Esercito siriano contro i curdi, spuntano bandiere dell’Isis

La tolleranza verso i curdi del regime siriano è cambiata drasticamente. Negli ultimi giorni, le forze legate al nuovo leader di Damasco Ahmad al-Sharaa – precedentemente guerrigliero dell’Isis sotto il nome di Abū Muḥammad al-Jawlānī – hanno attaccato le forze curde nel nord-est del Paese, stringendo d’assedio le postazioni della resistenza. I combattimenti si concentrano nei pressi di Kobane e Hasake, mentre da Damasco arriva l’annuncio della presa di controllo del campo di al-Hol, nodo cruciale negli equilibri di sicurezza regionali legati all’Isis. E mentre il governo di al-Sharaa getta la maschera, Washington si dice pronta a trasferire migliaia di detenuti jihadisti nel vicino Iraq.

Secondo fonti sul terreno, le milizie agli ordini di Sharaa mantengono le posizioni conquistate attorno alle linee curde, nonostante la nuova tregua proclamata nelle ultime ore sia stata ripetutamente violata. A Kobane, storica roccaforte curda e simbolo della resistenza allo Stato islamico, si registrano scontri sporadici nelle aree periferiche della città. Segnalazioni di incidenti arrivano anche dall’area di Hasake, nell’estremo nord-est del Paese, dove le forze curde risultano ormai asserragliate a difesa delle linee che circondano Qamishli, principale centro politico e militare di ciò che resta dell’area semi-autonoma curda. Nella stessa regione, le fazioni fedeli ad Ahmad Sharaa riferiscono di sette combattenti uccisi e di una ventina di feriti nell’esplosione di un deposito di munizioni, attribuita alle forze curde, in una zona prossima al confine con l’Iraq. Mentre ad al-Raqqa, i militari legati al governo hanno sventolato (di nuovo, si potrebbe dire) bandiere dello Stato islamico per celebrare vittoria.

È stato il ripiegamento curdo ad aprire la strada alle forze di Damasco nel campo di al-Hol, considerato uno dei luoghi più sensibili dal punto di vista geopolitico e della sicurezza internazionale legata all’Isis. Creato negli anni Novanta per accogliere gli sfollati della prima guerra del Golfo, il campo sorge nella regione di Hasake, in un’area desertica da tempo segnata da traffici illeciti e da una persistente presenza jihadista. Dal 2019 al-Hol ospita familiari di miliziani dello Stato islamico e civili in fuga dalle ultime roccaforti jihadiste lungo l’Eufrate. Dopo aver superato in passato le 50mila presenze, oggi il campo conta circa 24mila persone, tra cui migliaia di donne e bambini stranieri. Nel 2023 le Nazioni unite lo hanno definito “il peggior campo del mondo”, segnalando un livello elevatissimo di radicalizzazione e violenze interne.

Nel frattempo, gli Stati Uniti hanno annunciato l’avvio di operazioni per trasferire fino a 7.000 prigionieri dell’Isis dalla Siria all’Iraq. Secondo il comando militare statunitense per il Medio Oriente, il Centcom, 150 combattenti jihadisti sono già stati trasferiti da una prigione di Hasake verso una località sicura in territorio iracheno. Washington motiva l’operazione con i timori legati alla tenuta dei campi e delle carceri che ospitano jihadisti e, nelle ultime ore, ha confermato il sostegno alle nuove forze governative siriane agli ordini di Ahmad Sharaa, segnando un netto cambio di linea rispetto all’appoggio garantito alle forze curde dal 2014.

Nel contesto del mutamento degli equilibri di potere nel nord-est della Siria, gli Stati Uniti hanno dunque avviato il trasferimento di detenuti dell’Isis verso il vicino Iraq con l’obiettivo di “garantire che i terroristi restino detenuti in strutture sicure”, come annunciato dal Centcom in una nota diffusa sui social network. Complessivamente, fino a 7.000 prigionieri potrebbero essere spostati da strutture siriane a carceri sotto controllo iracheno. Secondo fonti militari, la decisione è legata alle crescenti preoccupazioni per il rischio di evasioni di massa e per una possibile riorganizzazione del gruppo jihadista in un’area attraversata da combattimenti e instabilità, magari con l’aiuto del governo attuale.

Parallelamente all’offensiva militare, si aggrava la situazione umanitaria a Ayn al-Arab, nota come Kobane. Una “grave emergenza umanitaria” è in corso nella città, isolata da giorni a causa delle operazioni delle fazioni di Ahmad Sharaa, sostenute da Stati Uniti e Turchia, contro le forze curde. Secondo attivisti locali citati dall’Osservatorio nazionale per i diritti umani, “tutte le principali vie di accesso alla città sono state chiuse”, bloccando l’ingresso di camion con generi alimentari e carburante, mentre acqua, elettricità, comunicazioni e riscaldamento risultano interrotti. Le famiglie residenti, riferiscono le fonti, sopravvivono da due giorni attingendo alle scorte domestiche, ormai prossime all’esaurimento, una situazione ulteriormente aggravata dall’arrivo di migliaia di sfollati in fuga dai combattimenti nelle aree circostanti. Testimonianze raccolte dall’Osservatorio parlano di nuclei familiari rimasti senza cibo e costretti a nutrire i bambini con pane secco, in assenza di gasolio per il riscaldamento. Altri residenti raccontano di abitazioni prive di qualsiasi riserva alimentare e di una crescente dipendenza dalla solidarietà dei vicini per ottenere pochi beni essenziali. I civili di Kobane attribuiscono la responsabilità della crisi alla mancata applicazione del cessate il fuoco da parte delle forze di Sharaa e all’assedio imposto alla città.

Aggiornato il 22 gennaio 2026 alle ore 16:33