Ancora attesa per il cooperante Alberto Trentini
In Venezuela il potere chavista ha le ore contate. Sempre più fragile dopo l’uscita di scena di Nicolás Maduro, Caracas tenta di inviare un segnale di distensione a Washington e ai partner occidentali: la liberazione di “un numero importante” di prigionieri politici, tra cui cittadini stranieri. Un gesto che riguarda direttamente anche l’Italia, perché tra i nomi dei rilasciati figura quello di Luigi Gasperin, imprenditore italiano di 77 anni, arrestato il 7 agosto 2025 nello Stato di Monagas con l’accusa di presunta detenzione, trasporto e utilizzo di materiale esplosivo negli uffici di una società di cui era socio di maggioranza e presidente. Gasperin faceva parte del gruppo dei 28 italiani – alcuni con doppia cittadinanza – finiti in carcere in Venezuela per ragioni riconducibili alla politica, all’attività professionale o all’espressione di posizioni considerate ostili dal governo di Caracas. Per altri detenuti italiani si apre ora uno spiraglio, in attesa del completamento delle procedure amministrative. È il caso, tra gli altri, del torinese Mario Burlò, giunto in Venezuela nel 2024 per valutare nuove iniziative imprenditoriali e detenuto da oltre un anno senza accuse formalizzate, e di Biagio Pilieri, giornalista e politico italo-venezuelano arrestato il 28 agosto 2024 per il suo sostegno all’opposizione.
Sul tema è intervenuta la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, nella tradizionale conferenza stampa di fine anno, commentando anche il caso Trentini: “Saluto con gioia la liberazione degli altri italiani, io sono fiduciosa, voglio dire che il segnale dato dalla presidente venezuelana è nel senso della pacificazione e lo cogliamo e penso anche che possa rappresentare un elemento molto importante nella relazione tra l’Italia e il Venezuela”. A Roma, tuttavia, l’attenzione resta concentrata soprattutto sulla vicenda di Alberto Trentini, cooperante italiano arrestato il 15 novembre 2024 nello Stato di Apure mentre operava per la ong Humanity and Inclusion. Trentini è stato fermato senza accuse formali e successivamente trasferito nel carcere di massima sicurezza di El Rodeo, a Caracas. In oltre 400 giorni di detenzione, le istituzioni italiane – governo, diplomazia e apparati di intelligence – hanno lavorato in condizioni complesse per ottenere il suo rilascio, confrontandosi con un regime che l’Italia non riconosce come legittimo e che userebbe la detenzione di cittadini stranieri come strumento di pressione negoziale.
È stata ovviamente costante l’interlocuzione con gli Stati Uniti: numerosi i contatti tra il ministro degli Esteri Antonio Tajani e il segretario di Stato Marco Rubio, con Washington che ha assicurato piena collaborazione. “Il governo italiano si occupa della vicenda Trentini quotidianamente da 400 giorni, e come sappiamo non è l’unico. Lo abbiamo fatto e lo continuiamo a fare mobilitando tutti i canali, politici, diplomatici e di intelligence e non smetteremo fino a quando la signora Armanda non potrà riabbracciare suo figlio”. Così Meloni, che ha aggiunto: “è molto doloroso non potere riuscire a dare risposte nei tempi che vorrei”. L’ipotesi di una svolta sul dossier ha iniziato a prendere corpo dopo l’uscita di scena di Maduro. Lo stesso Tajani aveva osservato come la nuova presidente ad interim Delcy Rodríguez potesse mostrarsi “più flessibile rispetto al passato” e compiere gesti distensivi anche sul fronte dei detenuti politici. Alcuni segnali, in effetti, sono arrivati: l’appello dell’opposizione, guidata da Corina Machado, per un’amnistia generale è stato raccolto anche da settori interni al regime.
Intanto, a Lido di Venezia, nella casa della famiglia Trentini, l’attesa prosegue giorno dopo giorno, come da quasi 14 mesi. Ai balconi resta appeso lo striscione “Alberto Trentini libero”, simbolo di una mobilitazione silenziosa che non si è mai interrotta. Nessuna dichiarazione, solo prudenza e speranza. Il rilascio dell’ultimo gruppo di detenuti – cui si aggiunge l’annuncio di Madrid sulla liberazione di cinque cittadini spagnoli – è stato presentato dalle autorità venezuelane come un passo verso la normalizzazione. L’obiettivo dichiarato è “di promuovere la pacifica convivenza, il governo bolivariano e le istituzioni statali hanno deciso di rilasciare un numero significativo di cittadini venezuelani e stranieri”, ha spiegato il presidente dell’Assemblea nazionale Jorge Rodríguez, fratello della presidente ad interim.
Tra dicembre e inizio gennaio, Caracas aveva già liberato circa 200 persone arrestate durante le proteste per la rielezione dell’ex presidente, ma si tratta del primo rilascio di prigionieri politici deciso dal nuovo esecutivo dopo il blitz americano contro il leader del regime. Secondo l’ultimo rapporto della ong Foro Penal, nelle carceri venezuelane restano 863 prigionieri politici, di cui 86 cittadini stranieri o con doppia cittadinanza.
Aggiornato il 09 gennaio 2026 alle ore 14:38
