Venerdì e sabato gli Stati Uniti hanno coordinato un incontro trilaterale con Ucraina e Russia, gentilmente ospitato dagli Emirati Arabi Uniti. I colloqui sono stati molto costruttivi e si è pianificato di proseguire i colloqui la prossima settimana ad Abu Dhabi”. Lo ha scritto su X l’inviato speciale della Casa Bianca Steve Witkoff condividendo una foto dei colloqui ai quali ha partecipato.
Quando Steve Witkoff è stato nominato inviato speciale degli Stati Uniti per favorire un negoziato tra Ucraina e Russia, le perplessità non sono mancate fin dall’inizio. Un imprenditore immobiliare senza una carriera diplomatica alle spalle, chiamato a muoversi su uno dei dossier più delicati della scena internazionale. A distanza di mesi, però, alcune sue prese di posizione pubbliche e comportamenti discutibili appaiono sotto una luce diversa. A renderli più comprensibili, ma non meno esecrabili, sono gli elementi emersi in due recenti inchieste giornalistiche che ricostruiscono il profilo economico e relazionale del negoziatore americano, sollevando interrogativi sempre più stringenti sulla sua effettiva neutralità.
Il primo segnale è arrivato dalle sue parole. In un’intervista ampiamente riportata dalla stampa internazionale, Witkoff ha affermato che nei territori occupati” ci sono stati referendum in cui la stragrande maggioranza delle persone ha indicato di voler essere sotto il controllo russo”, aggiungendo che questo sarebbe “il nodo centrale del conflitto”. Una ricostruzione che ricalca uno dei pilastri della narrativa propagandistica del Cremlino e che contrasta apertamente con il fatto che quei referendum, svoltisi sotto occupazione militare, non siano riconosciuti come legittimi da Onu, Unione europea e Osce. Parole che hanno suscitato sconcerto a Kyiv e tra gli alleati occidentali, perché attribuiscono una patina di autodeterminazione a processi che la comunità internazionale considera fittizi.
A queste dichiarazioni si è aggiunto un altro episodio rivelatore. Secondo la trascrizione di una telefonata circolata sulla stampa, Witkoff avrebbe suggerito a un alto esponente del Cremlino come presentare la posizione russa a Washington, osservando che occorreva “renderla digeribile per Trump” o comunque “mettere l’accento sui punti che possono convincerlo”. Anche in questo caso il nodo non è solo il contenuto, ma la funzione. Un mediatore dovrebbe limitarsi a trasmettere e chiarire le posizioni delle parti, non contribuire a modellare la strategia con cui una di esse cerca di ottenere il consenso dell’altra coinvolta nel negoziato. Quando accade il contrario, la distanza necessaria a garantire una mediazione credibile viene inevitabilmente meno.
Un ulteriore elemento contribuisce ad alimentare i dubbi sulla sua equidistanza. Secondo i resoconti delle principali agenzie internazionali, Witkoff ha più volte viaggiato a Mosca per incontrare Vladimir Putin e alti funzionari russi nell’ambito delle trattative, mentre non risultano visite ufficiali a Kyiv da parte del negoziatore americano nello stesso periodo. Un’asimmetria che, in una mediazione tra due parti in guerra, assume il valore di un segnale politico tutt’altro che neutrale.
Letti oggi alla luce delle indagini giornalistiche emerse negli ultimi mesi, questi elementi acquistano un significato più ampio. Indagini giornalistiche hanno messo in luce come l’attività immobiliare di Witkoff si sia sviluppata all’interno di reti finanziarie internazionali che hanno storicamente dialogato con capitali e intermediari riconducibili all’area russa e post-sovietica. Un’inchiesta di Byline Times, testata giornalistica britannica specializzata in giornalismo investigativo e regolata da un organismo di stampa indipendente, ha ricostruito un sistema di relazioni economiche e di finanziamento che colloca il negoziatore americano in un ecosistema d’affari difficilmente compatibile con la pretesa di una mediazione super partes tra Mosca e Kyiv.
Un ulteriore tassello emerge da un’indagine di Popular Information, newsletter investigativa statunitense nota per basare le proprie inchieste su documenti pubblici, registri societari e dichiarazioni finanziarie ufficiali. Secondo l’inchiesta, Witkoff avrebbe mantenuto, anche durante il suo incarico negoziale, un’attiva partnership finanziaria con Len Blavatnik, miliardario di origine sovietica colpito da sanzioni ucraine nel dicembre 2023. I due risultano co-sviluppatori di uno dei più grandi progetti immobiliari residenziali di New York, il complesso One High Line: un’operazione di tale portata da rendere il legame economico tutt’altro che marginale. Al di là di qualsiasi profilo giudiziario, il mantenimento di una relazione d’affari con una figura formalmente sanzionata da Kyiv pone un problema politico evidente: come può essere percepito come imparziale un mediatore che condivide interessi economici rilevanti con soggetti considerati problematici dalla parte ucraina?
Presi singolarmente, questi elementi potrebbero apparire discutibili ma non decisivi. Considerati nel loro insieme, però, delineano un quadro coerente. Le dichiarazioni che legittimano i referendum-farsa nei territori occupati, le conversazioni in cui il mediatore supera il confine della mera trasmissione delle posizioni, l’asimmetria evidente nei contatti con le parti in guerra e il retroterra economico documentato da inchieste giornalistiche autorevoli finiscono per intrecciarsi, mettendo in discussione la credibilità stessa della mediazione.
In una guerra in cui la fiducia è già ridotta ai minimi termini e in cui ogni parola pesa quanto un atto politico, la neutralità non è solo una qualità sostanziale: è una percezione imprescindibile. Ed è proprio su questo terreno che la figura di Steve Witkoff mostra il suo punto più critico: un insieme di parole, relazioni e scelte che finiscono per incrinare la fiducia nella sua equidistanza. È questo il nodo che emerge anche dai colloqui di Abu Dhabi: non se Witkoff abbia formalmente oltrepassato una linea, ma se possa ancora essere percepito come un mediatore davvero neutrale. E senza questa percezione, una mediazione credibile rischia di restare un obiettivo lontano.
(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza
Aggiornato il 27 gennaio 2026 alle ore 11:26
