L’occupazione che cancella l’identità di un popolo

Il Cremlino ha trasformato la passaportizzazione in un’arma silenziosa ma devastante, uno strumento di dominio amministrativo che sta ridefinendo in profondità la vita quotidiana degli ucraini sotto occupazione. Le recenti modifiche alle norme russe sull’ingresso e l’uscita dal Paese, entrate in vigore a gennaio, segnano un ulteriore salto di qualità in questa strategia: ai minori di 14 anni residenti nei territori occupati dell’Ucraina non è più consentito attraversare legalmente le frontiere con il solo certificato di nascita. Senza un passaporto russo, l’uscita diventa impossibile. È un dettaglio burocratico solo in apparenza, perché in realtà cancella l’ultima via di fuga legale per migliaia di famiglie e rende operativa una politica pensata per legare intere generazioni al sistema statale della Russia. La misura completa un percorso avviato con le modifiche legislative dell’estate scorsa, che hanno esteso esplicitamente la naturalizzazione forzata anche ai minori, rafforzando la presa del Cremlino su territori che continua a trattare come irreversibilmente propri.

La passaportizzazione, intesa come concessione accelerata e di massa della cittadinanza, è stata formalmente dichiarata conclusa nell’autunno scorso. Secondo Mosca, la popolazione delle aree occupate avrebbe ormai “stabilito il proprio status legale”. Ma la realtà raccontata dagli abitanti di regioni come la Crimea, Donetsk, Luhansk, Kherson e Zaporizhzhia è diversa. Lontano dai comunicati ufficiali, le pressioni sono proseguite per tutto il 2025, tra minacce velate, ricatti economici e ostacoli amministrativi che rendono la vita quotidiana insostenibile per chi rifiuta di accettare il passaporto russo. Il messaggio è chiaro: senza cittadinanza non c’è spazio per restare.

Il Cremlino ha progressivamente legato ogni servizio essenziale al possesso dei documenti russi. Senza passaporto non si lavora, non si ricevono pensioni o sussidi, non si accede alle cure mediche, non si iscrive un figlio a scuola. Persino la comunicazione è diventata un privilegio condizionato: le schede Sim degli operatori locali richiedono l’identificazione russa e chi non la fornisce viene tagliato fuori dalla rete telefonica. In vaste aree occupate l’accesso a Internet è instabile, ma le autorità insistono su piattaforme digitali per la registrazione della cittadinanza, costringendo anziani e famiglie a interminabili code davanti agli uffici amministrativi. Parallelamente, la censura si stringe: il divieto di apparecchiature satellitari in grado di ricevere canali ucraini o internazionali completa l’isolamento informativo.

L’uso della burocrazia come strumento coercitivo emerge con particolare brutalità nel settore sanitario. Senza documenti russi, l’assistenza medica diventa un miraggio. Sono stati segnalati casi di pazienti gravi privati di farmaci essenziali perché sprovvisti di passaporto, una forma di pressione che trasforma la cittadinanza in una questione letteralmente di vita o di morte. Non sorprende, dunque, che molti ucraini abbiano scelto di accettare il passaporto russo non per convinzione, ma per sopravvivenza. Chi è riuscito a lasciare i territori occupati racconta di decisioni prese sotto minaccia o dopo la perdita improvvisa di ogni fonte di reddito.

La cittadinanza è diventata anche la chiave per conservare la propria casa. Le autorità di occupazione impongono la ri-registrazione delle proprietà secondo la legislazione russa, una procedura impossibile senza passaporto. Chi non si adegua rischia di vedere l’abitazione classificata come “abbandonata” e quindi confiscata. Nell’autunno scorso, Mosca ha legalizzato apertamente questo meccanismo, consentendo la redistribuzione degli immobili a funzionari, insegnanti e agenti provenienti dalla Russia. È un passaggio cruciale: la passaportizzazione non serve solo a controllare le persone, ma a ridisegnare la composizione sociale dei territori occupati.

Dopo la scadenza ufficiale della campagna, la pressione si è trasformata in espulsione. Nei territori occupati dell’oblast di Luhansk sono stati emessi ordini di allontanamento amministrativo contro chi non aveva “regolarizzato” il proprio status, con casi documentati di deportazioni forzate. Parallelamente emergono segnali di piani per trasferire parte della popolazione verso regioni remote della Siberia, presentati come programmi di sviluppo ma organizzati attraverso istruzioni alle scuole e alle imprese per individuare lavoratori da spostare a lungo termine. Il parallelo storico è inquietante e inevitabile: ricorda le deportazioni ordinate da Joseph Stalin contro i tatari di Crimea, un trauma ancora vivo nella memoria collettiva.

A questo controllo amministrativo si affianca un intenso lavoro ideologico. Scuole e media locali diffondono sistematicamente la narrativa del “mondo russo”, un’identità imposta attraverso la ripetizione e la paura dell’esclusione. La lealtà non nasce dall’adesione, ma dall’assenza di alternative. È qui che la strategia del Cremlino mostra la sua efficacia più inquietante: combinando burocrazia, ricatto economico e condizionamento culturale, ottiene obbedienza senza ricorrere apertamente alla forza.

La passaportizzazione non è dunque una politica amministrativa neutra, ma un progetto di ingegneria politica e demografica. Integrando forzatamente gli ucraini nei sistemi legali russi, Mosca punta a cancellare l’identità ucraina e a trasformare i territori occupati in spazi docili e normalizzati. Chi resiste viene espulso, allontanato, reso invisibile. È una strategia che, se lasciata senza risposta, rischia di consolidare un precedente pericoloso: l’uso sistematico della cittadinanza come strumento di conquista e di governo coercitivo, nel cuore dell’Europa del XXI secolo.

(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza

Aggiornato il 23 gennaio 2026 alle ore 11:08