Unione europea al bivio: federazione o dissoluzione

Il Forum economico mondiale di Davos del gennaio 2026 ha offerto un palcoscenico rivelatore per osservare le dinamiche globali, e in particolare il ruolo dell’Unione europea in un contesto di crescente instabilità. Essa appare frammentata e incerta, con leader nazionali spesso indecisi sulle questioni importanti. Gli eventi recenti, come le minacce tariffarie statunitensi legate alla questione della Groenlandia, che sembrano superate (anche se con l’attuale amministrazione americana dubbi ne restano), hanno amplificato la percezione di una sua debolezza di fondo. Tanto che un esempio paradigmatico della sua condizione, e dell’incapacità di perseguire accordi ambiziosi, è stato il blocco dell’accordo di libero scambio tra Ue e Mercosur, firmato il 17 gennaio 2026 ma immediatamente sospeso dal Parlamento europeo il 21 gennaio, che ha rinviato il testo alla Corte di Giustizia per un parere sulla compatibilità con i Trattati, con stime di ritardo tra i 18 e 24 mesi. Una vera e propria decisione autolesionista, voluta principalmente dalla Francia di Emmanuel Macron per il timore di avere in casa ulteriori contestazioni oltre a quelle che deve quotidianamente affrontare. Questo stallo manifesta apertamente la difficoltà del Vecchio continente a competere globalmente, incapace di bilanciare interessi nazionali e obiettivi comunitari.

Sul fronte ucraino però l’Ue ha dimostrato impegno con un pacchetto di 90 miliardi di euro per il 2026-2027, anche se alcune voci dissonanti indicano una posizione che potrebbe vacillare perché influenzata da spinte esterne e interne ai singoli Stati. Questo panorama, non certo esaltante, ci invita a una riflessione: l’Ue può mantenere coerenza senza un quadro unitario robusto o si frantumerà vista l’incertezza politica ed economica che la caratterizza? Per esempio, Giorgia Meloni ha consolidato la stabilità del suo Governo e non ha sfasciato i conti pubblici come tanti commentatori della domenica pensavano, nonostante ciò il ruolo dell’Italia rimane marginale in ambito globale (del resto è naturale che sia così viste le dimensioni italiane rispetto ai grandi attori geopolitici come Usa, Russia e Cina) e ambiguo in quello europeo in quanto la sua posizione è contraria a eliminare il voto all’unanimità nelle decisioni che comportano un impegno più largo dell’Unione europea.

D’altronde la cultura politica da cui il presidente del Consiglio proviene non ha mai avuto molto a che fare, se non per poche eccezioni, con il federalismo, in particolare con quello statunitense che si espresse nei Federalist Papers di Alexander Hamilton, il quale considerava una necessità avere un potere centrale forte ed autorevole. Nei Federalist, Alexander Hamilton e James Madison sottolineano ripetutamente come il potere federale debba essere circoscritto a difesa comune, regolazione del commercio estero e tra Stati, negoziazione internazionale, proprio per preservare le libertà individuali e la pluralità delle scelte locali. In questa prospettiva, l’assetto federale non apparì come minaccia alla libertà, ma come strumento per rimuovere ostacoli ad esempio al libero scambio interno e alla competizione tra ordinamenti, evitando così che le 13 ex-colonie isolate ricadessero in protezionismi o interventi dirigistici.

Ma torniamo all’Europa. In Francia, anche Emmanuel Macron si è svelato quanto meno ondivago appoggiando in privato la linea di Donald Trump, come rivelato dallo stesso presidente americano, su Iran e Venezuela e storcendo il naso in pubblico. In Germania Friedrich Merz, sembra essere frenato dalle problematiche politiche, economiche e sociali che emergono dalla deindustrializzazione in corso in tutto il Paese teutonico. Infine, il Regno Unito post-Brexit, si trova smarrito ed in balia dei più preoccupanti rigurgiti nazionalisti da un lato e isolazionisti dall’altro, nonostante Keir Starmer stia cercando disperatamente di riportarlo dentro i confini dell’Ue che garantirebbero almeno sul piano della sicurezza generale una più ampia tutela degli interessi britannici.

