Donald Trump non è e non sarà ricordato come un grande presidente degli Stati Uniti. Il suo linguaggio è spesso grossolano, il suo stile divisivo e il suo approccio politico apertamente orientato agli interessi americani, talvolta in modo spregiudicato. Tutto vero. Ma fermarsi a questo livello di analisi è comodo e insufficiente: serve soprattutto a giustificare un rifiuto ideologico più ampio, quello dell’Occidente in quanto tale.
Una parte consistente della sinistra occidentale, e italiana in particolare, utilizza Trump come pretesto per una condanna totale degli Stati Uniti, dipinti come il male assoluto della storia contemporanea. È una narrazione emotiva, semplicistica e storicamente selettiva, che ignora fatti essenziali. Senza gli Stati Uniti, l’Europa — e l’Italia — non sarebbe quella che è oggi.
Dopo la Seconda guerra mondiale, mentre il continente era devastato, furono gli Stati Uniti a impedire all’Italia di sprofondare nella miseria attraverso il Piano Marshall. Non fu carità, ma strategia: i risultati furono ricostruzione, sviluppo e stabilità. Negarlo significa ignorare la realtà. Allo stesso modo, furono gli Stati Uniti a contribuire in maniera decisiva alla sconfitta del nazifascismo, condizione imprescindibile per la libertà politica di cui oggi godono coloro che li demonizzano. L’Alleanza Atlantica ha garantito decenni di equilibrio geopolitico, prevenendo guerre su larga scala. Senza la Nato, la storia del continente non sarebbe stata più giusta o pacifica: sarebbe stata più violenta. Anche questo è un fatto, non un’opinione.
Oggi l’antiamericanismo radicale non è critica, ma postura identitaria. Si condanna ogni intervento occidentale come “imperialismo”, mentre si tace — o si giustifica — di fronte all’imperialismo russo, alla repressione iraniana, alla violenza sistematica di regimi che negano libertà e diritti civili. È un antimperialismo a geometria variabile: non combatte il potere, lo seleziona secondo convenienza.
In Iran, le donne vengono arrestate, torturate e uccise per non indossare correttamente il velo; l’opposizione è repressa, le proteste soffocate; le minoranze perseguitate. Eppure, mentre gli Stati Uniti minacciano un intervento per fermare la carneficina, la sinistra occidentale minimizza o tace, più preoccupata di non rafforzare la propaganda americana che di difendere diritti umani universali. Lo stesso accade in Venezuela. Nicolás Maduro, considerato un dittatore, ha governato attraverso elezioni irregolari, repressione dell’opposizione e violazioni sistematiche dei diritti umani. Nel gennaio 2026, un’operazione statunitense ha catturato Maduro e lo ha trasferito negli Usa per affrontare accuse di narcotraffico e crimini gravi. La sua caduta ha liberato cittadini incarcerati e aperto la strada a un governo ad interim. Nonostante questo, la sinistra occidentale ha reagito con tiepidezza, o addirittura con proteste in piazza, concentrandosi sull’“interventismo” e ignorando che gli Stati Uniti hanno liberato un popolo da un assassino dittatore.
Sul fronte mediorientale, gli Stati Uniti hanno giocato un ruolo centrale nel conflitto tra Israele e Hamas a Gaza, fornendo supporto a Israele e contribuendo a mediare cessate il fuoco e soluzioni diplomatiche. Gli attacchi terroristici di Hamas e l’uso dei civili come scudi umani sono spesso ignorati, mentre Washington viene condannata senza riconoscere il tentativo di contenere l’escalation.
Si crea così un paradosso: si demonizza l’Occidente, pur con i suoi limiti, mentre si assolvono regimi autoritari che negano diritti fondamentali.
Trump diventa il bersaglio ideale: imperfetto, discutibile, sgradevole. Ma è stato eletto, contestato, limitato e sostituito — esattamente ciò che accade in una democrazia funzionante. Confrontare Trump con la Guida Suprema iraniana, i leader autoritari latinoamericani o i gruppi terroristici che rifiutano qualsiasi soluzione politica non è provocazione: è onestà intellettuale. Da un lato, sistemi in cui il dissenso è represso, le elezioni farsa e il potere incontrollabile; dall’altro, una democrazia liberale imperfetta, ma correggibile, che consente opposizione, stampa libera e alternanza politica.
Il mondo sta entrando in una fase di competizione sempre più netta tra modelli politici. Fingere equidistanza è irresponsabile. Non esiste una terza via astratta: o si accetta il campo delle democrazie liberali, con tutte le loro contraddizioni, o si legittimano regimi autoritari senza possibilità di correzione. Donald Trump non è un ideale. Ma tra un presidente discusso e sottoposto a contrappesi istituzionali, e regimi teocratici o autocratici incontrollabili, la scelta non è difficile. Chi finge di non vederla, non difende pace o giustizia: sceglie semplicemente di chiudere gli occhi.
Aggiornato il 16 gennaio 2026 alle ore 14:36
