Crisi Usa-Cina: il “dilemma di Tucidide”

Trappola della potenza nascente

Il “dilemma di Tucidide” – o trappola di Tucidide – è rilevabile dalle vicende della storia della Guerra del Peloponneso di Tucidide, storico ateniese del V secolo avanti Cristo. Tucidide tramanda a noi uno specifico schema politico dell’antica Grecia che si manifesta allorquando una potenza nascente inizia a divenire un importante antagonista di una potenza egemone già consolidata, in tale momento storico prevedibilmente il conflitto armato diventa quasi inevitabile. Non siamo in tema di fatalismo, ma di una logica perversa e spietata del potere, ove la preoccupazione generata dall’ascesa dell’uno alimenta l’aggressività dell’altro. È di tutta evidenza che la potenza emergente, a motivo della propria crescita economica, militare e tecnologica, inizia a rivendicare uno spazio maggiore nell’ordine internazionale, contestando le norme e le istituzioni create dall’egemone. Quest’ultimo, dal canto suo, percepisce ogni affermazione della nuova potenza come una minaccia esistenziale al proprio status ed alla propria sicurezza. Ciò finisce per generare una spirale di sfiducia reciproca: infatti ogni mossa difensiva dell’uno viene interpretata come aggressiva dall’altro.

La trappola di Tucidide particolarmente ad una prima lettura si presenta insidiosa proprio per le sue componenti psicologiche e percettive. L’egemone, abituato alla sua supremazia, interpreta qualsiasi cambiamento dello status quo come una perdita intollerabile. Il nuovo soggetto emergente, compresso da un equilibrio di forze che non riflette più i rapporti di gerarchia reali esistenti, considera le resistenze del soggetto egemone soltanto dei tentativi illegittimi finalizzati a soffocare la propria legittima ascesa. Un simile stato di tensione è aggravato da quello che si potrebbe definire il “dilemma di sicurezza”, infatti le misure che uno Stato emergente adotta per aumentare e rafforzare la propria sicurezza (alleanze militari, incremento degli armamenti, espansione dell’influenza) comprimono e confliggono inevitabilmente con quelle dell’avversario, generando controreazioni che peggiorano la sicurezza di entrambi.

Delle origini nella Guerra del Peloponneso Tucidide così ci tramanda il suo pensiero con sintetica lucidità: “Fu la crescita della potenza di Atene e il timore che questa incuteva in Sparta a rendere la guerra inevitabile”. Infatti Atene, dopo le vittorie contro i Persiani, era diventata una superpotenza commerciale e navale, dominando la Lega Delio-Attica. Sparta di conseguenza, essendo potenza egemone terrestre e tradizionalmente protettrice del mondo ellenico, vide minacciato il proprio primato. La tensione si elevò da dispute coloniali a una guerra totale (431-404 avanti Cristo), che devastò la Grecia. Tucidide non offre al lettore principi propri della sua morale su detto tema, bensì cerca di identificare le cause strutturali, e quindi non le caratteristiche individuali dei soggetti in conflitto.

La domanda che ossessiona strateghi e leader è se la trappola sia davvero inevitabile o se esistano vie d’uscita. Evitare il conflitto richiede leadership eccezionale, capacità di gestire le percezioni reciproche e le volontà di adattare le strutture internazionali ai nuovi equilibri di potere. L’egemone deve accettare che il proprio predominio assoluto non è eterno e che condividere lo spazio strategico non equivale necessariamente alla propria sconfitta. La potenza emergente deve riconoscere che l’ordine esistente, pur imperfetto nel suo nuovo equilibrio, ha generato prosperità e stabilità, e che una revisione troppo rapida o violenta danneggerebbe anche i propri interessi. Servono meccanismi di comunicazione diretta per evitare fraintendimenti, regole condivise per gestire le crisi, e soprattutto la comprensione che, nell’era nucleare e dell’interdipendenza economica globale, una guerra tra grandi potenze sarebbe catastrofica per tutti.

