Sale di intensità e di gravità la repressione delle proteste in Iran, mentre sul piano regionale e internazionale crescono le tensioni politiche e militari. Secondo Iran International, media di opposizione con sede a Londra, “Almeno 12mila persone, molte under 30, sono state uccise” nel corso delle manifestazioni. L’emittente definisce quanto accaduto “il più grande massacro nella storia contemporanea dell’Iran, avvenuto in gran parte nelle notti dell’8 e 9 gennaio”. La stima, precisa il comitato editoriale, si basa “su un’analisi esclusiva di fonti e dati medici” ed è stata resa pubblica solo dopo essere stata “ritardata fino alla convergenza delle prove”. L’inchiesta è stata condotta attraverso un’analisi multilivello di informazioni provenienti da più fonti, “tra cui una vicina al Consiglio supremo per la sicurezza nazionale”, delineando un quadro di violenza sistematica e pianificata.
Alla repressione armata, caratterizzata dall’uso di munizioni vere contro i manifestanti, si affianca una vasta operazione di arresti. L’organizzazione Hengaw per i diritti umani, citata dalla Bbc, riferisce che un giovane di 26 anni, Efran Sultani, fermato giovedì scorso, è già stato condannato a morte. Alla famiglia sarebbe stato comunicato che l’esecuzione avverrà domani, senza che siano mai state fornite informazioni sulla data del processo né sulle accuse contestate. “Non abbiamo mai visto un caso procedere così rapidamente”, ha dichiarato alla Bbc Awyar Shekhi di Hengaw. “Il governo sta usando ogni tattica a sua disposizione per reprimere le persone e diffondere la paura”.
In Italia è intervenuto il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani. “Noi abbiamo sempre mantenuto in Iran una presenza discreta, attenta a tutelare gli interessi nazionali e a non far venire meno le ragioni del dialogo, sempre importante anche con regimi lontanissimi da noi. Ma dialogo non significa accettazione passiva dello spettacolo di un regime che reprime con la violenza i suoi stessi cittadini”, ha dichiarato riferendo al Senato. Poco prima aveva sottolineato che “il valore della libertà è il presupposto della nostra azione di governo”. Tajani ha poi aggiunto: “Quella libertà per la quale, non posso non ricordarlo, in questi giorni le donne e gli uomini dell’Iran si stanno battendo nelle strade e nelle piazze – pagando un altissimo prezzo di sangue, di sofferenze, di carcerazioni, probabilmente di torture. Tutto questo è assolutamente inaccettabile”. In conclusione, il ministro ha affermato: “Noi speriamo, e faremo tutto il possibile, anche proprio in virtù della capacità di dialogo che abbiamo sempre mantenuto, perché in Iran cessi l’uso della pena di morte contro gli oppositori politici e si avvii una transizione pacifica verso la libertà e il diritto dei popoli a scegliere il proprio governo, le proprie istituzioni, il proprio futuro”.
A dare voce alla diaspora è stata anche una donna iraniana rifugiatasi in Italia da decenni: “Io sono scappata via dall’Iran molti anni fa per non morire e oggi sono qua per dare una voce a quelli che non ci sono più. Da giovedì alle 5:30 internet è completamente bloccato, non possiamo neanche parlare con i nostri parenti attraverso il telefono normale perché hanno bloccato anche quello. In questo momento siamo qua per dare una voce a quelli che non ci sono più, non dobbiamo fermarci adesso, dopo 11mila morti, ma abbiamo bisogno di aiuto, da qualsiasi persona, da qualsiasi Stato. Noi ci sentiamo in esilio”. Arrivata a Genova oltre quarant’anni fa, durante il conflitto tra Iran e Iraq, ha aggiunto: “Qui abbiamo avuto la libertà però non ci sentiamo liberi finché nel nostro Paese non c’è libertà. Io sono una ex studentessa, sono venuta nell’83 quando c’era la guerra di Iran e Iraq, e potrei confermare che non è cambiato niente, semmai è peggiorato”.
LA DECISIONE USA SULL’ATTACCO
Nel frattempo, il Qatar ha lanciato un monito contro una possibile escalation militare. Doha ha definito “catastrofico” per l’intera regione un eventuale scontro diretto tra Stati Uniti e Iran, dopo le minacce del presidente americano di un intervento armato. “Sappiamo che qualsiasi escalation avrebbe conseguenze catastrofiche nella regione e oltre, e pertanto vogliamo evitarla il più possibile”, ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri del Qatar, Majed al-Ansari, durante una conferenza stampa. Il Dipartimento di Stato Usa e l’Ambasciata virtuale di Teheran hanno intanto diramato un avviso urgente invitando i cittadini statunitensi presenti in Iran a “partire immediatamente”, alla luce dell’intensificarsi delle proteste, delle violenze e del blocco totale di internet. L’avviso è stato diffuso mentre il Paese entra nella terza settimana di manifestazioni antigovernative, con centinaia di vittime e migliaia di arresti secondo fonti indipendenti. Gli Stati Uniti non dispongono di una rappresentanza diplomatica in Iran: l’ambasciata svizzera a Teheran offre esclusivamente servizi di emergenza, mentre l’assistenza consolare ordinaria resta indisponibile. I cittadini americani detenuti, in particolare quelli con doppia cittadinanza, ricevono raramente supporto dall’esterno.
Sul piano regionale, le principali milizie sciite filo-iraniane in Iraq hanno innalzato il livello di allerta, minacciando ritorsioni in caso di un attacco statunitense contro Teheran. Il segretario generale di Kataib Hezbollah, Abu Hussein al-Hamidawi, ha avvertito che “la guerra contro l’Iran non sarà una passeggiata” e che gli Stati Uniti “pagheranno un prezzo elevato”. Le dichiarazioni seguono le minacce del presidente Donald Trump di colpire l’Iran qualora la repressione dovesse intensificarsi ulteriormente. Anche Abu Azrael, comandante di Kataib al-Imam Ali, ha difeso apertamente Teheran, accusando i manifestanti di essere “strumenti dei nemici” e di agire su “agende sioniste”. Le milizie filo-iraniane operano in Iraq nell’ambito delle Forze di mobilitazione popolare e mantengono stretti legami con l’apparato di sicurezza iraniano.
A schierarsi con Teheran sono anche gli Houthi yemeniti. Il ministro degli Esteri del governo di Sanaa, Abdulwahid Abu Ras, ha espresso apprezzamento per la repressione delle proteste, attribuendo le tensioni a “complotti orchestrati da Stati Uniti e Israele”. Secondo l’agenzia Saba, Abu Ras si è detto “pienamente fiducioso” nella leadership iraniana e nella capacità del Paese di superare la crisi. La presa di posizione arriva mentre aumenta la pressione internazionale su Teheran, anche alla luce delle minacce di un intervento militare americano. Dall’inizio della guerra a Gaza, gli Houthi si sono affermati come uno dei proxy regionali più attivi dell’Iran, mantenendo il controllo di vaste aree dello Yemen occidentale e settentrionale, inclusa la capitale Sanaa.
Aggiornato il 13 gennaio 2026 alle ore 17:29
