Russia “Madura”: un colpo al cuore

Fine della tela di Penelope tessuta nottetempo dai grandi autocrati di Cina, Russia, Iran e Venezuela ai danni dell’Occidente? Per ora, dopo l’esfiltrazione di Nicolás Maduro e il terremoto iraniano in atto, è Vladimir Putin a sentirsi sempre più solo, avendo pesantemente investito politicamente sui regimi di Teheran e di Caracas. Ad esempio, fin dal 2004, durante gli anni del chavismo, una commissione di alto livello russo-venezuelana ad hoc ha favorito la firma di ben quattrocento accordi di cooperazione. Non per nulla, nel 2024 la Russia è stata tra i pochissimi Paesi a riconoscere l’elezione truffa di Maduro, cosa che ha consentito a Mosca di sottoscrivere accordi di cooperazione militare, condivisione di intelligence e forniture di petrolio tra i due Paesi. Tuttavia, negli ultimi mesi del 2025, con l’acuirsi delle tensioni tra il Venezuela e Washington, non c’è stato nessun passo concreto dei russi per soccorrere (militarmente e politicamente) il regime di Maduro, dato che Mosca non avrebbe potuto sostenere il peso ulteriori sanzioni internazionali, né tantomeno uno scontro aperto con l’America. Con il rischio concreto, in questo caso, di aggravare ulteriormente i costi già notevoli per sostenere la guerra in Ucraina, che ha tutta l’aria di assomigliare a quelle guerre americane che “non finiscono mai”, tipo Afghanistan e Iraq. Del resto, come potrebbe non essere un incubo per la Russia la mossa anti Maduro di Donald Trump, che rischia di porre sotto controllo degli Usa metà delle riserve petrolifere mondiali, abbassando il costo del barile sotto la soglia fatidica dei 50 dollari? Prospettiva quest’ultima che rappresenterebbe una semi catastrofe per le finanze russe dipendenti (come quelle iraniane) dalle quotazioni mondiali del petrolio. A meno che, Vladimir Putin, Ali Khamenei, Mohammad bin Salman e Donald Trump non facciano un accordo (geopolitico) di cartello per mantenere il rapporto produzione-prezzi al di sopra di una soglia concordata.

Certo, per ora la politica estera di Putin, nei riguardi di Venezuela, Iran, Siria è un po’ in sala rianimazione dato che non è andata molto oltre l’apertura delle porte del Cremlino all’attuale uomo forte di Damasco, Ahmad al-Shara, ex dirigente di spicco di Al Qaida, formazione islamica radicale che, ricordiamolo, nel corso della guerra civile siriana è stata sistematicamente colpita dai bombardieri di Mosca, in quanto alleata dell’Isis. Bisognerà vedere quanto spazio avranno i falchi del Cremlino che invocano a gran voce azioni drastiche per il recupero del prestigio nazionale, messo in crisi dalle recenti mosse americane. In merito, il solito ideologo russo di estrema destra, Aleksandr Dugin è arrivato a sostenere su X che “solo la brutalità, la forza, la distruzione di massa e la crudeltà sono le cose che contano nell’universo di Trump”, come se tutto ciò che è successo in Ucraina da quattro anni a questa parte, con due milioni di vittime stimate tra soldati e civili russi e ucraini, feriti o uccisi, fosse accaduto in un mondo parallelo, di cui la Russia invasore non fa parte. Per ora, Putin (con una buona dose di ipocrisia) si è limitato a chiedere che gli Stati Uniti rispettino il diritto internazionale il che, probabilmente, va interpretato come un fervente invito a non attaccare l’Iran stragista. Anche se tutto il mondo pensa che un segnale occorra pur darlo a sostegno di chi rivendica con la vita, perché disarmato, il diritto alla libertà che, invece, noi abbiamo garantita senza rischiare per questo l’impiccagione.

Del resto, il profilo basso e silente di Putin nei confronti di Trump (che di recente ha sequestrato una petroliera fantasma che si è rivelata appartenente alla flotta russa), si spiega con il fatto che una reazione più determinata potrebbe essere interpretata come un atto di debolezza, da parte di chi si sente messo all’angolo dalle mosse dell’avversario. Mentre, al contrario, Trump ritiene di aver fatto la cosa giusta senza mettere in crisi l’entente cordiale con Putin, instaurata fin dall’inizio del suo secondo mandato. Un’ulteriore circostanza che agli occhi di Trump ha fatto, per così dire, perdere parecchi punti a Putin è stato il presunto assalto di droni ucraini alla residenza del presidente russo a Valdai, che il tycoon ha lasciato cadere come se una fake news (e probabilmente lo è!) Tuttavia, non è il livello (molto basso) di credibilità di Putin che interessa a Trump ma la capacità di relazionarsi con lui per concludere vantaggiosi accordi economici e politici, in base alla sua personale diplomazia “transattiva” (ottenere il massimo concedendo il minimo), per cui non si danno punti di vantaggio alla controparte. E, visto che la sincerità non è di moda negli attuali rapporti russo-americani, Trump si guadagna la riconoscenza del suo interlocutore accreditandolo come disponibile a un accordo di pace per l’Ucraina, mentre gli ostacoli in tal senso verrebbero tutti dalla resistenza di Volodymyr Zelensky a non cedere sui territori.

E poiché, dice il proverbio, “chi la fa l’aspetti”, stavolta tocca a Putin confrontarsi con l’imprevedibilità dell’inquilino della Casa Bianca, che dall’inizio del suo secondo mandato ha operato una brusca inversione di rotta rispetto alle norme comportamentali dei suoi predecessori, esfiltrando Nicolás Maduro con un’operazione lampo e senza preavvertire il suo grande protettore russo. Così, Putin si è ritrovato all’improvviso privo della sua stampella sudamericana (gli è rimasta Cuba: ma anche lì siamo a un solo passo dal regime-change) e, soprattutto, dell’alleato siriano, per cui ha dovuto fare rapidamente un’autentica piroetta diplomatica, invitando a Mosca Ahmad al-Shara, il nemico giurato jihadista di Bashar al-Assad rifugiatosi nella capitale russa. In precedenza, il protettorato putiniano su Siria e Venezuela non era minimamente servito ad aiutare quei regimi a diventare più efficienti, né tantomeno a venire incontro ai bisogni dei loro popoli. Figurarsi se nelle attuali condizioni Putin si poteva permettere di fare la voce grossa con Washington, o mandare navi da guerra a difendere i suoi amici autocrati sotto tiro degli americani. È vero, tuttavia, che per lo zar prima dell’amicizia con Trump viene la sua dignità, per cui non può mettere fine alla guerra in Ucraina, se non alle sue condizioni.

Del resto, è chiaro che questo superamento delle “linee rosse” (rispetto al diritto internazionale) da parte di entrambi i leader sta avvantaggiando, obiettivamente, il più forte (Trump) rimettendo in discussione il prestigio di Putin nei confronti dei suoi alleati storici che, tra l’altro, dal punto di vista degli standard democratici sono assai poco raccomandabili. Sarebbe interessante sapere che cosa ne pensi in merito Ali Khamenei!

Aggiornato il 04 febbraio 2026 alle ore 10:43