Tucidide, osservando le rovine di Atene sconfitta, comprese che la guerra era nata non dalla malvagità di singoli uomini ma dalla logica spietata della politica di potenza. Quella storica riflessione risulta attuale ancora oggi. La trappola che porta il suo nome non è foriera di un destino ineluttabile, ma un avvertimento: quando le potenze non riescono a gestire le transizioni di potere con saggezza e moderazione, le conseguenze possono essere devastanti. La domanda che definirà questo secolo è se leader e popoli sapranno dimostrare la lungimiranza necessaria per riscrivere il copione di Tucidide, o se la paura e l’orgoglio trascineranno l’uomo ancora una volta verso l’abisso. La storia ci insegna che la trappola è reale, ma ci ricorda anche che l’intelligenza umana e la diplomazia paziente e dotata di visione strategica possono, talvolta, spezzare anche i cicli più antichi.

È geopolitica pura e tale realismo influenzerà pensatori da Nicolò Machiavelli a Henry Kissinger e, di recente, Edward Luttwak. Si ha infatti che analizzando 2.000 anni di storia, Graham Allison (nel suo Destined for War, 2017) ha identificato 16 casi analoghi su 500 anni, con 12 sfociati in guerra, a titolo esemplificativo e non esaustivo ricordiamo:

1) Spagna vs. Portogallo (XV secolo): il Portogallo, pioniere oceanico, sfidò l’egemone iberico spagnolo;

2) Gran Bretagna vs. Germania (inizio XX secolo): la flotta tedesca di Guglielmo II terrorizzò l’Impero britannico, culminando nella Prima Guerra mondiale;

3) Usa vs. Urss (guerra fredda): una rara eccezione, infatti la deterrenza nucleare evitò lo scontro diretto, ma solo grazie a un equilibrio di terrore.

Questi esempi mostrano che il dilemma non è antico e non è storico folklore: bensì è un meccanismo ciclico. La potenza dominante reagisce con contenimento (blocchi economici, alleanze) o attacchi preventivi; quella emergente accelera per simmetria la sua sempre maggiore area di influenza. Venendo adesso alla disamina del caso contemporaneo Cina e Stati Uniti, il dilemma essenzialmente è leggibile e riecheggia tra Washington e Pechino. La Cina, con un Pil che potrebbe superare quello Usa entro il 2030 (secondo proiezioni dell’International monetary fund), sfida l’ordine unipolare post-1991. Gli Usa, dal canto loro, temono la Belt and Road Initiative, il dominio sul Mar Cinese Meridionale e la superiorità tecnologica (5G Huawei, AI).

Quali sono le risposte americane? Dazi trumpiani, “Quad” (Dialogo quadrilaterale di sicurezza vigente tra Australia, Giappone, India e Stati Uniti) e “Aukus” ( Patto di sicurezza trilaterale tra Australia, Regno Unito e Stati Uniti d’America). Pechino replica con nazionalismo e riarmo navale. Tucidide ci ammonisce consegnando alla nostra prudenza il suo principio secondo cui senza diplomazia innovativa, Taiwan o il Pacifico potrebbero essere il prossimo campo di battaglia. Eppure, l’interdipendenza economica (commercio bilaterale per oltre 600 miliardi di dollari annui) potrebbe offrire una via d’uscita, circostanza essenzialmente assente nell’antica Grecia.

Il significativo monito per il XXI secolo, secondo il dilemma di Tucidide, è da cogliere evidenziando che l’attuale scenario di crisi tra Cina ed Usa non dovrà avere un destino ineluttabilmente caratterizzato da scontro armato, bensì richiederà una attenta responsabilità della leadership che deve essere caratterizzata da una positiva capacità di visione finalizzata nel nuovo quadro geopolitico-temporale e dalla composizione degli elementi caratterizzanti il contrasto tra loro in atto. Infatti, Franklin D. Roosevelt evitò la trappola con l’Urss nel 1945 creando l’Onu; Mihail Gorbacëv la disinnescò negli anni Ottanta con la distensione. Per cui oggi sia il multilateralismo (Cop sul clima, Wto) sia le sfere di influenza condivise potrebbero mitigare il rischio. In un mondo nucleare e interconnesso, ignorare ciò sarebbe pura ed inutile follia. Per i leader geopolitici, la formula è chiara: se alla potenza si somma la paura ne consegue la guerra, salvo correttivi strategici. Tucidide con il suo profondo pensiero storico e strategico ci invita a scegliere la saggezza e non il terrore.

Aggiornato il 12 gennaio 2026 alle ore 15:11