Dietro la proclamata rottura energetica con Mosca, l’Unione europea continua a finanziare il Cremlino, preoccupata di ciò che sta accadendo nell’Artico e in Groenlandia, dimostrando di voler mettere in discussione anche la propria linea sull’Ucraina. Il tutto si potrebbe riassumere con il popolare proverbio “tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare”, perché la narrazione ufficiale che propina il mainstream dell’Unione europea viene smentita in modo eclatante dai fatti. L’Unione europea ama raccontarsi come un blocco compatto, moralmente risoluto, pronto a pagare il prezzo economico della difesa dei principi. Dopo l’invasione russa dell’Ucraina, Bruxelles ha promesso una svolta epocale, garantendo la fine della dipendenza energetica da Mosca, sanzioni severe, disaccoppiamento strategico. Una narrazione rassicurante, ribadita nei comunicati ufficiali e nei discorsi dei leader europei, ma i numeri, come spesso accade, raccontano un’altra storia.
A riprova di ciò, nel 2025 l’Ue ha speso circa 7,2 miliardi di euro per acquistare gas naturale liquefatto (Gnl) dalla Russia, secondo le analisi dell’organizzazione indipendente Urgewald basate su dati Kpler. Quindi, si tratta di una cifra in aumento rispetto ai 6,3 miliardi del 2024 e nettamente superiore ai livelli pre-invasione. L’Europa, smentendo così la sua progressiva emancipazione, continua a comprare gas russo più di prima, mentre dichiara ai quattro venti di voler smettere di acquistarlo. Il fulcro di questa ambiguità si chiama Yamal, il gigantesco progetto artico voluto da Vladimir Putin nella penisola siberiana omonima. Dal gelo perenne dell’Artico, le metaniere continuano a solcare le rotte verso i porti europei con una regolarità che smentisce ogni dichiarazione di rottura. Il bando totale alle importazioni di Gnl russo scatterà ufficialmente solo il 1 gennaio 2027, ma fino ad allora, l’Europa sembra intenzionata a svuotare i giacimenti russi fino all’ultimo metro cubo disponibile.
Il paradosso è reso ancora più evidente dal modo in cui le sanzioni sono state concepite, con l’Unione europea che a marzo 2025 ha introdotto un divieto di trasbordo, a causa del quale le navi russe non possono più utilizzare i porti europei come hub intermedi per trasferire il gas verso mercati extra-Ue, in particolare asiatici. L’obiettivo dichiarato era colpire la logistica russa senza provocare shock immediati ai consumatori europei, ma l’effetto reale, però, è stato un altro. I volumi non sono diminuiti e si sono semplicemente ricollocati all’interno del mercato europeo, il caso del terminal belga di Zeebrugge è emblematico. Nel 2024, il prefato terminal riceveva circa 6 miliardi di metri cubi di gas russo, riesportandone oltre la metà e nel 2025, con il blocco dei trasbordi, il medesimo ha continuato a ricevere le stesse quantità, ma ha smesso di riesportarle. Alla fine, la quota di gas russo destinata al consumo interno europeo è raddoppiata, passando da 2,7 a 5,5 miliardi di metri cubi.
In questa paradossale situazione, la Francia gioca un ruolo centrale, attraverso i terminal di Dunkerque e Montoir-de-Bretagne, con Parigi che è diventata il primo acquirente europeo di Gnl proveniente da Yamal, coprendo oltre il 40 per cento delle importazioni. I dati mostrano una crescita costante dei volumi, che stride con la postura politica ufficiale, perché, nei fatti, l’Europa agisce come polmone logistico e finanziario del Cremlino, garantendogli flussi di cassa vitali mentre dichiara di volerlo strangolare economicamente. I funzionari europei difendono questa strategia con un argomento arcinoto, ossia che un taglio netto e immediato provocherebbe un’esplosione dei prezzi dell’energia, con conseguenze sociali e politiche potenzialmente destabilizzanti. La scadenza del 2027 servirebbe a garantire una “transizione ordinata”, ma questa spiegazione appare sempre più fragile se letta alla luce delle nuove dipendenze che l’Ue sta costruendo.
L’alternativa al gas russo è infatti diventata il Gnl statunitense, una soluzione che si sta rivelando un’arma a doppio taglio. Invero, le forniture americane sono esposte alle turbolenze della politica interna di Washington e agli umori di una leadership sempre meno prevedibile. Se gli Stati Uniti decidessero di limitare le esportazioni per calmierare i prezzi interni o di usare l’energia come leva politica nei confronti di Bruxelles, l’Europa si troverebbe rapidamente in difficoltà. Le crescenti tensioni tra Ue e Stati Uniti sul controllo delle rotte artiche (qui entra in gioco la Groenlandia), delle risorse minerarie e delle terre rare, in un contesto di competizione strategica sempre più aspra, potrebbero spingere Bruxelles a riconsiderare alcuni tabù. Un riavvicinamento tattico a Mosca, almeno sul piano energetico, non appare più un’ipotesi fantapolitica, ma una tentazione concreta, mascherata da pragmatismo.
In questo scenario, l’accumulo frenetico di gas russo prima del bando del 2027 non sembra una contraddizione, bensì una polizza assicurativa. L’Europa si prepara a un futuro energetico incerto, con un alleato egemone sempre più ostile e un nemico ufficiale dal quale, in realtà, non riesce a staccarsi. Il rischio è che questa ambiguità finisca per riflettersi anche sulla posizione politica verso l’Ucraina, erodendo dall’interno la coerenza di una linea che finora si è retta più sulla retorica che sui fatti, tant’è che alla fine il rebus non è se l’Europa tornerà a comprare il gas russo, perché in sostanza lo sta già facendo. Pertanto, la vera questione è quanto a lungo potrà continuare a sostenere, senza pagarne il prezzo politico, una doppia verità fatta di sanzioni proclamate e dipendenze coltivate. Al postutto, nel gelo dell’Artico e nei corridoi di Bruxelles si sta già preparando l’ennesimo compromesso al ribasso, nella totale ingenuità del popolo europeo imbonito dai demagogici proclami contro la Russia e contro l’approvvigionamento del suo gas.
Aggiornato il 27 gennaio 2026 alle ore 10:14