Un ulteriore segnale di debolezza strutturale dell’Unione europea, emblematico di una miopia generale dei ceti dirigenti, emerge dal settore manifatturiero che è in crisi perché stenta da un lato ad aprire nuovi mercati e dall’altro a trovare operai per la produzione. Quello italiano poi è emblematico, basta prendere ad esempio Stellantis (ex Fiat). Il gruppo fatica a reperire giovani operai qualificati disposti a lavorare in fabbrica, nonostante le assunzioni in corso. Come riportato dal Corriere della Sera di Torino il 23 gennaio 2026, la ricerca di personale under 30 a Mirafiori procede a rilento perché molti candidati rifiutano turni notturni, lavoro al sabato e ritmi intensi, preferendo altre opzioni o condizioni più flessibili. La richiesta implicita di assumere ragazzi sotto i 30 anni si scontra con una realtà in cui i diplomati cercano maggiore equilibrio vita-lavoro, e così l’età media degli attuali lavoratori metalmeccanici resta elevata.

Questo non è un problema isolato di Stellantis, ma riflette una crisi sistemica tra domanda e offerta di lavoro qualificato nel manifatturiero. Purtroppo l’Europa e l’Italia non hanno preso coscienza piena della combinazione letale tra invecchiamento della popolazione, declino della formazione tecnica e cambiamento culturale tra i giovani, che sempre meno vedono il lavoro manuale specializzato come un’opportunità attraente. Il risultato è una base produttiva che rischia di invecchiare senza ricambio generazionale adeguato, aggravando la competitività del Continente in un mondo che accelera verso automazione.

È il sintomo dei tempi, il nostro Continente non è più quello degli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta in cui c’era una forza lavoro poco “istruita” ma molto operosa, oggi siamo di fronte ad un’altra popolazione che è molto acculturata, con un buon tasso di diplomati e laureati che vuole svolgere giustamente mansioni adeguate al proprio profilo intellettuale e non è disponibile a sudare in agricoltura o nelle catene di montaggio per uno stipendio discreto. In Italia per esempio circa il 66,7 per cento dei cittadini tra i 25 e 64 anni possiede almeno un diploma di scuola superiore, secondo i dati Istat 2024, in linea con la media europea. Tra i giovani (25-34 anni), la quota è leggermente superiore, intorno al 67-70 per cento, grazie a una dispersione scolastica ridotta al 9,8 per cento per i 18-24enni. Nei 25-64enni, i diplomati rappresentano la maggioranza della forza lavoro qualificata, con tassi di occupazione al 74-81 per cento a seconda di età e regione. Circa il 31,6 per cento dei giovani italiani tra i 25 e 34 anni possiede una laurea o un titolo di studio terziario, secondo i dati Eurostat del 2024, con una distribuzione che privilegia gli ambiti medico-sanitario e farmaceutico (15-20 per cento), economico-statistico (15-16 per cento), ingegneria industriale e dell’informazione (11-16 per cento), scientifico (10-15 per cento), politico-sociale e comunicazione (10-11 per cento), tecnici (inclusi in ingegneria e scientifico, circa il 20 per cento totale) ed umanistici (giuridico, letterario, linguistico-educativo, circa il15-20 per cento tra ciclo unico e triennali).

Anche per questa stratificazione culturale della popolazione la crisi industriale dell’Ilva non è sentita dai più come una tragedia nazionale ma anzi, se dovesse chiudere definitivamente lo stabilimento di Taranto, addirittura verrebbe accolta con un sospiro di sollievo da tutti gli “eco-socio-gnostici” che popolano il territorio italiano. D’altronde tra sussidi e indennità varie sostanzialmente il disagio economico dei lavoratori è stato attenuato, tanto che il Governo ha allocato 20 milioni di euro per il biennio 2025-2026 a sostegno della Cassa integrazione guadagni straordinaria per circa 5.700-6.000 lavoratori, coprendo così fino al 75 per cento del trattamento. Ma diciamola tutta: alcuni tra i ceti politici e sindacali in fin dei conti forse pensano che gli attuali impiegati sarebbero comunque accompagnati alla pensione e non ci sarebbe nemmeno più bisogno di nuove leve per sostituirli in acciaieria vista la dismissione della stessa.

