I gulag nella Russia di Putin

Un recente rapporto basato su testimonianze, documenti ufficiali e riscontri forensi ricostruisce la sorte di Bohdan Usenko e Andriy Zdorenko, due militari ucraini catturati nel 2022 durante i combattimenti a Mariupol e morti successivamente in prigionia russa dopo lunghi periodi di detenzione segnati da torture e gravi maltrattamenti. Bohdan Usenko, marinaio di carriera, fu fatto prigioniero il 12 aprile 2022 mentre tentava di allontanarsi dall’area dell’acciaieria Ilych, allora sotto assedio. Da quel momento iniziò per lui un percorso di detenzione durato circa tre anni, durante i quali venne trasferito tra diverse strutture carcerarie senza che ai familiari fossero fornite informazioni attendibili sul suo stato di salute o sulle condizioni di detenzione. Le comunicazioni ufficiali russe parlavano di una grave forma di tubercolosi, indicata come causa del progressivo deterioramento delle sue condizioni. Solo dopo il rimpatrio del corpo, identificato tramite analisi del Dna, la moglie poté apprendere una verità ben diversa: Usenko era morto in cattività e il suo corpo, ridotto a uno scheletro, presentava segni compatibili con un prolungato stato di deperimento e con torture ripetute, elementi che fanno crollare la narrazione ufficiale russa e rivelano le menzogne che hanno accompagnato la restituzione del corpo martoriato.

Analoga è la vicenda di Andriy Zdorenko, catturato nel maggio 2022 e successivamente sottoposto a un procedimento giudiziario che, secondo le informazioni disponibili, si fondava su confessioni ottenute attraverso torture. La sua morte in carcere è stata comunicata senza spiegazioni sulle circostanze, limitandosi ad annunciare l’interruzione del processo.

I due casi si inseriscono in un quadro più ampio: numerosi prigionieri di guerra ucraini risultano morti durante la detenzione e una parte consistente di coloro che sono sopravvissuti ha riferito di torture sistematiche, violenze e condizioni di reclusione incompatibili con le Convenzioni di Ginevra e con i principi fondamentali del diritto umanitario. Qui non c’è nemmeno più la finzione del lavoro forzato: resta solo la tortura come strumento di dominio e di annientamento della persona.

Di fronte a queste storie è difficile non richiamare le parole di Primo Levi in Se questo è un uomo, quando avverte che la disumanizzazione non inizia con gli atti più estremi, ma con l’assuefazione al dolore altrui e con l’accettazione silenziosa dell’ingiustizia. Levi ci ha insegnato che il male prospera quando viene considerato un’eccezione lontana, qualcosa che non ci riguarda direttamente. Eppure, l’Ucraina dista dall’Italia circa 1.200-1.500 chilometri in linea d’aria: una distanza che, nel cuore dell’Europa, rende ancora più fragile l’illusione che queste vicende appartengano a un mondo separato dal nostro. Non si tratta di una tragedia confinata a un altrove indefinito, ma di eventi che si svolgono nel nostro stesso spazio geografico e storico.

L’indifferenza, come Levi ci ha ricordato, non è mai neutrale. Quando la tortura viene tollerata, minimizzata o archiviata come inevitabile, il male finisce per consolidarsi e ripresentarsi sotto nuove forme, come dimostra la condotta russa in questa guerra di aggressione contro l’Ucraina. Raccontare queste morti significa riconoscere il valore universale della dignità umana e la necessità di proteggerla anche quando appartiene a qualcuno che non conosciamo, perché il riconoscimento della dignità umana non può prescindere dall’accertamento delle responsabilità e dalla punizione di questi crimini secondo il diritto internazionale, unica condizione perché pace e giustizia non restino parole vuote.

Tacere o voltarsi dall’altra parte significherebbe accettare che ciò che è accaduto possa accadere ancora.

Aggiornato il 03 febbraio 2026 alle ore 10:42