Negoziati in stallo, e allora gli Stati Uniti mostrano i muscoli. Peace through strenght, parole sante per gli Usa, che hanno ordinato alla più grande portaerei del mondo di salpare dal Mar dei Caraibi verso il Medio Oriente. Mentre il presidente americano Donald Trump valuta l’opportunità di intraprendere un’azione militare contro l’Iran. A riportarlo sono i media statunitensi. Lo spostamento della Uss Gerald R. Ford – anticipato dal New York Times – porterà a due il numero di portaerei americane nella regione del Golfo. Un segnale strategico che accompagna l’inasprimento della pressione su Teheran affinché accetti un’intesa sul proprio programma nucleare. La Uss Abraham Lincoln è infatti arrivata in Medio Oriente più di due settimane fa, consolidando una presenza navale che vuole togliere il fiato all’ayatollah Ali Khamenei.
La linea di Teheran resta intransigente. L’Iran ha ribadito di non voler includere il programma missilistico nei colloqui con Washington, ripresi la scorsa settimana in Oman. “Il nostro sistema missilistico rientra nel quadro delle linee rosse e non è soggetto a trattative”, ha affermato Ali Shamkhani, rappresentante della Guida suprema presso il Consiglio di difesa nazionale. Più che una dichiarazione, un monito: “Qualsiasi avventura contro l’Iran riceverà una risposta forte, decisa e proporzionata”, ha aggiunto Shamkhani, in riferimento allo schieramento di navi militari statunitensi nelle acque mediorientali, in un contesto già reso instabile dalle proteste antigovernative esplose a gennaio in Iran, che secondo alcune Ong avrebbero causato 40mila vittime cadute per mano della repressione. Secondo l’agenzia Mehr, il funzionario ha definito “elevata” la prontezza militare della Repubblica islamica, avvertendo che eventuali errori di calcolo comporterebbero conseguenze “molto pesanti”.
BBC: L’IRAN INSISTE SUL NUCLEARE
A complicare ulteriormente il quadro contribuiscono nuove immagini satellitari analizzate dall’Institute for science and international security, think tank con sede negli Stati Uniti, e riportate dalla Bbc. Le fotografie mostrerebbero lavori di rafforzamento agli ingressi di tunnel sotterranei sul Monte Kolang Gaz La, noto come “Monte Piccone”, nei pressi di uno dei principali impianti nucleari iraniani. Gli esperti ipotizzano che la struttura possa essere destinata a proteggere attività di arricchimento dell’uranio o attrezzature strategiche. Tuttavia, la funzione precisa e lo stato operativo del complesso restano incerti. Un’immagine del 10 febbraio scorso evidenzia quello che appare come calcestruzzo fresco sopra uno degli accessi, mentre in un altro punto roccia e terreno sono stati spianati. Accanto, una nuova struttura in cemento armato rafforza l’idea di un potenziamento difensivo.
Il Monte Piccone non era stato colpito nei raid aerei statunitensi e israeliani del giugno 2025, a differenza dell’impianto di Natanz, situato circa due chilometri più a nord. Proprio Natanz, insieme al complesso nucleare di Isfahan – 125 chilometri più a nord – mostrerebbe, secondo le immagini, interventi di riparazione e consolidamento delle difese nelle ultime settimane. Per Sina Azodi, direttrice del Middle east studies program presso la George Washington University, l’Iran “opera partendo dal presupposto che gli attacchi si verificheranno e che è necessario proteggere le strutture il più possibile. Il programma nucleare iraniano non è stato distrutto. È chiaro che una volta acquisite le conoscenze, la capacità e la tecnologia per ricostruire il programma, si può sempre ricostruire tutto”.
Sul piano diplomatico, Rafael Grossi, direttore dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), ha dichiarato alla Bbc che un nuovo accordo tra Iran e Stati Uniti è possibile ma urgente. Secondo Grossi, i circa 400 chilogrammi di uranio altamente arricchito di cui dispone Teheran – materiale tecnicamente vicino alla soglia per uso militare – sarebbero rimasti nei tunnel e nelle camere sotterranee oggetto dei bombardamenti anti-bunker dello scorso giugno.
Aggiornato il 13 febbraio 2026 alle ore 15:26
