un elemento chiarissimo: le strategie di attacco massivo con droni sempre più smart rendono obsoleto il ricorso alle divisioni corrazzate e alle truppe di terra, rivoluzionando così letteralmente tutti i tradizionali appalti per la difesa. A contare davvero, quindi, è la sicurezza e la copertura capillare delle reti satellitari militari o double-use, perché l’Ia delle armi autonome sempre più sofisticate possa colpire e disarmare qualunque obiettivo terrestre, individuato in tempo reale in base a strategie di difesa-attacco che interessano molte centinaia di obiettivi in contemporanea, con il rischio conseguente di un vertiginoso aumento delle vittime collaterali, vedi la scuola femminile islamica a Teheran. La seconda ragione ha un risvolto più tradizionale e pragmatico: la sicurezza e il controllo delle fonti energetiche. Ovunque si volga lo sguardo, dal Venezuela, a Panama, all’Iran stesso, emerge chiarissima la volontà dell’attuale Amministrazione americana di tagliare uno a uno i tentacoli planetari (soprattutto energetici e commerciali) della Cina capital-comunista, per garantire la sopravvivenza stessa degli Stati Uniti. E questo perché, al di là dei peana mondiali e delle geremiadi dilaganti in tutto l’Occidente sulla morte prematura del diritto internazionale, campeggia distintamente dietro le nebbie affabulatorie di Donald Trump la volontà assoluta di contrastare in maniera diretta la minaccia globale della Cina, l’unico vero competitor mondiale dell’America.

E occorre farlo (da buon secondo, in ordine di tempo, nel caso di Trump, visto che dal 2008 aveva iniziato per primo Vladimir Putin), ripristinando il diritto del ricorso alla forza perché il viceversa, ovvero la forza del Diritto, non ha più alcuna ragione di essere in un mondo in cui è venuta a mancare la volontà comune per la difesa dei grandi principi da parte delle grandi potenze Usa, Russia e Cina, che hanno il potere di veto in Consiglio di sicurezza. Per quasi 80 anni, infatti, nel bene e nel male, gli Usa hanno svolto approssimativamente il ruolo di “amministratore” unico della Pax americana, in grado di mediare i conflitti in essere nel mondo, politici, militari, commerciali, grazie alla sua iperpotenza. Da tempo, tuttavia, è venuta del tutto meno la costruzione multilateralista onusiana che costituiva il fulcro di quella passata configurazione, a causa, in primo luogo, della creazione tra le grandi potenze di una forte multipolarità (priva ancora di un baricentro che non sia dinamico!), di tipo sempre più separativo e non dialogante, e tantomeno incline alla mediazione. D’altra parte, all’origine di questo sfaldamento del multilateralismo si colloca la progressiva e sempre più accentuata deriva terzomondista e antioccidentale dell’Assemblea dell’Onu, divenuta da tempo irrilevante e inutilmente costosa. E non ha nessun fondamento il ragionamento per cui questa guerra di Trump non abbia obiettivi chiari e definiti. Il fine, se si vuole evidente in funzione di contenimento dell’iper-espansionismo della Cina, è la costruzione di una sorta di Linea Maginot energetica in grado di mettere in sicurezza le fonti petrolifere dell’America Latina collegandole a quelle mediorientali.

Se tutte queste immense e vitali risorse energetiche fossero un giorno poste sotto la protezione militare di Usa, Europa e Israele, questa configurazione consentirebbe il facile completamento degli Accordi di Abramo, di cui beneficerebbe tutto l’Occidente, una volta che l’Iran pacificato non si rivelasse più una spina fondamentalista, nel fianco dell’intera regione mediorientale. A quel punto, infatti, il Medio Oriente nel suo complesso potrebbe armonizzare il suo fiorente sviluppo con l’iperpotenza tecnologica israelo-americana ed europea, in cui gli investimenti occidentali si affiancano ai triliardi di dollari dei grandi Paesi petroliferi del Golfo per la realizzazione di smart-city e per nuovi, immensi hub digitali necessari allo sviluppo dell’Ia e delle tecnologie avanzate: fatto quest’ultimo destinato a creare decine di milioni di nuovi posti di lavoro nell’area. Certo, come si è già detto e lo si ripete anche in questa sede, occorre riprogettare i grandi istituiti mondiali di mediazione dei conflitti, e nulla vieta, così come ha tentato di fare Trump con il suo “Board of peace” (un po’ troppo, come dire?, padronale) di progettare una sorta di Onu delle grandi potenze, senza poteri di veto e con una precisa ripartizione geopolitica delle rispettive sfere d’influenza.

Infatti, da qui al 2030 sarà di vitale importanza individuare una sede comune di decantazione e di de-escalation multipolare dei conflitti, se davvero si vuole (e come non lo si potrebbe volere?) auto-contenere l’espansionismo imperiale di ciascuno dei grandi pretendenti all’egemonia mondiale. Non farlo, infatti, come questa epoca già chiarisce benissimo, conduce alla certezza di scivolare nel baratro di un Terzo conflitto mondiale, da cui più nessuno potrebbe trarre vantaggio a guerra finita, a causa delle immani distruzioni reciproche riportate. Queste sono le ragioni di Donald Trump e di Benjamin Netanyahu. E le nostre, che rifiutiamo di impegnarci per la liberazione dell’Iran dalla dittatura, quali sarebbero? Il ricatto del petrolio?

Aggiornato il 11 marzo 2026 alle ore 10:03