È solo questione di tempo

La Repubblica islamica è ormai destinata a crollare

In oltre un centinaio di città iraniane divampano da giorni le manifestazioni di protesta contro il regime degli ayatollah. A scatenare la mobilitazione del popolo persiano, scoppiata lo scorso 28 dicembre nel Gran Bazar di Teheran, storico epicentro del commercio e della vita politica iraniana, una crisi economica lacerante causata principalmente dal rovinoso crollo del rial, la moneta nazionale, e da un tasso di inflazione alimentare letteralmente fuori controllo, con i prezzi dei beni di prima necessità aumentati, in taluni casi, anche fino a dieci volte. Con un paese ormai sull’orlo del collasso economico, le proteste hanno raggiunto, nell’arco di appena pochi giorni, dimensioni senza precedenti nella storia della Repubblica islamica: più di cento le città iraniane coinvolte in oltre trenta diverse province, più di trecento siti e decine di università mobilitate, circa diecimila arresti già effettuati e duemila morti solo nei primi sedici giorni di protesta.

Il messaggio lanciato dal popolo persiano al regime appare piuttosto chiaro: la misura è colma. Gli iraniani sono giunti allo stremo, è palese. E a nulla sono valsi, almeno fino ad oggi, i disperati tentativi perpetrati dal governo di Teheran di fare fronte all’emergenza economica con svariate misure di contenimento, vedi il sussidio di emergenza per decine di milioni di capofamiglia, la sostituzione del governatore della banca centrale o gli appassionati appelli all’unità nazionale lanciati nelle scorse ore dai massimi vertici del potere politico iraniano. Come pure, del resto, inutili si sono rivelate le pesantissime misure repressive adottate dal regime nell’intento di sedare la protesta, su tutti il blackout di internet in tutto il territorio nazionale, l’importazione di miliziani iracheni e le immani violenze perpetrate a più riprese ai danni dei manifestanti.

Tutto vano. Insufficiente a reprimere il grido di libertà di un popolo letteralmente stremato dalla perdurante crisi economica e dalla sfiancante oppressività di un regime ormai giunto anch’esso sull’orlo del collasso. Perché la Repubblica islamica, ormai è evidente, è chiaramente destinata a crollare. Probabilmente dall’interno. Magari senza neppure la necessità di un risolutivo intervento americano sulla falsariga di quello recentemente avvenuto in Venezuela. Il livello di dissenso interno ha ormai raggiunto soglie inimmaginabili, insostenibili anche per gli autocrati islamici. Il malcontento è tale, e la leadership del regime tanto debole, che il popolo iraniano potrebbe persino avere la capacità di far crollare da solo la Repubblica islamica. Figuriamoci con un provvidenziale intervento di potenze straniere.

D’altro canto, difficilmente qualcuno tra gli storici alleati dell’Iran potrà intervenire per preservare il sistema di potere degli ayatollah. La Russia di Vladimir Putin è troppo impegnata sul fronte ucraino per poter pensare di dispiegare preziose risorse nella regione mediorientale, come già mostrato appena un anno fa in Siria. I diversi gruppi terroristici finanziati in questi anni con risorse colpevolmente sottratte ai bisogni del popolo iraniano sono stati distrutti, o comunque decimati dall’azione delle forze di difesa israeliane. Mentre la Cina, dal canto suo, con ogni probabilità non muoverà un solo dito in soccorso di Teheran, anche dinanzi all’eventualità di un intervento americano nella regione.

Morale: il regime è ormai giunto al capolinea. Dilaniato al suo interno e completamente isolato sul piano esterno non potrà che andare incontro a un epocale ed inevitabile crollo. Il vero interrogativo da porsi non è più, dunque, se la Repubblica islamica cadrà o meno. Bensì, quando il regime degli ayatollah potrà cadere. Mesi, settimane, o forse, chissà, persino giorni. Ormai, è solo una questione di tempo. 

Aggiornato il 12 gennaio 2026 alle ore 10:23