Quello che Carney non ha detto e il mondo che verrà

Nel suo intervento apparso su Il Domani del 25 gennaio, Sergio Labate ha offerto una lettura del discorso tenuto da Mark Carney a Davos che merita di essere ripresa e discussa, non tanto per contestarne la diagnosi quanto per interrogarne la prognosi. La tesi di fondo dell’articolo si lascia riassumere con relativa agevolezza: il premier canadese avrebbe avuto il coraggio di pronunciare una verità che i potenti solitamente dissimulano, ossia che l’ordine capitalistico globalizzato non sta attraversando una transizione bensì una rottura, e che tale rottura presenta inquietanti analogie strutturali con il crollo del comunismo sovietico nel 1989. Così come il fruttivendolo praghese evocato da Václav Havel continuava ad affiggere ogni mattina il cartello con la scritta “Proletari di tutto il mondo, unitevi” senza credervi minimamente, così noi tutti avremmo partecipato per decenni a una finzione collettiva, comportandoci come se il capitalismo globalizzato fosse vero e giusto benché nessuno, in cuor suo, ne fosse realmente persuaso. Il potere del sistema, argomenta Labate riprendendo Carney, non derivava dalla sua verità intrinseca ma dalla disponibilità universale a recitare la parte assegnata.

La differenza rispetto all’89, tuttavia, risiede secondo l’autore in una circostanza decisiva: quando i fruttivendoli dell’est europeo tolsero i loro cartelli comunisti, avevano già pronto il cartello sostitutivo che inneggiava al capitalismo; la fine di un mondo coincideva con la conquista da parte di un altro mondo che si presentava come vincitore e come destino. Oggi, invece, ci troviamo nella condizione di dover rimuovere proprio quei cartelli capitalistici senza disporre di alcun progetto alternativo, di alcuna speranza, di alcuna destinazione. Siamo passeggeri di una nave che affonda e non spettatori di un naufragio altrui.

È da questa constatazione che Labate trae la sua conclusione, venata di un ottimismo che vorremmo poter condividere: l’unico cartello di cui avremmo bisogno recita “Democratici di tutto il mondo, unitevi”.

Eppure, proprio nel momento in cui Labate addita nella democrazia l’orizzonte salvifico che dovrebbe succedere al capitalismo morente, si manifesta il limite più profondo della sua analisi. Egli coglie con acutezza il carattere di finzione che l’ordine globalizzato ha ormai assunto agli occhi di tutti, ma non si avvede che il medesimo destino appartiene strutturalmente anche a quella democrazia che vorrebbe innalzare a nuovo principio di speranza. Per comprendere perché la speranza democratica sia destinata a rivelarsi illusoria quanto le speranze che l’hanno preceduta, occorre tuttavia risalire a un livello di analisi più profondo di quello in cui si muove l’articolo di Labate, un livello che la riflessione filosofica del nostro tempo ha saputo raggiungere e che consente di scorgere il tratto comune che accomuna comunismo, capitalismo e democrazia nel medesimo destino di dissoluzione.

L’Occidente, da quando il pensiero filosofico ha portato alla luce l’impossibilità di ogni Verità assoluta che pretenda di mantenersi stabile e inalterabile al di sopra del tempo e della storia, vive nel progressivo tramonto di tutti gli ordinamenti che si presentavano come eterni. “Dio è morto” significa, prima ancora che la fine di una particolare confessione religiosa, la fine di quella struttura metafisica che per oltre due millenni ha sorretto l’intera civiltà occidentale: la convinzione che esistesse un Ordinamento immutabile, conoscibile dalla ragione, capace di guidare il divenire del mondo e di conferire stabilità e verità ai valori della politica, dell’economia, della morale. Venuta meno questa convinzione, tutte le grandi forze che hanno dominato e dominano la scena dell’Occidente si rivelano per ciò che sono sempre state senza saperlo: fedi, ossia disposizioni dell’agire che eleggono un certo contenuto a scopo supremo dell’esistenza individuale e collettiva, senza tuttavia poter fondare tale elezione su alcuna verità incontrovertibile.

Il comunismo ha posto come proprio fine la realizzazione della società senza classi; il capitalismo pone come proprio fine l’incremento indefinito del profitto privato; la democrazia pone come proprio fine l’unità di libertà ed eguaglianza, l’autogoverno dei popoli. Ciascuno di questi fini si è presentato e continua a presentarsi come valore assoluto, come ciò in vista del quale tutto il resto acquista senso e legittimazione, come lo scopo per cui ogni altra cosa deve valere da mezzo. Ma poichè nessuno di essi può vantare quel fondamento veritativo che solo potrebbe sottrarlo alla precarietà e alla contesa, queste forze si trovano strutturalmente in conflitto tra loro: ognuna pretende che il proprio scopo divenga lo scopo supremo dell’intero agire umano, e tale pretesa non può che confliggere con l’analoga pretesa delle forze antagoniste.

