Sumo a tre: il ring stretto

Chi è il più forte tra i tre Golia del globo? A quanto pare, il mondo è divenuto un ring fin troppo stretto per i tre giganteschi lottatori di sumo, Cina, America e Russia, anche se colui che indossa il perizoma a stelle e strisce sembra oggi il meglio dotato di massa muscolare. Che cosa manca a tutto questo interessante spettacolo di post-apertura del XXI secolo? L’arbitro manca: manca un arbitro. Oggi, infatti, i tre monopolisti della forza, Donald Trump, Vladimir Putin e Xi Jinping, se la prendono a loro piacimento con i loro concorrenti più deboli: Iran, Nigeria, Venezuela, Yemen per Trump; Ucraina per Putin; e Taiwan per Xi Jinping, senza che l’Onu faccia un plissé. Inevitabile, del resto, visto che i tre sumotori hanno diritto di veto in Consiglio di sicurezza, per cui si troveranno coalizzati solo e soltanto quando sarà coinvolto un terzo soggetto-Nazione che nessuno dei tre intende riconoscere come proprio affiliato o vassallo. Siccome dei tre The Donald è il fool shakespeariano che dice sempre la verità quando fa il pazzerello, stavolta si è addirittura inventato un surrogato Onu, approfittando del Consiglio di pace per Gaza (“Board of Peace”, o Bop, che ha ricevuto l’approvazione delle Nazioni Unite) da estendere al resto del mondo, e presieduto da lui, dove gli altri siedono su invito o, addirittura a pagamento. Stando al suo statuto, Bop è un’organizzazione internazionale che mira a promuovere stabilità, ripristinare una governance affidabile e legittima e garantire una pace duratura nelle aree colpite o minacciate da conflitti”. Ovviamente, qui il Diavolo grande sta nei dettagli perché se al suo interno i voti si pesano, o si ricostruisce in qualche modo il diritto di veto per qualcuno più uguale degli altri, allora è chiaro che si torna all’attuale ingovernabilità globale per il decesso in culla del nuovo arbitro.

Certo, BoP rassomiglia come una goccia d’acqua a Gop (Great Old Party) che, guarda caso, è proprio il Partito repubblicano del presidente Trump che, da navigato sumotori, non ne vuole sapere di dividere il podio a pari merito con qualcun altro, avendo in spregio il multilateralismo e il suo collante storico del diritto internazionale. Ecco perché il Bop non corrisponde a nessun trattato multilaterale, né prevede alcun sistema di rappresentanza proporzionale o regionale. A far dello spirito, qualcuno potrebbe equipararlo ai miti mafiosi della “Commissione” palermitana e al suo capo temuto e indiscusso. Ma, come non riconoscere a Trump di aver rimesso in moto e sconvolto l’intero quadro degli equilibri mondiali, soprattutto sfrattando la Venere Europa dal suo comodo Olimpo? Costringendo, per così dire, Sua Beltà “a lavorare”, per pagarsi la propria difesa e, soprattutto, a iniziare a competere sul serio con il resto del mondo, e non con centinaia di chilometri di carte per regolamentare i progressi tecnologici altrui, ma con soldi veri da investire sia per l’ammodernamento del suo apparato industriale e tecnologico-digitale, sia per darsi finalmente una veste unitaria in politica estera e in economia. No, non è vero che l’Ue fa progressi attraverso le crisi, bensì subendo i rovesci e gli atterramenti di un sumotori (rikishi) dilettante, sempre con la schiena inchiodata a terra in ogni incontro individuale con i tre giganti, per cui se vuole stare nell’arena globale prima o poi dovrà imparare le mosse giuste e a rimanere in equilibrio sulle proprie gambe! Allora meglio esaminarlo da vicino questo coniglio trumpiano del Bop, lasciando da parte le battute di spirito, per dare il giusto peso a ciò che Trump dichiara di voler fare, dopo aver operato la tara alla forma verbale con cui si esprime.

In particolare, lo statuto del Board, prevede formalmente che ogni Paese membro abbia diritto a un voto e le decisioni siano prese a maggioranza. Ma, siccome Trump vuole garantirsi di essere il sumotori invincibile per tutto il tempo in cui durerà la gara per la leadership mondiale, sostanzialmente nessuna decisione è destinata a essere approvata senza l’approvazione del presidente (cioè, Trump stesso), che potrà bloccare le deliberazioni da lui ritenute non coerenti con gli obiettivi del Consiglio, oltre a riservarsi la possibilità di selezionare i suoi membri fin da principio, e di sospenderli o rimuoverli nel seguito, anche se (bontà sua) questa decisione potrà essere rimessa al veto di una maggioranza di due terzi dei membri del Board. Quest’ultimo dovrà essere riunito statutariamente almeno una volta l’anno, ed è prerogativa del presidente convocarlo in qualsiasi momento e luogo, laddove lo ritenga opportuno e necessario, dopo averne approvato l’ordine del giorno. Ma il vero potere di coercizione-indirizzo trumpiano sta nel criterio di accesso al Board quando l’organismo funzionerà a regime, dato che ogni membro resta in carica di norma per un massimo di tre anni. A eccezione di chi versa almeno un miliardo di dollari nel primo anno della fondazione dell’organizzazione, ottenendo così lo status di membro permanente, senza alcuna scadenza di mandato. In futuro, è prevedibile che il gossip mondiale si concentrerà proprio sulle dinamiche di “chi entra e chi esce”, come in una sorta di Sanremo planetario.

Se voci ben informate dicono che Putin ci starà, Xi non risulta pervenuto. E qui davvero c’è da chiedersi ma “La Cina che fa”? Potete contarci: sta al centro del ring, inamovibile, non fosse altro che per virtù del suo peso massimo. Apparentemente non lotta, non mena colpi decisivi e l’impressione che si ha è che voglia togliersi il suo perizoma per indossare la divisa nera dell’arbitro dei destini del mondo. Un anno dopo il ritorno sulla scena mondiale di Trump come presidente degli Stati Uniti, la Cina si è messa in guardia, parando il suo primo sgambetto sui dazi, cui ha risposto con la contromossa dell’embargo sugli acquisti americani di terre rare cinesi, prodotte in regime di quasi monopolio e, quindi, non sostituibili nel medio periodo. Tuttavia, è anche vero che denunciare il comportamento egemone da parte dell’America, accusata di agire al di fuori della amatissima multilateralità in cui Pechino ha sempre molto più da guadagnare che da perdere, significa di fatto mascherare l’impotenza cinese nel proteggere sia il regime chavista che gli ayatollah iraniani, entrambi fornitori di petrolio vitali per la sua crescita economica.

L’eventuale caduta del regime teocratico iraniano o l’annessione Usa della Groenlandia rischiano di terremotare seriamente la “Via artica della seta”, anche se “la manifattura del mondo” (come viene definita la Cina) risulta abbastanza rassicurata da questo secondo mandato di Trump, avendo spedito a terra il Tycoon con la mossa a effetto di DeepSeek (la straordinaria Ia cinese), facendo così vivere a Pechino il suo storico effetto-Sputnik. A quanto pare, il lottatore Trump, con la sua smania del podio a ogni costo, ha accelerato a tutti gli effetti l’avvento di un mondo post-occidentale, così come il suo rivale Xi l’aveva preconizzato, dichiarando solennemente: “La Cina risorge, l’Occidente declina”. Ed è così che a noi impotenti spettatori la trappola di Tucidide appare sempre più vicina.

Aggiornato il 21 gennaio 2026 alle ore 10:13