Il giallo vince! Cina über alles

Allora: è vero o no che il mondo di domani sarà sempre più “giallo”? Vinceranno quindi i sistemi autocratici, o quanto meno oligarchici, su queste nostre democrazie sempre più invecchiate, lente e inefficienti? Stiamo all’oggi, e vediamo che cosa sta accadendo in Cina per quanto riguarda il futuro tecnologico prossimo, facendo il punto sull’alta velocità del Celeste impero, vanto del neo imperatore Xi Jinping, e oggetto di invidia da parte del resto del mondo. Chi, infatti, ha avuto la fortuna e l’opportunità di viaggiare sulle linee veloci che collegano Shanghai (stazione Hongqiao) e Pechino (stazione Sud), ha potuto scoprire come, per fare oltre 1.300 chilometri, siano sufficienti da un minimo di 4 ore e 18 minuti, a circa 6 ore per i treni diurni più veloci. Questi ultimi, inclusi i moderni Fuxing, viaggiano a una velocità operativa di 350 chilometri orari, offrendo un’alternativa confortevole e spesso preferita all’aereo, dato che si eliminano i tempi morti dei ritardi dei voli e dei trasferimenti aeroporto-città. E se doveste prendere un caffè a bordo di uno di questi treni, vi accorgereste come la tazzina resti perfettamente immobile a più di 200 miglia all’ora, dice lapidariamente e causticamente The Economist. E proprio di questo stupore Xi Jinping ha approfittato nel servire, senza mai versarne una goccia, una tazza di tè al suo prediletto ospite, Vladimir Putin, mentre lo scarrozzava nello scompartimento di lusso di un Fuxing. E se, soprattutto, vi trovaste a bordo di uno di questi supertreni a fare conversazione con il co-autore Adam Tooze di “Abundance”, scritto con Ezra Klein, vi accorgereste ascoltandolo di come possano suicidarsi tecnologicamente i sistemi “democratici” sul modello degli Stati Uniti d’America. Infatti, nella patria di George Washington (ma accade lo stesso in Germania!) un mare di contenziosi giuridici, regolamenti capestro e faide politiche sono all’origine degli attuali disastri infrastrutturali, che vanno da centrali elettriche obsolete e mal funzionanti (nella patria di Johann Wolfgang von Goethe invece si è assistito alla folle dismissione delle centrali nucleari), agli aeroporti in penoso stato di manutenzione, per non parlare dei treni e delle linee ferroviarie da terzo mondo (idem per Berlino).

In tutto ciò, l’attonito viaggiatore si interroga come sia possibile che la Cina, dominata da un Partito (comunista) unico e totipotente, che controlla ogni passo della legislazione ed è capace di ogni abuso (dei diritti umani e di cittadinanza), raggiunga tuttavia vette sublimi dal punto di vista tecnologico, potendo vantare una rete ferroviaria ad alta velocità (“Tav”) unica al mondo, che si estende per ben 37mila chilometri sul suo territorio. Un vero miracolo, se confrontato alle difficoltà insuperabili incontrate dallo Stato di California nella costruzione di “appena” 500 chilometri di Tav. La gravità della cosa, rispetto ai notevoli ritardi tecnologici accumulati negli ultimi decenni dall’Occidente nei confronti della Cina, di certo non sfugge ad attenti osservatori come l’ex premier irlandese, Leo Varadkar, costretto ad ammettere che: “per la prima volta dal 1800 le regole mondiali non saranno più scritte soltanto dall’America e dall’Europa”. Per questo è sufficiente notare il notevole divario (un abisso, più precisamente) che intercorre tra gli studenti occidentali e quelli asiatici di Cina e India, che vantano ciascuna milioni di ottimi ingegneri. I giovani cinesi e indiani, tra l’altro, non si aspettano di certo che sia lo Stato a farsi carico quasi gratuitamente dei loro bisogni. Ma, chiosa The Economist, “non vi viene il dubbio che i valori liberali siano un lusso che non possiamo più permetterci?”. E qualcuno inizia seriamente a pensare dalle parti di Bruxelles che, forse, se l’Ue riuscisse a liberarsi da questa gabbia di inutili regole che ne ingessano l’economia, agendo al contrario come uno Stato unitario (alla cinese) per autofinanziare il proprio sviluppo, potrebbe di sicuro superare in dinamicità la stessa Cina!

