Sai mai che a forza di preghiere resuscita? Ma chi, l’Europa, l’invalida? Eppure, mai morto (geopoliticamente) che cammina fu in così buona salute, anche se francamente invecchiato. Certo, è da più di un decennio che le sue politiche woke un tantino scellerate hanno costruito le basi per una vittoria continentale dell’ultradestra, in funzione anti-immigratoria e antiglobalista. Crescita tumultuosa quest’ultima, avvenuta in odio a élite così morbide da non trovare nessuna seria soluzione all’esigenza di fare dell’Europa una potenza continentale, in grado di non sfigurare nella tavola dei grandi del pianeta. Perché, siamo sempre lì: o sei tra gli invitati, a fai parte del menu, una volta che si è dissolta l’ipocrisia del diritto internazionale (mai veramente rispettato dai grandi player mondiali) con il ritorno senza se e senza ma dei rapporti di forza tra grandi nazioni. Certo che Vladimir Putin e Donald Trump hanno picchiato forte sulla pelle di tamburo dell’Europa, il primo con la guerra in Ucraina, il secondo costringendoci a pagarne i costi (visto che il conflitto si svolge sul nostro territorio) e umiliandoci con la storia dei dazi che vanno e vengono, a secondo delle simpatie e dei rapporti bilaterali tra i ventisette nanetti e il gigante americano. Potremmo noi rispondere colpo su colpo, alla Mark Carney, con alleanze a geometria variabile, cambiando strategie e mercati globali, come stiamo facendo con l’India e Mercosur? Ma che vuol dire nel linguaggio wokist di Bruxelles operare per una “Europa indipendente”? Ma non lo siamo già, o qualcuno ritiene che noi si faccia parte del Commonwealth ombra che fa capo a Donald Trump, in seno al Board of peace in cui si paga per avere posti in piedi? Non solo non siamo richiesti, ma proprio non vi vogliono tra di loro, a quanto pare. Di chi è la colpa?
Finora, in materia di difesa comune la Ue ha fatto praticamente scena muta, perché nessuno dei leader nazionali si sogna di fare una scelta netta tra aerei da caccia e welfare a beneficio di famiglie, giovani e anziani. A quanto pare, solo in alcuni grandi Paesi europei l’opinione pubblica è favorevole a fare sacrifici per rendere l’Europa autonoma in materia di difesa, acclimatandosi all’idea di doversela cavare da soli senza l’ombrello dell’America. Ma certo non aiutano in tal senso le gesticolazioni poco credibili che si sono manifestate per la difesa della Groenlandia che, ricordiamolo, nel bene e nel male, è sempre una colonia della Danimarca, un Paese membro della Ue che si vorrebbe de-colonizzata. Tutti citano il passaggio del discorso di Carney a Davos, in cui si dice (a noi europei, in particolare) che non si può vivere nella menzogna di un’integrazione da cui trarre mutui benefici, quando si sa bene che è proprio questa integrazione a renderci subordinati (s’intende in primo luogo agli Usa). Ma, che cosa vuol dire, per esempio, la vantata virata del premier canadese verso la Cina, Paese illiberale comunista cui dobbiamo tutte le nostre disgrazie conseguenti alla globalizzazione incontrollata, per averle permesso di crescere grazie a un’economia dopata da trilioni di risorse pubbliche e super protezionista nei confronti dei mercati esteri? Semmai, dovremmo alla svelta svincolarci dai suoi monopoli di fatto, come terre rare ed elettrico, per non parlare poi dell’Intelligenza artificiale, la vera mecca dei futuri guadagni mondiali, tutti settori questi ultimi in cui Pechino è all’avanguardia. La Cina con la sua concorrenza sleale ha distrutto, e non contribuito a edificare il defunto ordine globale così caro a Carney.
Non abbiamo saputo rispondere colpo su colpo alla strategia cinese a tutto campo della “Belt & Road Initiative”, mettendo un multiplo di quelle risorse previste (qualche trilioni di miliardi, concessi a credito o in scambi in natura), per finanziare una nostra globale “Via della seta”. Guidati dall’idea di costruire in tutto il mondo meno sviluppato tutte le infrastrutture primarie e secondarie di servizio necessarie, per mettere al passo con la modernità decine di nazioni (ricchissime di materie prime!) dell’Africa e del Sud America, la cui redditività a medio-lungo termine, politica ed economica, di una simile iniziativa di tutto l’Occidente avrebbe comportato immensi benefici per le due sponde dell’Atlantico. Persino Mario Draghi ha lanciato l’allarme (ma, forse è decisamente troppo tardi) sulla in coesione della Ue, in cui addirittura sono tollerati paradisi fiscali (vedi Irlanda e Benelux), in assenza di una politica fiscale comune, per non parlare di quelle estera e di difesa, per cui occorre passare su tutte e tre le materie a federare chi ci sta, in base all’Europa a più velocità e a geometria variabile, rinunciando a priori al voto all’unanimità. Perché poi tutti sanno, infatti, benissimo che occorre fare dell’Europa una potenza politica e militare che limiti il più possibile la sua dipendenza energetica e tecnologica, in grado di dissuadere i suoi avversari e prendere decisioni rapide su situazioni e materie strategiche.
L’attuale U-turn di Carney nei confronti della Cina lascia perplessi i suoi alleati occidentali, visto che proprio Pechino si è resa responsabile non molto tempo fa dell’arresto di cittadini canadesi, ingerendosi per di più nelle elezioni legislative di quel Paese e sconfessando pubblicamente l’ex primo ministro Justin Trudeau, accusato da Xi Jinping, nel corso del G20 del novembre 2022, di aver divulgato sui social conversazioni riservate tra i due capi di Stato. L’inversione di tendenza ha, finora, concesso molto poco alla nuova, vantata partnership strategica Canada-Cina, in cambio di un timido abbassamento delle tariffe doganali e di un limitato import di auto elettriche cinesi, in cambio dell’export di tecnologia nucleare civile canadese. Eppure, occorrerebbe sapere che questo mettersi devotamente in fila per essere ricevuti da Xi, non soddisferà le richieste di principio dell’Europa per quanto riguarda un maggior rispetto dei diritti umani, e la rinuncia a interferire con i processi elettorali, a smettere di praticare lo spionaggio industriale e la sleale concorrenza commerciale e, soprattutto, a non sostenere la Russia con tecnologie dual use che le consentono di proseguire con la sua guerra contro l’Ucraina.
Aggiornato il 06 febbraio 2026 alle ore 10:34