In ogni caso, per potere pensare di competere globalmente intanto l’Unione europea dovrebbe avere chiaro se vuole mantenere o no il suo modello industriale, fatto di ingegneri, manager e lavoratori. Non ci mancano i primi due ma i terzi si, e per poterli rimpiazzare con energie fresche ci sono solo due soluzioni possibili: incrementare l’immigrazione proveniente dall’Africa con tutto quello che essa comporta in termini culturali e politici sia per noi che per i Paesi da cui provengono, o implementare una maggiore meccanizzazione e automazione supportata dall’Intelligenza artificiale. Ovviamente questa sfida non è esente da rischi (che nessuno qui vuole nascondere), però visto il nostro alto tasso di specializzati nel campo della tecnologia e della scienza potremmo forse gestire meglio questa transizione all’automazione attraverso, per esempio, una più ampia robotizzazione che un immigrazione selvaggia e senza controllo. Peraltro offriremmo un valido motivo ai nostri cosiddetti “cervelliin fuga, che abbiamo formato nelle università europee, per rimanere in casa dove troverebbero stimoli e stipendi adeguati al loro profilo professionale.

L’Ia rappresenta infatti la nuova frontiera dello sviluppo e precisamente nel senso schumpeteriano della “distruzione creativa”. Essa infatti cancellerà modelli di business, posti di lavoro e industrie tradizionali per crearne di nuovi, più efficienti e innovativi. Come Joseph Schumpeter teorizzava, il progresso capitalistico procede attraverso “onde di distruzione creativa” che rendono obsolete le vecchie strutture per farne emergere di nuove. L’Europa però, con la sua regolamentazione invasiva rischia di subire la distruzione senza guidare la creazione. Mentre Usa e Cina elaborano rapidamente applicazioni Ia in settori strategici come quelli industriali, energetici e militari, il Vecchio continente rimane intrappolato in un approccio precauzionale che frena l’innovazione e allontana capitali e talenti.

Il ritardo non è solo tecnologico, ma culturale e politico. Senza una svolta decisa verso una deregulation mirata, investimenti massicci in infrastrutture informatiche e formazione, che solo una federazione tra gli Stati europei più importanti (Germania, Francia, Italia e Regno Unito) potrebbe garantire, l’Unione europea vedrà la propria base manifatturiera e produttiva erosa ulteriormente dalla “distruzione creativa” guidata da altri. Aveva ragione Mario Draghi quando ha affermato, nel suo discorso del 2 febbraio 2026 in occasione del conferimento della laurea honoris causa all’Università cattolica di Lovanio in Belgio, che “un’Europa che non sa difendere i propri interessi non preserverà a lungo i propri valori rischiando di diventare subordinata, divisa e deindustrializzata.”

Ma intanto sarebbe utile aprire pienamente il mercato interno tra gli Stati membri, eliminando barriere residue e creando un vero spazio economico unico che attragga investimenti e talenti, partendo dal reintegro del Regno Unito nei nostri circuiti di commercio, sicurezza e innovazione, superando così le divisioni della Brexit. Contestualmente va affrontato il tema della difesa comune integrata con quella Nato. Va immaginato un percorso di unificazione che parta dai “volenterosi”, pochi e coraggiosi, che però abbiano l’aspirazione di arrivare ad una federazione vera e propria tra chi condivide tradizioni, visioni e ambizioni. Solo così l’Europa potrà difendere i propri valori, competere globalmente e navigare nelle acque incerte del nuovo dis-ordine mondiale senza dipendere da altri.

Ovviamente si correrà il rischio di un federalismo mal concepito, ma è un rischio accettabile, e proprio per questo occorrerà una rigorosa delimitazione costituzionale dei poteri, ispirata proprio a quei principi che legano autorità limitata e autonomia personale. Solo in tale cornice la proposta federale apparirà non come alternativa alla libertà ma come una sua possibile garanzia in un mondo di interdipendenze crescenti popolato da regimidiversamente democratici” e illiberali. Per questo l’Unione europea, l’Impero del diritto, è a un bivio: federazione autotelica (gratificante di per sé e capace di generare valore intrinseco per i suoi membri) o dissoluzione iatrogena (patologicamente indebolita dai rimedi che si autosomministra). La vera alternativa è quindi istituzionale e relazionale. Essa può realizzarsi solo attraverso un dialogo autentico e non gerarchico tra gli Stati nazionali che hanno una maggiore sensibilità europeista, che sono autenticamente intenzionati a federarsi e che sapranno affrontare il non facile compito di resistere alle melliflue sirene dei consorcinatori interni e dei nemici esterni.

Aggiornato il 04 febbraio 2026 alle ore 12:48