Rivoltati! Resilienza di una teocrazia

Quando cadono, dunque, i regimi? In tre modi, per l’essenziale: rivolta popolare; intervento armato dall’esterno; golpe interno. In tutti e tre i casi, spesso è sempre possibile rilevare una componente esogena nella loro destabilizzazione, perché la sorte di un Paese comunque strategico per gli interessi delle grandi potenze non rappresenta di per sé una variabile indipendente. Nel caso della teocrazia iraniana, che non esita a praticare l’eccidio e le esecuzioni di massa (ammesse dal loro credo perché chi protesta bestemmia Dio), c’è da sperare unicamente in una fratturazione interna nella diga che separa il regno dei mullah dalla società laica mondiale. E questo può avvenire solo e soltanto se all’interno di una delle grandi componenti armate che proteggono il trono (inturbantato) del pavone si producesse una fessurazione, subito tesaurizzata da contestuali proteste organizzate di piazza, per consentire ai golpisti di intervenire a favore dei manifestanti e abbattere il regime, avendo chiara l’alternativa e la leadership di governo. A oggi, come si è visto, nulla di tutto questo è all’orizzonte, malgrado la pressione di Donald Trump su Teheran. Anzi: in Iran regna la calma del sangue che ha esaurito la sua vita, dopo che se ne è sparso così tanto al punto che le guaine nere non bastano più per nasconderlo agli occhi del mondo. Senza i fucili che sparano dalla parte del popolo contro l’oppressore, è finita che le guardie del regime hanno annientato la rivolta, mascherandosi per non essere riconosciute, in modo da uccidere (sterminare) impunemente innocenti disarmati: un’infamante vergogna per chi quegli omicidi brutali li ha invocati, permessi e persino benedetti.

E sono proprio quelle guardie della vergogna (che si autodefiniscono polizia della fede) a essersi precipitati sulle terrazze di Teheran e delle altre grandi città in rivolta, per strappare dai loro supporti le parabole della voce della libertà di Starlink. Le sole che hanno irradiato le immagini e le voci disperate dell’immane tragedia di un popolo tradito e annientato, affinché le vedesse il resto del mondo infingardo e inerte, blindato dietro le parole e i principi vuoti dello stato di diritto e del diritto internazionale. Fin dall’inizio delle dimostrazioni, il regime ha disseminato ovunque i suoi checkpoint in tutti i quartieri urbani, costringendo i parenti delle vittime a pagare una “bullet-tax” (tassa per ripagare il costo delle pallottole) di migliaia di dollari, per riavere indietro i corpi dei loro ragazzi colpiti a morte. Stime sempre più tragiche ci dicono che le vittime tra i giovani iraniani si conterebbero a decine di migliaia, superando il record di quelle del 1989 di Piazza Tienanmen, ragion per cui Pechino si ritrova alleata di Teheran nella congiura del silenzio, dato che dal loro punto di vista la ragion di stato non deve render conto a nessuno delle proprie scelte, né all’interno come all’esterno. Non è forse questo il “Nuovo ordine mondiale” predicato da Xi Jinping e consacrato come Vangelo dal Global South? Così Ali Khamenei, dopo aver preso lezioni di storia quando nel 1979 lo Scià commise l’errore fatale di arrendersi alla piazza che fece cadere il suo regime secolare, ha deciso di non ripetere quell’errore dando fondo a tutte le risorse genocidiarie dell’Islam incorrotto. Perché, come sosteneva il grande ayatollah Ruhollah Khomeyni, “l’Islam o è politico, o non è nulla”. Ovvero: senza potere temporale non può esistere il regno di Dio su questa terra.

Eppure si ha l’impressione che qualcosa si stia muovendo sotto questo permafrost del fondamentalismo più feroce, dato che tutti avvertono come si sia andati ben oltre il punto di non ritorno, per una leadership che ha deciso di annegare il suo futuro nel sangue dei propri figli, scavandosi così da solo la fossa del potere. Ed è nelle strade, nei cortei funebri carichi di rabbia e di odio che si sente gridare “Morte a Khamenei”, invettive ripetute milioni di volte dai terrazzi delle case quando cala la sera. Ma c’è davvero, a questo punto, la possibilità di un “regime-change” incruento? Se fosse solo l’intransigenza dell’ottantaseienne Khamenei, che non ne vuol sapere di venire a patti con gli Usa sul nucleare, una soluzione di riserva la si potrebbe pure trovare, vista ormai l’insostenibile impopolarità che si è guadagnato con la sua “Tienanmen persiana”, per cui sono in molti a chiedere, o quanto meno ad augurarsi una soluzione alla Maduro, che consenta alla gerarchia politica un comodo “shift-power” dal potere del clero a quello secolare. Tutti gli oppositori del regime, con modalità diverse, vogliono che sia cancellato l’aggettivo “islamico” nella gestione degli affari interni e internazionali e, al fine di evitare la bancarotta, qualcuno invita al radicale defounding delle migliaia di scuole coraniche e al mantenimento di un esercito di chierici parassiti, anche se la preferenza dei più va a una manovra di palazzo per l’insediamento di un uomo forte.

Tra i prescelti, vi sarebbero l’attuale presidente del Parlamento, Mohammed Bagher Qalibaf, ex capo del Corpo delle guardie rivoluzionarie (Irgc), e Ali Larijani, eminenza grigia del potere teocratico e figlio dell’ayatollah che presiede attualmente il Supremo consiglio nazionale di sicurezza. Nota importante: entrambi i candidati (al colpo di Stato indolore) hanno figli che vivono o hanno tentato di vivere negli Stati Uniti! La verità è che nessuno oserà fare un solo passo senza garantirsi la connivenza degli apparati militari e di sicurezza: l’Irgc (che secondo alcuni sarebbe “fedele all’Iran e non a Khamenei”, in modo da mantenere così intatto il potere teocratico) vanta un organico di 170mila uomini, mentre altri 400mgila fanno parte di un esercito nato sotto l’egida dello Scià di Persia. Per ora, tuttavia, la dissidenza iraniana rimane fortemente divisa tra i “monarchici” che sostengono il figlio dello Scià, Reza Pahlavi, e un vasto fronte della protesta civile, compresi i libertari di Donna, vita, libertà, dal cui esilio londinese i suoi leader stanno per pubblicare un documento di 40 pagine su di un’ipotesi di transizione democratica, che prevede cento giorni di supervisione internazionale, in modo da consentire il monitoraggio del voto per l’elezione di un’Assemblea costituente, incaricata di nominare un Consiglio direttivo di sette persone. Il fronte della dissidenza ricomprende altresì una vasta pletora di difensori dei diritti civili, come prigionieri politici (tra cui il Premio Nobel Narges Mohammadi), difensori dei pari diritti, sindacalisti, e così via, tutti privi di una leadership unificante e unitaria.

A tutti costoro si sono di recente affiancati 14 membri del clero e intellettuali autori di un manifesto in cui si chiede al regime di fermare la repressione e aprire a una nuova fase democratica. Ma nessuno sa davvero, per non averla mai sperimentata, quale sia la forma democratica più adatta all’Iran. Così, Khamenei continua a dare le carte, vantando i suoi 13 milioni di sostenitori (lui sì che per costoro è un capo indiscusso!), forte del fatto che molti all’interno del regime preferiscono la tirannia al caos, optando per concessioni limitate, come un’amnistia per i prigionieri politici e un percorso graduale verso la transizione. Ma, in merito, che cosa decideranno le cannoniere Usa ancorate a un braccio di mare dal bunker della guida suprema?

Aggiornato il 03 febbraio 2026 alle ore 09:58