Con un’esordio ironico – “Sono lieto di tornare qui, nella bella Davos, per incontrare tanti amici e qualche nemico” – Donald Trump ha aperto il suo intervento al Forum economico mondiale, trasformando subito la platea svizzera nel suo palcoscenico, dal quale ha spiegato all’Europa per filo e per segno i suoi piani per il futuro. Al centro del discorso, ancora una volta, la Groenlandia: “Solo gli Usa possono mettere al sicuro la Groenlandia”, ha affermato il presidente degli Stati Uniti, chiarendo di voler avviare una trattativa per l’acquisto dell’Isola. “Probabilmente non otterremo nulla, a meno che io non decida di usare una forza e una potenza eccessiva, nel qual caso saremmo, francamente, inarrestabili, ma non lo farò. Questa è probabilmente l’affermazione più importante, perché la gente pensava che avrei usato la forza. Non devo usare la forza. Non voglio usare la forza. Non userò la forza. Tutto ciò che gli Stati Uniti chiedono è un posto chiamato Groenlandia”.
Trump ha cercato di circoscrivere la portata geopolitica della proposta, assicurando: “Non voglio rompere la Nato, ho fatto tantissimo per la Nato”. Allo stesso tempo ha rivendicato il ruolo storico di Washington nella difesa del territorio artico: “Ho molto rispetto per la Danimarca, sono persone amabili, hanno buoni leader ma fu un errore restituire loro la Groenlandia dopo che la salvammo perché non fosse occupata dai tedeschi”. Da qui l’obiettivo dichiarato: “tutto quello che vogliamo dalla Danimarca è questo grande pezzo di ghiaccio dove costruiremo il più grande Golden Dome di sempre, per difendere anche il Canada, che ha avuto tante cose gratis da noi”. Il presidente ha insistito sul concetto di gratitudine mancata, ricordando che “Gli Stati Uniti hanno combattuto per salvare la Groenlandia” e che, dopo averla restituita a Copenaghen nel Secondo dopoguerra, oggi “i danesi sono ingrati”. Pur escludendo l’uso della forza, ha avvertito che la risposta europea avrà conseguenze: se “gli europei diranno di sì, lo apprezzeremo molto” mentre “se diranno di no, ce lo ricorderemo”.
Sul fronte europeo, il tema artico è entrato ufficialmente nell’agenda politica. “Alla fine di questa settimana, i leader europei si riuniranno per discutere la nostra risposta. Siamo a un bivio. L’Europa preferisce il dialogo e le soluzioni, ma siamo pienamente preparati ad agire, se necessario, con unità, urgenza e determinazione”, ha dichiarato la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, intervenendo alla plenaria di Strasburgo sulle conclusioni dell’ultimo Consiglio europeo. Nel prosieguo del suo intervento a Davos, Trump ha rivendicato i risultati economici della sua azione di governo, definendo la prima presidenza come quella “con il maggior successo finanziario di sempre” nella storia degli Stati Uniti e sostenendo che il secondo mandato stia producendo risultati ancora migliori. Ha poi delineato la sua visione geopolitica: un “Occidente forte e unito” e “un’Europa forte”. Pur dichiarando “Amo l’Europa”, il presidente ha criticato duramente le scelte degli ultimi anni: “deve uscire dalla cultura in cui si è infilata negli ultimi dieci anni, si stanno distruggendo da soli”. Da qui l’appello: “vogliamo alleati forti, vogliamo che l’Europa sia forte”.
Trump ha quindi elencato una serie di indicatori economici a sostegno della sua narrativa: inflazione in calo, “investimenti per 18 trilioni” attratti in un anno, produzione di gas naturale “ai massimi storici”, riduzione del deficit “del 27 per cento in un anno” e “spesa federale ridotta di 100 miliardi di dollari”. In chiave energetica, ha rivendicato di aver evitato agli Stati Uniti la “catastrofe energetica” vissuta dall’Europa, attribuendola alla “grande truffa green, la più grande truffa della storia”. A rafforzare la linea della Casa Bianca è intervenuto anche il segretario al Tesoro Scott Bessent, che al Forum di Davos ha sostenuto che Trump “sta riequilibrando l’ordine internazionale per il bene di tutti, anche per voi che non siete americani. Il nostro mondo è più sicuro e più prospero quando l’America è forte, il presidente ha costruito la sua intera agenda commerciale sulla base di questo scopo”, ha affermato, rivendicando in particolare il rilancio del manifatturiero nel primo anno di presidenza.
Bessent ha invitato le cancellerie europee a evitare “reazioni rabbiose” e ad attendere l’intervento diretto di Trump, definendo “persuasive” le sue argomentazioni sulla Groenlandia. Ha detto di non comprendere “l’acredine” del Vecchio continente, esortando i leader a “fare un respiro profondo e sedersi”. Quindi l’appello più esplicito: “Chiediamo ai nostri alleati di comprendere che la Groenlandia deve far parte degli Stati Uniti”. A sostegno della tesi, il segretario al Tesoro ha ricordato la vendita nel 1917 dei territori caraibici danesi agli Stati Uniti, divenuti le Isole Vergini americane, sottolineando che la Danimarca, allora neutrale, “comprendeva l’importanza” strategica di quei territori e la necessità che fossero sotto controllo statunitense per evitare un’espansione del conflitto.
Aggiornato il 21 gennaio 2026 alle ore 17:39
