Sub Sahara e Sahel: l’eldorado dello Stato islamico

Perché nell’Africa subsahariana e nel Sahel prolificano i movimenti islamisti riconducibili, generalmente, allo Stato islamico del Grande Shara (Isgs)? Va ricordato che in una ottica generale il jihadismo si è sviluppato nel Medio e Vicino Oriente e in alcune “nicchie sociologiche” transcontinentali (escludendo genericamente la Russa), inquadrabili nell’Eurasia centrale, poi negli ultimi decenni ha rivitalizzato correnti islamiste in molte aree dell’Africa, attecchendo soprattutto nelle zone di confine ed emarginate di Stati deboli e dove la popolazione, culturalmente tribale, non ha la percezione di appartenenza ad un sistema statale. Così, l’area dei tre confini compresa tra Niger, Burkina Faso e Mali, come nella Nigeria nord occidentale, come nell’est della Repubblica democratica del Congo, e nella zona del lago Ciad, si verificano le medesime condizioni sociali che portano alla proliferazione del sistema jihadista.

Inoltre, a vantaggio dello sviluppo del jihadismo in Africa, è andato il fallimento del progetto di califfato avviato dall’Isis intorno al 2014 in Iraq e Siria, contrazione che ha portato organizzati gruppi di sunniti salafiti a rinunciare al terrorismo internazionale, come accaduto in Siria con l’organizzazione islamista-terrorista Hayat Taharir Al-Cham, il cui capo Aḥmad Ḥusayn al-Shara è ora presidente, con sfumature “democratiche”, della Siria, o in Afghanistan con i Talebani, “dottrina” Deobandi. Così grazie ad una serie di dinamiche mascherate da pseudo strategie religioso-politiche, ma pregne di affarismi che vanno dal mercato delle armi al traffico di droga, passando per il contrabbando di petrolio, oro e metalli preziosi, oltre che mercanteggiando esseri umani, solo per citare alcuni aspetti, il jihadismo organizzato o meno, ha guadagnato terreno nel Continente africano. Tanto è che in Nigeria, la “banda” Boko Haram, che tradotto significa “la cultura occidentale è vietata”, ha avuto una crescita enorme dopo essersi affiliato, nel 2015, allo Stato islamico. Nei due anni successivi altri gruppi jihadisti presenti nell’Africa centrale come le Adf, Forze democratiche alleate attive nella Repubblica Democratica del Congo, in particolare nella regione del Nord-Kivu, hanno aderito ad una centralizzazione organizzata jihadista, riconoscendo lo Stato islamico nel Grande Sahara; non dimenticando il ruolo aggregativo islamista dell’Iswa, Stato islamico nell’Africa occidentale.

Quindi, una sorta di spartizione territoriale dell’Africa centrale dove grandi  raggruppamenti jihadisti non tendono a soppiantarsi, ma si dividono le sfere di interesse. Infatti nella maggior parte dell’area del Sahel, in una visone globale, lo Stato islamico nel Grande Sahara sta acquisendo spazi, soprattutto nel Sahel centro-occidentale, e il Gruppo di supporto all’Islam e ai musulmani (Jama'at Nusrat al-Islam wal-Muslimin), Jnim, affiliato ad Al-Qaida, per ora non insidia questi spazi. La logica geografica applicata dallo Stato islamico in Africa si concretizza con l’occupazione di aree transfrontaliere, zone dove il controllo statale è blando o inesistente, e dove i gruppi terroristi-islamisti trovano facilmente occultamento e possono difendersi dagli eserciti nazionali o mercenari, come conclamato nell’area dei “tre confini”. Infatti i risultati degli scontri tra gli eserciti nazionali del Burkina Faso, Mali e Niger, supportati dei mercenari russi dell’Africa Corps (ex Wagner), contro le milizie jihadiste sempre più organizzate e armate, hanno portato a pesanti perdite tra le fila delle forze armate regolari.

Perché in questi ultimi anni sono cresciute le perdite a carico degli eserciti regolari e sono aumentate le aree occupate dalle milizie islamiste, soprattutto in Burkina Faso, Mali, Niger e zona lago Ciad? La realtà è che in questa regione transfrontaliera gli eserciti nazionali hanno perso molta della loro capacità offensiva e difensiva dopo che i tre Paesi hanno lasciato l’organizzazione del G5 Sahel, sistema ideato e coordinato prevalentemente dalla Francia, è che era nato per unire le azioni militari contro i jihadisti. Il G5 Sahel nato nel quadro dell’operazione Barkhane, era una risposta sovranazionale contro il jihad, basata sul coordinamento degli eserciti nigerini, burkinabé e maliani, che agivano in concerto nelle zone di frontiera contro i terroristi dello Stato islamico nel Grande Sahara e contro i gruppi semianarchici di stampo islamista che imperversavano nell’aerea. Dal 2022 gli operatori militari francesi sono stati allontanati dal Mali e dal Burkina Faso, nel 2023 anche dal Niger, rimpiazzati dal fascino, prima dei mercenari russi Wagner, poi dall’Africa Corps espressione militare russa sotto il diretto controllo di Mosca. Tuttavia il passaggio non ha prodotto che un rinforzo del jihadismo ed un notevole disorientamento politico in questi travagliati Stati.

Nemmeno la creazione dell’Aes, ovvero Alleanza degli Stati del Sahel, nata nel 2023 in sostituzione del G5 Sahel, e supportata dai combattenti russi dell’Africa Corps, solidamente presenti in questi tre Paesi, e influenti anche a livello politico, è riuscita a frenare l’espansionismo jihadista. Ricordo che i russi dell’Africa Corps e soldati maliani nell’estate 2024 hanno subito una pesante sconfitta dai Tuareg nella strategica regione di Kidal, nord Mali, riconquistata solo un anno prima dall’esercito maliano e rinforzi; da quel momento le forze armate del Mali non hanno più ripreso il controllo della zona di frontiera. Un cambio di protezione, da quella francese a quella russa, che ad oggi ha solo complicato una situazione già difficile, rendendo l’area saheliana e sub sahariana un eldorado per i jihadisti.

Aggiornato il 08 gennaio 2026 alle ore 09:55