Ora, in questa situazione di conflittualità permanente, per prevalere sui propri avversari ogni forza deve necessariamente servirsi dello strumento più potente a disposizione dell’umanità contemporanea: la tecnica guidata dalla scienza moderna. Il capitalismo si serve della tecnica per incrementare il profitto; la democrazia si serve della tecnica per organizzare il consenso e amministrare la società; persino le religioni si servono della tecnica per diffondere il proprio messaggio e consolidare la propria presenza nel mondo. La tecnica appare dunque come il mezzo universale, ciò di cui ogni forza deve valersi se intende realizzare i propri scopi e imporsi sulle forze concorrenti.

Sennonché il rapporto tra mezzo e scopo nasconde un’insidia che difficilmente si lascia scorgere, e che tuttavia decide del destino di tutte le forze che della tecnica intendono servirsi. Quando ci si serve di un mezzo per raggiungere uno scopo, il mezzo si logora, si consuma, viene limitato e sacrificato affinché lo scopo possa vivere e mantenersi integro. Così accade, ad esempio, che il capitalismo limiti lo sviluppo della tecnica di cui si serve, non consentendole di servire altri padroni, rinchiudendo la ricerca entro determinati ambiti funzionali al profitto, impedendo attraverso la concorrenza che i progressi tecnici vengano condivisi. La tecnica, assunta come mezzo, viene dunque frenata, e le sue potenzialità restano in parte inespresse.

Ma in una situazione conflittuale questa limitazione del mezzo si ritorce contro chi la opera. Se il mio avversario potenzia la propria tecnica più di quanto io non potenzi la mia, sarà lui a prevalere e io soccomberò. Il capitalismo che volesse mantenersi fedele al proprio scopo originario, limitando il potenziamento della tecnica entro i confini della convenienza privata, verrebbe sconfitto da quelle forze che, liberando maggiormente la tecnica dal suo ruolo ancillare, disporrebbero di una potenza superiore. Ecco allora che, per non soccombere, ogni forza è costretta a tradire le proprie intenzioni originarie: deve assumere come parte del proprio scopo anche il potenziamento dell’apparato tecnico di cui si serve. Non più soltanto il profitto, ma il profitto e il potenziamento della tecnica; non più soltanto la democrazia, ma la democrazia e l’efficienza tecnologica del sistema.

Questo passaggio è decisivo e merita di essere compreso nella sua portata. Quando il mezzo viene sollevato dal suo rango ancillare e portato nell’area dello scopo, esso comincia a occupare uno spazio che prima apparteneva interamente allo scopo originario. Lo scopo deve ora spartire il proprio dominio con ciò che doveva servirlo, e questa spartizione non è affatto pacifica: il mezzo che diventa scopo toglie spazio allo scopo che lo aveva assunto come mezzo.

Il capitalismo che assume come proprio fine anche il potenziamento della tecnica riduce per ciò stesso lo spazio riservato all’incremento del profitto privato; e quanto più la situazione conflittuale si intensifica, tanto più il potenziamento della tecnica esige spazio, e tanto meno ne rimane per lo scopo che definiva originariamente il capitalismo come tale. Quando infine tutto lo spazio sarà occupato dal potenziamento della tecnica, e il profitto privato sarà divenuto soltanto un mezzo per realizzare tale potenziamento, il capitalismo sarà finito: ne resterà forse il nome, ma la realtà che quel nome indicava si sarà dissolta.

Questo è precisamente quanto è già accaduto al comunismo sovietico, il cui scopo originario, la liberazione del proletariato e l’edificazione della società senza classi, si è progressivamente dissolto trasformandosi in mezzo dell’apparato burocratico e militare che avrebbe dovuto realizzarlo, finché di quello scopo non è rimasta che la vuota retorica dei cartelli di cui parla Havel.

Ed è quanto sta accadendo alla democrazia, le cui procedure di autogoverno popolare si vanno convertendo ovunque in strumenti al servizio di finalità che le trascendono: l’efficienza economica, la competizione globale, la razionalità tecnica che sempre più governa le società contemporanee pretendendo che la politica si adegui alle proprie esigenze anziché guidarle. Il cittadino democratico, che dovrebbe essere il fine ultimo dell’ordinamento, diviene sempre più il mezzo attraverso cui si perseguono obiettivi che gli sfuggono e che egli non è più in grado di determinare. Ed è quanto accadrà al capitalismo, che nella sua stessa volontà di perpetuarsi è costretto a potenziare quella forza che progressivamente lo destituisce dal ruolo di padrone e lo riduce a servitore.

Ecco perché la speranza democratica che Labate affida alle sue righe conclusive non può rappresentare una via d’uscita dalla crisi che egli stesso diagnostica con lucidità. “Democratici di tutto il mondo, unitevi” non è il cartello di un futuro possibile, bensì l’espressione residuale di una fede che sta già percorrendo la medesima traiettoria che ha condotto il comunismo al tramonto e che condurrà il capitalismo alla sua fine. La rottura di cui parla Carney non prelude all’avvento di un nuovo ordine fondato sulla volontà dei popoli, ma segna piuttosto il momento in cui tutte le fedi dell’Occidente si approssimano al punto in cui la loro natura si rivela compiutamente: costruzioni prive di fondamento veritativo, destinate a convertirsi in mezzi di quella potenza che esse stesse hanno contribuito a scatenare e che ormai procede secondo una logica che nessuna volontà particolare è in grado di governare.

Aggiornato il 29 gennaio 2026 alle ore 12:31