Il rischio di una nuova stagione di terrorismo globale

L’attacco condotto da Stati Uniti e Israele che ha portato all’uccisione del leader iraniano rappresenta un passaggio di straordinaria rilevanza geopolitica. Al di là delle valutazioni politiche e strategiche sull’operazione in sé, ciò che oggi mi preme sottolineare sono i possibili effetti collaterali sul piano della sicurezza internazionale e, in particolare, sul rischio di una ripresa del terrorismo globale.

Eventi di questa portata hanno un forte impatto simbolico. Nei circuiti radicali – tanto in Medio Oriente quanto nelle reti transnazionali – possono essere narrati come atti di aggressione contro un intero fronte politico, religioso o culturale. È in queste narrazioni che si alimenta la mobilitazione. Non dobbiamo immaginare necessariamente grandi operazioni coordinate come quelle del passato: il terrorismo contemporaneo è più frammentato, più ibrido, spesso basato su individui o piccoli gruppi che agiscono ispirati da una propaganda digitale capillare.

I RISCHI PER L’OCCIDENTE

L’Europa resta esposta. Non solo per il suo peso simbolico, ma per la sua apertura economica, la densità urbana, la presenza di infrastrutture critiche e di sedi diplomatiche. In una fase di escalation, obiettivi come ambasciate, interessi economici, infrastrutture energetiche o luoghi ad alta visibilità potrebbero essere considerati bersagli “legittimi” nella retorica estremista.

Va detto che, rispetto a vent’anni fa, i sistemi di cooperazione tra intelligence europee sono più solidi e coordinati. Tuttavia, l’esperienza insegna che il rischio zero non esiste. Una fase di tensione prolungata aumenta inevitabilmente la pressione sui sistemi di sicurezza.

LA CRISI DEL MULTILATERALISMO

Questa vicenda si inserisce in un contesto già segnato dalla crisi del multilateralismo tradizionale. Per decenni, la gestione delle crisi internazionali si è basata – almeno formalmente – su organismi sovranazionali, negoziati e meccanismi condivisi di legittimazione. Oggi assistiamo a una crescente tendenza all’azione unilaterale o a coalizioni ristrette. Quando il sistema multilaterale si indebolisce, aumenta il rischio di frammentazione. E nei vuoti di governance prosperano attori non statali violenti, milizie, reti estremiste che sfruttano l’instabilità per radicarsi o rilanciarsi.

L’INSTABILITÀ MEDIORIENTALE COME MOLTIPLICATORE

Il Medio Oriente è già attraversato da conflitti aperti, rivalità regionali e profonde fragilità economiche e sociali. L’eliminazione di una figura apicale può produrre dinamiche imprevedibili: lotte interne per la successione, azioni indirette tramite milizie alleate, escalation regionali a bassa intensità ma prolungate nel tempo. Ogni nuova frattura può diventare un moltiplicatore di instabilità, con ripercussioni globali che toccano energia, commercio, sicurezza marittima e flussi migratori. In un simile contesto, anche gruppi estremisti – sunniti o sciiti – potrebbero tentare di sfruttare il caos per rafforzarsi.

MIGRAZIONI E SICUREZZA: EVITARE SEMPLIFICAZIONI

In queste fasi riemerge spesso un tema sensibile: il rapporto tra migrazione e terrorismo. È fondamentale evitare semplificazioni. L’esperienza degli ultimi anni dimostra che la maggior parte degli attentati in Europa è stata compiuta da individui già residenti, talvolta cittadini europei. Ciò non significa ignorare i rischi. Flussi migratori improvvisi e non governati, soprattutto se generati da conflitti regionali, possono creare vulnerabilità. Non perché i migranti siano terroristi, ma perché situazioni di caos amministrativo, traffici illegali e reti criminali possono essere sfruttate per infiltrazioni mirate o per attività di reclutamento.

Il vero discrimine è la governance: coordinamento europeo, sistemi di accoglienza efficienti, controlli efficaci, cooperazione informativa tra Stati. Dove c’è gestione ordinata e integrazione, il rischio si riduce sensibilmente. Dove prevalgono improvvisazione e frammentazione, le falle diventano opportunità per attori ostili.

UNO SCENARIO APERTO

Non siamo necessariamente sull’orlo di un ritorno agli anni più bui del terrorismo globale. Ma il rischio di una nuova stagione di violenza diffusa, meno spettacolare ma più persistente, è reale. Il terrorismo contemporaneo combina propaganda digitale, azioni a bassa tecnologia, cyberattività e uso di proxy regionali.

Molto dipenderà dalla capacità delle potenze coinvolte di evitare una spirale di rappresaglie e di riaprire spazi diplomatici credibili. Se prevarrà la logica dell’escalation continua, l’instabilità potrà consolidarsi. Se invece si riuscirà a contenere la crisi entro limiti controllabili, potremmo trovarci di fronte a una fase di alta tensione ma non a un conflitto generalizzato.

La sicurezza, oggi più che mai, è una questione globale. E senza un ritorno a forme efficaci di cooperazione internazionale, nessun Paese può considerarsi davvero al riparo.

Aggiornato il 03 marzo 2026 alle ore 14:18