Patti chiari, amicizia lunga. E tormentata. Quella di Charles de Gaulle con zio Sam lo fu senza dubbio. La Francia del generale ebbe con Washington una storia conflittuale, che inizia molto prima della liberazione. In fondo, raccontava de Gaulle al suo portavoce Alain Peyrefitte, lo sbarco nordamericano in Normandia non era altro “che una seconda occupazione del Paese”. E “occupazione” è proprio la parola che i liberatori avevano scelto per descrivere l’amministrazione militare che volevano instaurare, la famosa AMGOT (Allied Military Government of Occupated Territories).
Alla fine del 1942, del resto, ricorda lo storico e giornalista Eric Branca, considerato un importante conoscitore del gaullismo e dei servizi segreti, in Gran Bretagna furono create delle scuole per formare il personale civile del governo militare alleato. La Francia venne inclusa nella lista dei territori da “occupare”, insieme a Germania, Italia e Giappone. “Siamo arrivati al punto ‒ ricorda ‒ di stampare una moneta scimmia, la banconota bandiera, il cui potere d’acquisto sarebbe stato ancora più sfavorevole di quello concesso dai tedeschi al franco, rispetto al marco, tra il 1940 e il 1944”.
Un’operazione che proprio de Gaulle farà fallire all’ultimo minuto, “grazie alla Resistenza e ai commissari della Repubblica, scelti da Alexandre Parodi e Michel Debré, che prenderanno il posto dei prefetti di Vichy prima che arrivino gli amministratori dell’AMGOT e i loro furgoni con le banconote fresche di stampa”. Un’opposizione che farà del generale “persona non grata” di certi ambienti Usa (tranne Richard Nixon e Henry Kissinger, che hanno per lui un’ammirazione “profonda e immediata”), che non lo volevano alla guida della Francia, e hanno fatto di tutto, con la collaborazione di tanti “amici” francesi votati alla causa anti-gaullista, primo fra tutti Jean Monnet, per evitarne l’ascesa al potere.
Ne L’ami américain (L’amico americano), Branca racconta, grazie anche a nuovi documenti declassificati e testimonianze inedite, la “guerra dei 30 anni” che de Gaulle ingaggiò con la “volontà di potenza” dell’alleato a stelle e strisce. Un’ostilità “mai smentita” o dissimulata da parte di CDG, poiché, al contrario di altri Paesi europei, rileva l’autore, il fondatore della Quinta Repubblica riteneva semplicemente che “amicizia non doveva significare vassallaggio”. Gli statunitensi, tuttavia, avevano per la Francia piani che erano pericolosamente molto simili a quelli di Hitler, che in caso di vittoria dell’Asse aveva progettato un Esagono smembrato addirittura in 7 territori. Ebbene, Roosevelt (FDR) voleva limitarsi a scomporre la Francia in 3 macroaree, nella sempre più evidente consapevolezza storica che le presunte democrazie occidentali, dalle dittature, hanno gettato il peggio e hanno conservato il meglio, in caso di necessità. E la necessità immediata di Washington era di mettere Parigi nelle condizioni di non nuocere (alla pax americana), pensando magari di edulcorare appena il progetto nazista, salvaguardando il principio del divide et impera. Le tre macroaree prevedevano al Nord un grande principato belga-lussemburghese, a Est, una nuova Lotaringia dedita all’estrazione del carbone e alla produzione dell’acciaio e, come bonus, la riva sinistra del Rodano donata all’Italia, per ringraziarla per aver cambiato casacca nel 1943.
Di fronte a un progetto simile, riflette Branca, l’attitudine di de Gaulle a non fidarsi dell’amico americano sembrava più che legittima. Ma CDG non si fidava neppure dei padri di non si sa bene quale patria, come Jean Monnet, che insieme ad Alexis Léger e René de Chambrun, esercitavano un’influenza non indifferente su Roosevelt, e che avevano immediatamente identificato in de Gaulle il loro avversario. Ma dei tre, era il banchiere Monnet (grandi capacità organizzative, garante del Piano Marshall per il suo Paese e proconsole degli interessi americani in Francia) ad avere un certo peso nel dossier francese di Washington, essendo stato già prima della guerra molto vicino a FDR, e su cui il governo americano faceva molto affidamento per ristrutturare, secondo i suoi piani, l’Europa occidentale, una volta crollato il Terzo Reich.
È soprattutto Monnet, ricorda l’autore, a fare un doppio gioco che funzionerà per un tempo sufficiente per gettare fumo negli occhi di CDG sulle sue vere intenzioni. Il 6 maggio del 1943, scriverà la famosa nota al dipartimento di Stato Usa sulla necessità di “distruggere de Gaulle”, colpevole di opporsi alla costruzione europea così come concepita dagli Usa (ed è per questo “che deve essere distrutto nell’interesse dei francesi”). De Gaulle, fa notare Branca, deve essere “distrutto” perché si mette di traverso alla missione di Monnet, che lavora per un’Europa occidentale che assegni, “chiavi in mano”, agli Stati Uniti la sua direzione politica. CDG ha, dunque, il torto di essere “il primo combattente di una resistenza in Francia che rifiuta di cedere alla libido dominandi americana”.
Aggiornato il 07 gennaio 2026 alle ore 11:06
