Fragile e inconsistente è l’Europa che si affaccia al nuovo ordine mondiale post Yalta che va sempre più delineandosi. Un ordine che lascia sempre meno spazio all’unipolarità, con un baricentro progressivamente spostato verso est, in cui le grandi potenze del nostro tempo si accingono a ridefinire, anche con l’uso della forza, le proprie sfere d’influenza. Le recenti mosse politiche, economiche e militari, del resto, rappresentano già di per se un evidente segnale di come le superpotenze globali si siano già proiettate verso una sorta di “spartizione” dei territori, logica che lascia presupporre una competizione globale sempre più aspra finalizzata all’estensione di una forma di controllo sempre più stringente sulle diverse aree del globo.
Con il prepotente ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump è sensibilmente mutato l’approccio degli Stati Uniti d’America, che oggi manifestano un crescente interesse strategico verso aree chiave del globo, dal Medio Oriente all’America Latina, per arrivare fino alla Groenlandia, esercitando spesso forti pressioni su Paesi considerati fondamentali nello scacchiere geopolitico internazionale. In tal senso, la strategia attuata da Washington appare chiara: estendere la propria influenza su regioni considerate vitali per la tutela dei propri interessi geopolitici ed energetici, e, al contempo, cercare di contenere il più possibile le rinnovate ambizioni dei propri rivali. Come la Russia di Vladimir Putin, ad esempio, che, come ha ampiamente dimostrato in questi anni con la campagna d’Ucraina, punta a recuperare quello “spazio vitale” andato perduto dopo la rovinosa dissoluzione dell’Urss e a riaffermare la propria sfera di influenza in quello che fu un tempo lo spazio sovietico.
Ma non solo. A tal proposito, basti guardare al crescente interesse palesato negli ultimi anni dal Cremlino nei confronti di diversi Paesi africani ad alta instabilità ed elevato sfruttamento di risorse, vedi Libia, Sudan, Mali, Niger o Burkina Faso. Un interesse figlio anche del vuoto di potere generato dalla mesta ritirata europea, che tende, peraltro, ad avvicinare ulteriormente Mosca a Pechino, vista la costante attenzione della Cina di Xi Jinping verso il continente africano, soprattutto verso Sudafrica, Kenya, Etiopia e Gibuti, tutti Paesi in cui la Repubblica popolare sta gradualmente consolidando il proprio peso specifico grazie a ingenti investimenti in infrastrutture e alleanze fondate su partnership di tipo commerciale o militare.
Parallelamente, Pechino pare inoltre concentrarsi su quello che resta il suo obiettivo principe: Taiwan. La Cina, considera infatti il piccolo stato insulare del Pacifico occidentale come parte integrante del proprio territorio, ragion per cui ritiene inevitabile una sua prossima annessione alla Repubblica popolare. E ciò, nonostante le crescenti tensioni con Washington a causa degli interessi confliggenti nella regione tra le due superpotenze. In tale mutevole scenario dominato da Usa, Cina e Russia, chi invece interpreta la parte del grande assente di turno è la vecchia e debilitata Europa, troppo debole, frammentata e insostenibilmente priva di consistenza politica per esercitare, anche nel suo stesso “cortile di casa”, quel ruolo da attore protagonista che per storia, collocazione geografica, rilevanza economica e interesse strategico sarebbe inevitabilmente chiamata a interpretare.
Aggiornato il 09 gennaio 2026 alle ore 14:47
