Antifascismo fascista: l’ossimoro sinistro

Chi tiene in piedi l’ossimoro (sinistro) di “Antifascismo fascista”? Uno per tutti: i famosi casseur a tutto tondo dei black bloc. Memorabile, in tal senso, è il monito di Pier Paolo Pasolini secondo cui “Il fascismo può tornare sulla scena a condizione che si chiami antifascismo”. Ricondotto in primo piano, cioè, da gente che mimetizza con la maschera della politica radicale di sinistra il suo cuore nero di hooligan devastatore. E lo fa coscientemente e con convinzione, per puro piacere di nuocere alla collettività intera, scontrandosi fisicamente con chicchessia, purché abbia una maglia diversa o un colore politico “di destra”. Un’ordalia perenne, social-fluidificata, dove tutto è lecito purché piaccia a chi lo dice e lo fa. Un menar le mani indistinto perché, diamine, se si è giovani una rivoluzione bisogna assolutamente farla. Pur essendo ben consapevoli che l’universalismo woke non vuole le guerre né umanitarie, né “giuste”, né difensive, per cui ai prepotenti bisogna sempre spalancare le porte e, a gentile richiesta, consegnare le chiavi di casa. Però, se in una società pacifica e democratica qualcuno sceglie la guerriglia contro il nemico giurato delle forze di polizia antisommossa, e lo fa per la difesa del bene supremo dell’Antifa (antifascismo sincopato) allora, di certo, occorre trovargli una giustificazione ideologica, che è poi quella della liceità, sempre e comunque coniugata, di contestare i governi fascisti o, più in generale, non dichiaratamente di sinistra. Quindi, se si chiede agli eredi occidentali del comunismo del XX secolo (dichiarato prematuramente morto e scomparso), oggi arroccati nella definizione assolutoria-universalistica di “progressisti”, che cosa bisognerebbe fare per arginare questi violenti, ci si sente rispondere: “Servono più poliziotti”. In altre parole, servono più vittime in divisa da sacrificare all’orco mascherato.

Invece non si propone, né si condivide mai, perché argomento tabù, la possibilità di una qualche responsabilizzazione di chi organizza cortei e manifestazioni politiche, senza prevedere un adeguato servizio d’ordine. Perché in questo modo lassista (landiniano), nessuno dei promotori (Partiti, Movimenti, e così via) si sente in dovere di rispondere degli atti sciagurati commessi dai perenni “infiltrati”, a danno di beni pubblici e privati e di persone incolpevoli. Non solo: per riflesso condizionato, in tutte le sedi istituzionali i progressisti contestano e avversano qualsivoglia misura preventiva di polizia, per impedire ai soliti noti s-fascisti (autoctoni o di importazione) di irrompere nelle adunate pacifiche e autorizzate, seminando caos e violenza. Per costoro, come per gli hooligan, il fatto di spedire regolarmente in ospedale un consistente numero di tutori dell’ordine rappresenta una sorta di medaglia al valore, per cui più ne restano a terra maggiore è il vanto. Verrebbe da dire: ma un rimedio “nucleare” come l’immediato arresto in fragranza per chi partecipa mascherato (o comunque dissimulato, per impedire a tutti i costi l’accertamento della sua identità) non sarebbe già un deterrente prezioso, rendendo impossibile per il compiacente magistrato di turno rimettere seduta stante in libertà lo Zorro pescato con il viso nel sacco? Le immagini tratte dalle body-webcam indossate dagli agenti impegnati nell’ordine pubblico non sarebbero la prova provata del reato di mascheramento?

Poi, questo fenomeno incontrollato della violenza politica delle estreme rosso-brune ha tutte le caratteristiche dinamiche, come ben sappiamo, dell’avvitamento a spirale, per cui (esattamente come in una battaglia classica) si contabilizzano i caduti di una parte come dell’altra, preparando incursioni e vendette contro il nemico politico. Il recente esempio francese fa fede di questa tragica sequenza. Citiamo i fatti finora accertati, per capire. Lo studente di matematica, Quentin Deranque, 23 anni, è stato vittima di un vero e proprio linciaggio, a margine di una conferenza tenuta presso la Facoltà lionese di Science Po’ da Rima Hassan, eurodeputata de La France insoumise (Lfi) di Jean-Luc Mélenchon, accusata dalla destra di voler nazificare Israele, avendo dichiarato che il pogrom del “7 ottobre” è stata un’azione legittima da parte di Hamas. Per l’occasione, Quentin faceva parte del servizio d’ordine informale del collettivo identitario e femminista Némésis, che manifestava all’esterno dell’edificio universitario per opporsi all’incontro pubblico con l’eurodeputata di Lfi. Responsabile del linciaggio sarebbero stati alcuni elementi facenti parte del servizio d’ordine del partito di Mélenchon incaricato della scorta di Rima Hassan che, però, ha declinato ogni responsabilità dei suoi addetti alla sicurezza, dichiarando che si era trattato di uno scontro tra antifascisti e nazionalisti. Némésis invece attribuisce la responsabilità della morte di Quentin al gruppo di estrema sinistra della Jeune Garde Antifasciste, ben nota per le sue violenze e il cui co-fondatore è Raphaël Arnault, eletto deputato della Vaucluse nelle fila de La France insoumise, il quale recentemente ha subito una condanna per violenze in luogo pubblico.

Chi si ritrova ancora più coinvolto in prima persona nel linciaggio di Quentin è un collaboratore parlamentare di Mélenchon, Jacques-Elie Favrot, accusato da Némésis e da altri testimoni oculari di essere uno degli aggressori dello studente. Tra l’altro, un anno fa la Jeune Garde era stata disciolta su decisione del Ministro dell’Interno dell’epoca, il cui decreto ministeriale è attualmente oggetto di impugnativa presso il Consiglio di Stato. Autorevoli commentatori (vedi Le Figaro) sottolineano come questo “totalitarismo antifascista”, preconizzato da Alain Finkielkraut, si sia espresso nella sua forma più selvaggia e intollerante in occasione dei tragici eventi di Lione, a loro volta favoriti da un’atmosfera di conformismo venefico, all’interno del quale si ritrova una generazione intera, formata e addestrata a disumanizzare tutto ciò che anche vagamente abbia una colorazione di estrema destra.

E se questa nera sfumatura non c’è proprio, in qualche modo la si inventa. Trovando in ciò un più che certo appoggio mediatico da parte di una classe politica e intellettuale che si adegua ai più violenti, per non divenire lei stessa bersaglio degli estremisti. Un esempio per tutti chiarirà meglio la questione. Per il decesso di Quentin, la galassia Antifa parla di “rissa, scontri, bagarre” tra opposte fazioni, il che equivale a dire che si è trattato di un confronto diretto e violento tra due gruppi politici contrapposti. Al contrario, le immagini mandate in onda dalla tivù francese e le prime, cautissime, dichiarazioni della procura indicano chiaramente come Quentin sia stato inseguito e poi colpito a più riprese da almeno sei persone. Gioco pericoloso, come si diceva, questo di tacere la verità, perché addolcire le parole per sminuire un fatto molto grave prelude alla sua ripetizione, dall’una come dall’altra parte. Le estreme rosso-brune sono avvertite: continuate così e torniamo agli Anni di piombo. Ma importa veramente a qualcuno?

Aggiornato il 20 febbraio 2026 alle ore 10:35