Secondo le cancellerie di Stati Uniti e Iran i colloqui di ieri a Ginevra hanno portato a progressi importanti, ma le azioni della catena diplomatica a stelle e strisce dicono il contrario. Stamattina, all’ambasciata di Washington in Israele, è arrivato un messaggio a tutto il personale non essenziale. Praticamente, l’ambasciatore Mike Huckabee avrebbe avvertito i suoi dipendenti che, chiunque avrebbe voluto lasciare il Paese, sarebbe dovuto rientrare negli stati uniti “oggi”. Poco dopo, intorno a mezzogiorno (ora italiana), Pechino ha consigliato “ai cittadini cinesi attualmente presenti in Iran di rafforzare le misure di sicurezza e di evacuare il prima possibile”, richiamando un “significativo aumento dei rischi per la sicurezza esterna” in un contesto segnato da ripetute minacce di attacchi da parte degli Stati Uniti. “Alla luce dell’attuale situazione di sicurezza in Iran, il Ministero degli Esteri cinese e le ambasciate e i consolati cinesi in Iran ricordano ai cittadini cinesi di evitare per il momento di recarsi in Iran”, ha aggiunto il Dicastero. E anche il governo britannico ha annunciato “il ritiro temporaneo” del suo personale diplomatico dall’Iran. “A causa della situazione attuale – ha aggiunto il Foreign office in una nota – abbiamo messo in atto la misura precauzionale di un ritiro temporaneo del personale del Regno Unito dall’Iran. La nostra ambasciata continua a operare da remoto”.
Qualunque sia la decisione degli Stati Uniti, è probabile che l’alto comando militare a stelle e strisce si stia già preparando ad attuarla. Nella notte italiana, Donald Trump aveva già ricevuto un briefing sulle opzioni militari a disposizione in Iran dall’ammiraglio Brad Cooper, il numero uno del Central command. Secondo quanto riferito da Abc News, all’incontro avrebbe partecipato anche il capo dello Stato maggiore congiunto Dan Caine. L’emittente aggiunge che diversi esponenti repubblicani e alcuni consiglieri starebbero suggerendo a Trump di lasciare a Israele la prima mossa militare contro Teheran. Anche se poco dopo il vicepresidente J.D. Vance ha creato di tranquillizzare i suoi concittadini, garantendo al Washington Post che non c’è alcuna chance che gli Stati Uniti vengano trascinati in una lunga guerra. Qualunque cosa deciderà Trump, ovvero se attaccare per “garantire che l’Iran non abbia un’arma nucleare” oppure risolvere la questione con la diplomazia, Vance continua a ritenersi uno “scettico degli interventi militari” all’estero. E sostiene che la stessa impostazione appartenga al presidente. “Penso che tutti preferiamo l’opzione diplomatica, ma dipende da cosa faranno e diranno gli iraniani”. Oggi pomeriggio, il Dipartimento di Stato Usa ha confermato che lunedì prossimo il segretario di Stato Marco Rubio sarà in Israele, per discutere “una serie di priorità regionali, tra cui l’Iran, il Libano e gli sforzi in corso per attuare il piano di pace in 20 punti del presidente Trump per Gaza”, ha spiegato il portavoce degli Esteri Tommy Pigott.
La decisione finale del commander-in-chief, ruota significativamente intorno alla capacità di Teheran di colpire su suolo americano. Per il tycoon l’Iran avrà presto missili in grado di colpire gli Stati Uniti. Tuttavia, alcuni rapporti dell’intelligence citati dal New York Times offrono una valutazione diversa, ritenendo che Teheran sia ancora distante anni dal possedere vettori capaci di raggiungere il territorio americano. Il quotidiano parla di motivazioni “false o non provate” alla base della possibile escalation, sottolineando che non vi sarebbero evidenze di una ripresa accelerata dell’arricchimento dell’uranio o dello sviluppo del meccanismo di detonazione di una bomba atomica.
In questo quadro si inserisce l’appello dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) che ha sollecitato Teheran a collaborare “in modo costruttivo” e a rispondere “con massima urgenza” alla richiesta di verifica su tutti gli impianti nucleari. In un rapporto confidenziale visionato dall’Agence France-Presse si legge che “per l’agenzia la perdita di continuità nelle conoscenze sui materiali nucleari precedentemente dichiarati presso le strutture pertinenti in Iran deve essere trattata con la massima urgenza”. Le discussioni tecniche proseguiranno a Vienna: “Le discussioni tecniche si terranno a Vienna nel corso della settimana che inizia il 2 marzo 2026”. Nella notte, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha definito quelli con gli americani i colloqui “più intensi” finora registrati. “Questa sessione di negoziati è stata la più intensa mai avuta finora”, ha scritto su X, precisando che “sono stati compiuti nuovi progressi nel nostro impegno diplomatico con gli Stati Uniti”.
Aggiornato il 27 febbraio 2026 alle ore 18:04
