Recitava il famoso motto di Ruhollah Khomeyni “L’islam è politico o è nulla!”. La conseguenza di questo assioma è assai semplice: l’assoluta incompatibilità del mondo islamico (iraniano, turco, saudita, siriano, iracheno e algerino) con quello occidentale, dato che per il primo Stato e Chiesa sono come gemelli siamesi, mentre l’altro ha combattuto un paio di millenni per separarlo giuridicamente e politicamente. Di recente, questa incompatibilità strutturale tra Islam e Occidente (di per sé evidente da vari secoli) è stata oggetto di rivisitazione da parte di due autori di spessore, come Ernesto Galli della Loggia e Massimo Recalcati. Il primo, si pone la questione fondamentale sul “perché” l’Islam politico neghi per sua natura le più elementari (in senso occidentale) libertà individuali, come la scelta su che cosa leggere, dove viaggiare, quale musica ascoltare e chi frequentare. Domanda ineludibile, alla quale prova a rispondere Recalcati con i suoi strumenti, parlando del nemico “interno” dell’Islam, che poi sarebbe il corpo della donna (il cristianesimo si è salvato, grazie alla figura di Maria!), da sottrarre agli sguardi maschili all’esterno delle abitazioni-carceri. Per cui il velo diviene un dispositivo disciplinare, idoneo a reprimere ogni gesto dell’autonomia femminile, come quello di apparire in pubblico a capo scoperto, fatto trasgressivo ritenuto intollerabile dall’onnipotenza del regime patriarcale. “Ma più la sua crudeltà si impone, e più rivela la propria parentela con la morte”. Ed ecco che si fa più sensato ed esistenziale il grido di Donna, vita, libertà, perché quel regime totalitario non possiede la verità in nome di Dio che dice di avere.
E qui, l’autore fa fede di straordinario ottimismo dato che, dal suo punto di vista, la terribile repressione di gennaio 2026 non è che la manifestazione, il colpo di coda, del drago morente del fondamentalismo sciita, perché ogni potere che si crede assoluto è perseguitato dall’angoscia della propria caduta. Ma, le cose stanno un po’ diversamente alla luce di una corretta analisi politologica, perché a prescindere dalle spinte eversive e liberatorie dall’interno, esistono fattori di estrema importanza che invece puntellano dall’esterno la tenuta del regime sciita iraniano. Attori internazionali del calibro di Russia e Cina, che si sono eretti a numi tutelari (interessati) del regime teocratico, le autocrazie arabe della regione e persino l’arcinemico (il Grande Satana) americano non sostengono (ben al contrario, ritenendolo una sciagura) un “regime-change”. Ma ciò non accade perché tutti costoro hanno a cuore il (defunto) diritto internazionale. Ben al contrario: democrazie e autocrazie coinvolte nell’attuale crisi dell’Iran si interrogano a proposito del verbo “transigere”. Ovvero, di quale sia la strada di una possibile, auspicata transizione tra uno Stato teocratico stragista, come quello attuale, e qualcosa che assomigli a uno Stato confessionale più tollerante, escludendo come la peste una riedizione delle “primavere arabe”, aborrita e temuta da tutte le dittature arabe della regione. Per molti, cioè quasi per tutti, il dilemma sta “da dove” debba venire il colpo di grazia all’odiato regime teocratico: da un golpe (più o meno mascherato) interno, o dalle cannoniere americane.
Ma, le armi di Donald Trump, a quanto si è capito, possono svolgere una funzione liberatoria molto limitata, decapitando qualche alto grado della gerarchia, ma non valgono nulla come deterrente contro i milioni di armati delle milizie fondamentaliste e le altre decine di milioni di sostenitori “civili” del regime, per cui servirebbero forze di terra pari a un multiplo di quelle inviate in Iraq nel 2003. Si sostiene che questo sconvolgimento mondiale sia accaduto perché il famoso “Ordine internazionale” alla Francis Fukuyama (per cui, con la caduta dell’Urss, il modello della democrazia liberale si sarebbe affermato in tutte le Nazioni del mondo) è venuto giù rovinosamente con la nuova Amministrazione Usa. Analisi quest’ultima assai di parte, dal momento che sono soprattutto gli europei ad attribuire l’intera colpa dell’attuale disastro all’America trumpiana. Cosa banalmente non vera, perché al di là di ogni ipocrisia il Vaso di Pandora aveva iniziato schiudersi ben un quarto di secolo fa, molto prima quindi dell’avvento di Donald Trump. L’attuale catastrofe dei rapporti internazionali ebbe, infatti, inizio nel 2001 con le Torri gemelle e con l’accesso incontrollato della Cina nel Wto, proseguendo poi come un ciclone inarrestabile con le invasioni dell’Afghanistan e dell’Iraq (per non parlare dell’intervento nostro in Libia nel 2011!). Fatti per cui ancora oggi stiamo pagando gli enormi costi socio-economici e geopolitici degli eventi di allora. Nel 2022, con l’invasione russa dell’Ucraina, l’apertura del Vaso di Pandora si è poi completata, dato che la mossa di Vladimir Putin ha cancellato per sempre il divieto (che rappresentava il valore più sacro e inviolabile della Carta dell’Onu) di modificare i confini internazionali con la forza. Ma come impedirlo senza un arbitro mondiale in grado di sanzionarne le violazioni?
Ritornando all’interessante analisi di Galli della Loggia, c’è un nervo scoperto tremendamente sensibile che la sua denuncia va a toccare. Ovvero, quello della riscoperta dell’Islam come fattore identitario ed etnico-culturale alla massima potenza da parte delle seconde e terze generazioni, rispetto alle prime migrazioni in Europa di genti di fede islamica. Così, un numero sempre crescente di giovani e giovanissimi islamici tende a mantenere, se non addirittura a rafforzare, un’insuperabile barriera culturale tra sé e il resto del mondo. E questo insistito e rivendicato (anche con violenza, pensando alle rivolte in Francia) ancoraggio alle proprie origini crea un’insanabile cesura tra le comunità autoctone e la fede dei loro padri. Questo perché di fatto l’insegnamento coranico è incompatibile con la parità dei diritti uomo-donna e lo Stato di diritto non è degno di rispetto, perché non deriva dai principi religiosi islamici, né ha fondamento su di essi. L’Islam radicale, pertanto, non è né assimilabile, né integrabile in una società occidentale moderna e libertaria, a causa della sua costruzione interna, rigida e immutabile nel tempo, che pone il suo credo al di sopra di ogni altra fede religiosa. Del resto, vale la pena di ricordare alcuni passaggi del Corano, in cui è lecito passare per la spada gli infedeli, qualora non si convertano o sottomettano. Una crociata permanente, in pratica. Ma, se Corano e Vangelo avessero detto che la donna è pari all’uomo, ci sarebbe stato il patriarcato imperante e millenario dall’una come dall’altra parte?
Aggiornato il 09 febbraio 2026 alle ore 10:43