Sarebbe ora, quindi, di prendere le distanze da quei guardiani dell’ortodossia democratica, che denunciano senza sosta ai quattro venti come le autocrazie “alla cinese” abbiano impunemente violato il codice del dinamismo economico, come fece Benito Mussolini vantando i suoi treni che viaggiavano in perfetto orario. Certo, la Tav cinese per chi ne fa regolarmente uso non è proprio uno strumento di libertà, visto che il “Grande fratello giallo” fa comunque sentire la sua presenza con controlli sistematici sui passeggeri, obbligando a scendere per accertamenti coloro che si trovino in situazione irregolare, come il giornalista dell’Economist che viaggiava indisturbato a bordo per svolgere il suo lavoro i cronista. In merito, si veda per la parte generale del Surveillance state cinese l’articolo pubblicato sull’edizione dell’Opinione del 26 gennaio 2023, dal titolo Il Grande fratello giallo: attenti che Xi vi spia! Ma chi crede che la Cina non paghi un prezzo a questo suo sviluppo “dirigista” si sbaglia, dato che per sostenere artificialmente e a spese dello Stato l’occupazione interna sono stati dilapidati immensi capitali per la costruzione di ponti scarsamente trafficati, di treni e aeroporti in eccesso, in un Paese che ha ancora centinaia di milioni di persone che vivono sotto la soglia di povertà. E la modernizzazione (cinese) ha i suoi bei costi nel bilanciamento tra vincitori e vinti, dato che, a causa del Grande fratello, tutti gli utenti delle linee Tav corrono il rischio di essere redarguiti dai funzionari di partito, minacciati di licenziamento per aver subito troppe penalità nel “punteggio sociale”, o di cadere vittime di atti delinquenziali durante i loro spostamenti.

A tutto ciò, fa da contrappeso quello che il saggista Dan Wang definisce come la società americana senza legge, prigioniera di contrapposti e conflittuali interessi particolari. Ma anche la Cina non scherza, quanto a ingiustizie e asimmetrie sociali, in cui uno “Stato ingegnerizzato” è alla mercé di pianificatori e ideologi che provocano gravissimi danni per il mancato sfruttamento delle energie creative di 1,4 miliardi di cinesi. Ma, se Europa e America dovessero divenire un efficiente tecno-Stato, copiando Cina e Singapore, che cosa accadrebbe? Siamo sicuri, si chiede The Economist, che migliorerebbe la vita dei cittadini occidentali se gli interessi della maggioranza prevalessero sui diritti individuali, e lo Stato stesso fosse gestito come un sistema paternalistico in base ai valori della tradizione asiatica, per quanto riguarda i legami famigliari, di gruppo e i vincoli sociali? Se le liberaldemocrazie divenissero più repressive rispetto a oggi, non ci sarebbe il rischio di sconfinare nelle democrazie illiberali come quella ungherese e russa di Viktor Orbán e Vladimir Putin?

Si domanda, infine, The Economist: una torsione in senso totalitario di sistemi democratici, che da molto tempo praticano elezioni libere ed esaltano i valori e le libertà individuali, può cedere definitivamente il passo ai sovranismi anti-élitari destinati a creare profonde fratture nella società, vista la loro tendenza a dividere in modo del tutto arbitrario i “buoni” dai “cattivi”, i “perdenti dai vincenti”, affermando che la verità non sta nei fatti ma in ciò che si crede? Perché, così facendo, si sa da dove si parte (l’inferiorità tecnologica rispetto ad altri grandi Stati centralizzati), ma non si sa dove si arriva copiandone i metodi, tipo il capital comunismo alla cinese.

Aggiornato il 06 marzo 2026 alle ore 15:14