Lupus in fabula

C’è una vecchia espressione latina che descrive perfettamente una dinamica ricorrente della politica internazionale: lupus in fabula. Il lupo nella favola. O, più precisamente, il lupo che compare proprio mentre si parla di lui. Negli ultimi giorni la Russia di Vladimir Putin sembra voler recitare un ruolo sorprendentemente familiare: quello del partner ragionevole, persino del possibile benefattore energetico dell’Europa. Il messaggio, più o meno esplicito, è semplice e suona quasi rassicurante: dopo anni di tensioni, crisi diplomatiche, sanzioni e contrapposizioni, Mosca potrebbe tornare a fornire petrolio e gas al Vecchio continente a condizioni vantaggiose. Energia abbondante, prezzi più contenuti, relazioni “normalizzate”. Come se nulla fosse accaduto. Come se la storia recente fosse soltanto una parentesi spiacevole, un incidente geopolitico da archiviare rapidamente per tornare alla consueta interdipendenza economica tra Russia ed Europa.

È una narrazione che merita di essere osservata con un minimo di memoria storica, che in geopolitica è spesso la prima vittima della convenienza del momento. Se qualcuno mi chiedesse di raccontare in modo semplice gli ultimi 25 anni della politica estera russa, probabilmente ricorrerei proprio a una favola. La storia di un lupo aggressivo che per anni ha ringhiato ai vicini, ha messo alla prova le recinzioni del bosco europeo e, quando possibile, le ha abbattute. Un lupo che ha dimostrato più volte di considerare i pascoli altrui non come territori sovrani ma come spazi contesi, zone di influenza da recuperare o controllare. E che, a un certo punto, decide di presentarsi con un vello di lana sulle spalle, parlando con voce pacata e promettendo cooperazione, stabilità e pragmatismo. In questa favola il lupo improvvisamente scopre una vocazione filantropica. Offre energia a buon mercato. Si presenta come interlocutore indispensabile. Invita tutti a dimenticare il passato recente e a concentrarsi su un futuro pragmatico, fatto di gasdotti, contratti energetici e convenienze reciproche. È una dinamica che l’Europa conosce bene, perché in realtà non è affatto nuova. Per anni la dipendenza energetica europea dal gas russo è stata accompagnata da una narrativa rassicurante: commercio e interdipendenza economica avrebbero reso impossibile un conflitto su larga scala nel continente. L’energia, si diceva, avrebbe funzionato come un ponte. La realtà ha dimostrato che quel ponte poteva diventare anche una leva politica.

Il problema è che il passato recente è impossibile da ignorare, a meno di non voler deliberatamente chiudere gli occhi davanti ai fatti. Sono passati più di quattro anni dall’inizio dell’invasione su larga scala dellUcraina da parte della Federazione russa. Più di quattro anni di bombardamenti sistematici sulle città, di infrastrutture civili distrutte, di centrali elettriche colpite deliberatamente nel cuore dell’inverno, di milioni di profughi costretti a lasciare le proprie case. Più di quattro anni di guerra nel cuore dell’Europa. In questi anni nomi come Kyiv, Kharkiv, Mariupol, Bakhmut, Kherson sono entrati stabilmente nel lessico della cronaca internazionale non come destinazioni turistiche o centri culturali, ma come luoghi di distruzione, resistenza e tragedia umana. Intere città sono state devastate dai bombardamenti; quartieri residenziali ridotti in macerie; ospedali, scuole, teatri trasformati in bersagli. E mentre le immagini delle rovine scorrevano sugli schermi europei, milioni di ucraini hanno continuato a vivere la propria quotidianità tra rifugi antiaerei, sirene e inverni trascorsi senza elettricità o riscaldamento.

Per gli ucraini questa non è una metafora. Non è una favola. È la loro vita quotidiana. È la realtà di un Paese che combatte per difendere la propria sovranità, la propria libertà e, in ultima analisi, il principio stesso che i confini in Europa non si cambiano con la forza delle armi. Questo principio non è un dettaglio astratto del diritto internazionale. È uno dei pilastri dell’ordine europeo costruito dopo il 1945 e rafforzato dopo la fine della guerra fredda. Per decenni il continente ha cercato di costruire un sistema fondato su regole condivise: la sovranità degli Stati, l’inviolabilità delle frontiere, la rinuncia alla guerra di conquista. L’invasione dell’Ucraina ha rappresentato la più grave violazione di quell’ordine dalla fine della Seconda Guerra mondiale. Eppure, nonostante questa realtà, nel dibattito europeo continua a emergere una tentazione ricorrente. La tentazione di credere che il lupo possa improvvisamente trasformarsi in agnello. Che le promesse del Cremlino possano essere prese alla lettera. Che qualche metro cubo di gas a prezzo conveniente possa riportare indietro l’orologio della storia. È una tentazione che riaffiora ciclicamente nei momenti di difficoltà economica, quando l’energia costa di più, quando la stabilità sembra fragile e la prospettiva di una normalizzazione appare seducente.

Non si tratta soltanto di realpolitik energetica. Si tratta, più profondamente, di memoria politica. Perché la politica estera russa degli ultimi 25 anni non è stata caratterizzata da un improvviso incidente, ma da una traiettoria precisa: il progressivo ritorno alla logica delle sfere di influenza, l’uso della forza come strumento legittimo di pressione geopolitica, la convinzione che lo spazio post-sovietico non sia un insieme di Stati sovrani ma una periferia strategica da controllare. È in questo quadro che vanno lette le crisi che hanno segnato il continente negli ultimi anni. Ed è in questo quadro che bisogna leggere anche l’attuale tentativo di ripresentarsi come interlocutore energetico affidabile. E tuttavia, anche davanti a questa evidenza, c’è chi in Europa – e bisogna dirlo con franchezza, anche in Italia – continua a guardare a Mosca con una sorprendente indulgenza. Come se la guerra potesse essere archiviata come un incidente geopolitico. Come se le città ucraine distrutte potessero essere compensate da qualche contratto energetico più conveniente. Come se il ritorno del gas russo a prezzi calmierati potesse rappresentare una sorta di soluzione pragmatica a una crisi che in realtà riguarda molto più del mercato energetico.

È una forma di autoillusione che la storia europea dovrebbe averci insegnato a riconoscere. La memoria del continente è segnata proprio dalle conseguenze di errori simili: la tentazione di scambiare concessioni tattiche per cambiamenti strategici, di interpretare gesti di convenienza come segnali di trasformazione politica. In geopolitica, però, le trasformazioni autentiche raramente avvengono per improvvise conversioni retoriche. Perché il problema delle favole geopolitiche è sempre lo stesso: funzionano solo se si dimentica chi sia davvero il protagonista. Il lupo può parlare con tono pacato. Può presentarsi come partner necessario. Può promettere stabilità, cooperazione, energia a buon mercato. Può perfino convincere qualcuno che il passato sia soltanto un malinteso. Ma la realtà della politica internazionale è meno sentimentale delle favole. Le zanne, purtroppo, restano sempre le stesse.

Aggiornato il 10 marzo 2026 alle ore 10:52