Una deterrenza integrata europea non è uno schiaffo agli Stati Uniti

L’Europa discute di deterrenza come non accadeva da decenni. Non per gusto teorico, ma per necessità: la guerra in Ucraina, l’incertezza della politica americana, l’erosione delle vecchie sicurezze hanno riaperto una domanda che per anni si era preferito non formulare. Che cosa accadrebbe se l’ombrello statunitense, pilastro della sicurezza europea dal 1945, dovesse diventare meno prevedibile? Non è una domanda contro gli Stati Uniti. È una domanda che nasce anche dentro gli Stati Uniti, in un clima politico in cui l’impegno verso gli alleati non è più un dogma bipartisan. In questo contesto si inserisce l’iniziativa del presidente francese, Emmanuel Macron, che ha rilanciato l’idea di estendere la deterrenza nucleare francese ai partner europei, mantenendo tuttavia la decisione ultima a Parigi. Il “bottone” resterebbe francese, ma il quadro operativo si allargherebbe: consultazioni più strette, pianificazione condivisa, esercitazioni comuni, eventuali dispiegamenti temporanei di asset strategici. Non una nuclear sharing sul modello Nato, ma un passo verso una maggiore integrazione politico-militare europea.

Il Governo italiano guidato da Giorgia Meloni ha scelto di non aderire. La motivazione ufficiale è chiara: il pilastro della sicurezza europea resta la Nato e, in particolare, la deterrenza statunitense. Ogni iniziativa che possa apparire come alternativa rischierebbe di indebolire proprio quel legame transatlantico che si intende preservare. È una posizione coerente, e non priva di una sua razionalità. L’Italia non vuole contribuire, nemmeno simbolicamente, a costruire l’idea di un’Europa che si prepara a fare a meno di Washington. E tuttavia le criticità di questa scelta sono evidenti. La prima è di ordine percettivo. Quando un gruppo significativo di Paesi europei decide di esplorare una maggiore integrazione in materia di deterrenza e l’Italia resta fuori, il messaggio che passa – soprattutto all’esterno – è quello di un’Europa non compatta. In deterrenza, la percezione conta quasi quanto la capacità materiale. Anche se Roma resta pienamente dentro l’ombrello Nato, l’assenza dal tavolo europeo può essere letta come una distanza politica, se non come una frattura.

La seconda criticità riguarda il rischio strategico. L’argomento italiano è che non bisogna presupporre un disimpegno americano. Ma proprio l’oscillazione del dibattito politico negli Stati Uniti – basti pensare alle ripetute dichiarazioni di Donald Trump sull’impegno condizionato verso gli alleati – suggerisce che la stabilità non sia più un dato scontato. In questo scenario, rifiutare in blocco un “secondo livello” europeo può apparire come una scommessa: si punta tutto sulla continuità del primo pilastro, senza costruire un’architettura complementare. La terza criticità è di natura politica interna all’Unione. L’iniziativa francese, pur con tutti i suoi limiti, rappresenta un tentativo di rafforzare l’autonomia strategica europea in un settore cruciale. Restarne fuori espone l’Italia al sospetto di una postura eccessivamente prudente, o di una riluttanza a condividere responsabilità in un campo che definisce il rango internazionale di un Paese. Anche se questa lettura può essere ingenerosa, è una lettura che circola e che rischia di sedimentarsi.

Vi è poi un elemento più sottile, perché l’argomento secondo cui, non essendovi co-decisione sul “bottone”, l’adesione sarebbe poco significativa, non convince del tutto. Gli Stati che hanno scelto di partecipare non lo fanno per controllare direttamente l’arma nucleare francese, ma per entrare in un processo di integrazione strategica che, nel tempo, può evolvere verso una difesa comune europea. E in politica internazionale, com’è noto, la presenza al tavolo conta spesso più del potere formale di veto. La decisione del Governo italiano di non partecipare a questo progetto di deterrenza europeo rischia quindi di rivelarsi un grave errore. Sarebbe tuttavia ancora possibile conciliare la linea assunta dal Governo Meloni – volta innanzitutto a tutelare il legame transatlantico e a evitare duplicazioni ritenute virtualmente destabilizzanti – con la necessità di non apparire come un fattore di divisione europea, attraverso una partecipazione almeno al livello delle consultazioni e delle esercitazioni. Non significherebbe accettare una deterrenza alternativa alla Nato, né rinunciare a ribadire che il pilastro principale resta quello statunitense. Significherebbe piuttosto riconoscere che un rafforzamento della cooperazione europea in materia di pianificazione, interoperabilità e simulazione di scenari contribuisce alla credibilità complessiva della deterrenza, senza alterarne la catena decisionale.

Entrare nel capitolo esercitazioni e consultazioni permetterebbe all’Italia di ottenere tre risultati insieme. Eviterebbe l’isolamento politico rispetto ai partner che hanno scelto di partecipare. Neutralizzerebbe la narrativa di un’Europa spaccata, cioè una narrativa fomentata da Putin e a lui particolarmente gradita, offrendo un segnale di responsabilità condivisa e al tempo stesso manterrebbe intatto il principio secondo cui l’architettura ultima della deterrenza resta ancorata alla Nato. Non si tratterebbe di una concessione simbolica, ma di un investimento prudente. In un’epoca in cui le certezze si sono fatte più fragili, la politica della sicurezza non può ridursi a un’alternativa secca tra fedeltà atlantica e integrazione europea. La sfida è costruire una complementarità intelligente. Partecipare alle esercitazioni sarebbe un modo concreto, misurato e politicamente sostenibile per iniziare a farlo, anche per chi voglia continuare a proporsi come un fedele alleato degli Stati Uniti. Inoltre, avrebbe il vantaggio non marginale di rendere un domani più agevole una partecipazione più radicale e completa al progetto di una deterrenza comune, nel caso si dovesse profilare la necessità, come oggi non si può affatto escludere, di un ombrello nucleare europeo.

Aggiornato il 04 marzo 2026 alle ore 10:43