Se Trump mette in discussione la Nato, il problema non è la Groenlandia

Quando il presidente degli Stati Uniti arriva a dire, come ha riportato il New York Times, che Washington potrebbe trovarsi a dover scegliere tra la Groenlandia e la Nato, non siamo più nel campo delle provocazioni estemporanee o della retorica muscolare tipica del trumpismo. Siamo di fronte a una presa di posizione che mette in discussione uno dei pilastri su cui si regge da oltre settant’anni la sicurezza euro-atlantica. Donald Trump introduce esplicitamente l’idea che l’adesione degli Stati Uniti all’Alleanza non sia un vincolo strutturale, ma una variabile politica negoziabile, subordinata a interessi territoriali e strategici contingenti, come il controllo della Groenlandia, territorio autonomo appartenente al Regno di Danimarca.

Il punto non è tanto la concreta possibilità di un’annessione dell’isola artica, quanto il significato politico di questo slittamento. La Nato nasce su un presupposto fondamentale: nessun Paese membro deve temere la forza, il ricatto o la coercizione di un altro Paese membro. Il Trattato di Washington impone la risoluzione pacifica delle controversie e fonda la difesa collettiva sulla fiducia reciproca, non sulla deterrenza interna. Quando però il principale garante della sicurezza dell’Alleanza ammette pubblicamente che la propria partecipazione possa diventare oggetto di una scelta alternativa, quel presupposto viene incrinato. La difesa comune smette di essere una cornice stabile e prevedibile e si trasforma in una leva di pressione politica.

La giustificazione addotta dalla Casa Bianca è sempre la stessa: la sicurezza nazionale, la necessità di contrastare la presenza di Russia e Cina nell’Artico. Ma è proprio qui che emerge il paradosso centrale di questa strategia. Alla Nato è già affidata la difesa della Groenlandia e l’Alleanza dispone degli strumenti politici e militari per coordinare una risposta credibile alle ambizioni russe e cinesi nella regione. Mettere in discussione la sovranità di un alleato e insinuare un possibile disimpegno statunitense non rafforza la deterrenza, bensì la indebolisce. Mosca e Pechino non hanno bisogno di avanzare militarmente se è l’Occidente stesso a dividersi, a sospettare di sé e a minare la propria coesione dall’interno. In questo senso, la posizione della Casa Bianca finisce per fare esattamente il gioco dei rivali strategici degli Stati Uniti. Una Nato attraversata da tensioni interne, in cui la protezione collettiva appare condizionata e reversibile, è una Nato meno credibile e quindi meno efficace. La minaccia russa e cinese nell’Artico non viene contenuta, ma amplificata, perché il fronte occidentale si presenta frammentato e incerto sulla propria stessa ragion d’essere.

Il rischio sistemico è evidente. Un’Alleanza che tollera il ricatto interno perde forza verso l’esterno, svuota di significato l’articolo 5 e spinge gli Stati membri, soprattutto europei, a interrogarsi sulla necessità di cercare garanzie alternative. La prudenza con cui molte capitali europee reagiscono a queste dichiarazioni riflette una dipendenza strutturale dagli Stati Uniti, esacerbata dal contesto della guerra in Ucraina, ma il silenzio ha un costo elevato: normalizza una deriva che trasforma l’Alleanza in uno strumento di pressione anziché in un’architettura di sicurezza condivisa.

In definitiva, il dilemma tra Groenlandia e Nato non è un dettaglio retorico, ma un segnale politico di enorme portata. Non perché l’Alleanza sia un fine in sé, ma perché è uno strumento fondato su presupposti precisi: fiducia reciproca, assenza di coercizione interna, difesa collettiva non condizionata. Il fatto che gli Stati Uniti mettano in discussione, per bocca del loro presidente, la propria permanenza nella Nato all’interno di questo quadro come opzione negoziabile significa snaturarne la funzione, trasformandola da architettura di sicurezza condivisa in leva di pressione politica. È una deriva profondamente destabilizzante per l’equilibrio euro-atlantico, perché se la Nato smette di essere uno strumento affidabile e prevedibile, perde la sua capacità di deterrenza. E se l’Alleanza dovesse uscire indebolita da questa fase, non sarà per un’offensiva diretta di Russia o Cina, ma per una disarticolazione interna prodotta dalla logica di potenza di chi, paradossalmente, dovrebbe garantirne la coesione.

(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza

Aggiornato il 13 gennaio 2026 alle ore 15:52