Le richieste degli Usa, mentre a Caracas tornano i tank

Adesso è Washington a dettare le regole. Dopo la destituzione di Nicolás Maduro,  il presidente Usa Donald Trump ha fatto sapere alla presidente ad interim Delcy Rodríguez che Caracas dovrà soddisfare una serie di richieste preliminari prima di poter tornare a estrarre e commercializzare nuovo petrolio. In cima alla lista, l’espulsione di Cina, Russia, Iran e Cuba e la rottura dei legami economici con questi Paesi, oltre all’impegno a collaborare in via esclusiva con gli Stati Uniti per la produzione di greggio, favorendo Washington nella vendita delle forniture. A riportarlo è Abc news, che cita tre fonti a conoscenza diretta del piano elaborato dalla Casa Bianca. Secondo una delle fonti, il segretario di Stato Marco Rubio avrebbe illustrato il quadro ai legislatori statunitensi durante un briefing riservato tenutosi lunedì, sostenendo che gli Stati Uniti sono in grado di esercitare una pressione decisiva su Caracas, anche alla luce del fatto che le petroliere venezuelane risultano già cariche. Rubio avrebbe inoltre riferito che, secondo le stime di Washington, il Venezuela avrebbe a disposizione soltanto poche settimane prima di trovarsi in una condizione di insolvenza finanziaria, qualora non riuscisse a vendere le proprie riserve petrolifere.

In questo contesto si inserisce il sequestro di due petroliere venezuelane da parte degli Usa. E le parole del commander-in-chief: “Sono lieto di annunciare che le autorità di transizione in Venezuela consegneranno agli Stati Uniti dAmerica tra i 30 e i 50 milioni di barili di petrolio di alta qualità, non soggetto a sanzioni. Questo petrolio sarà venduto al prezzo di mercato e il ricavato sarà gestito da me, in qualità di presidente degli Stati Uniti d’America, per garantire che venga utilizzato a beneficio del popolo venezuelano e degli Stati Uniti!”, ha scritto Donald Trump su Truth. “Ho chiesto al segretario allEnergia Chris Wright di attuare immediatamente questo piano. Il petrolio sarà trasportato tramite navi cisterna e consegnato direttamente ai terminali di scarico negli Stati Uniti”, ha aggiunto il presidente statunitense.

Nel clima di incertezza politica seguito all’arresto di Nicolás Maduro il 3 gennaio, il dollaro parallelo – la valuta del mercato nero in Venezuela – ha registrato un’impennata fuori controllo, con ricadute immediate sulle attività commerciali e sul potere dacquisto dei cittadini, in particolare a Caracas e nei principali centri urbani. Il sito di informazione El Pitazo segnala che a Maracaibo, seconda città del Paese, il dollaro parallelo ha toccato quota 900 bolivar nel popolare mercato di “Las Pulgas”. A fronte di ciò, il tasso di cambio ufficiale fissato dalla Banca centrale del Venezuela (Bcv) resta a 311,88 bolivar. Le autorità monitorano le attività formali e le grandi catene di distribuzione, ma nella quotidianità dei venezuelani il divario tra cambio ufficiale e parallelo rappresenta una realtà con cui fare i conti ogni giorno. Fino alla fine del 2025, nello stesso mercato di “Las Pulgas”, il dollaro si attestava intorno ai 500 bolivar: un dato che rende evidente l’accelerazione della crisi monetaria dopo la cattura e l’espulsione di Nicolás Maduro il 3 gennaio.

Intanto, a Caracas, la risposta del potere chavista è stata muscolare. Tank schierati nelle strade, uomini armati e incappucciati agli angoli, posti di blocco dei reparti paramilitari dei famigerati colectivos, impegnati a controllare i telefoni cellulari alla ricerca anche di un singolo messaggio di sostegno a Trump. Giornalisti fermati, perquisiti e successivamente rilasciati. Uno di loro, l’italiano Stefano Pozzebon, collaboratore della Cnn, è stato espulso dal Paese. La capitale si è risvegliata sotto una cappa di repressione. La calma surreale dei giorni immediatamente successivi al raid americano si è dissolta all’alba, lasciando spazio alla paura di parlare e al timore di una nuova ondata di arresti. Gli uomini forti del chavismo hanno ripreso il controllo della scena, blindando la città. Nella notte è scattato anche l’allarme per un’intensa sparatoria nei pressi del palazzo presidenziale di Miraflores, con l’abbattimento di alcuni droni. In seguito è stato chiarito che si è trattato di “un incidente provocato da una confusione interna tra le forze di sicurezza”. Gli uav, decollati per missioni di vigilanza, non erano stati segnalati alle unità di terra, che li hanno immediatamente neutralizzati. Un equivoco definito banale, ma ritenuto indicativo di un clima di forte tensione e di un deterioramento delle catene di comando.

Forte del decreto di eccezionalità varato subito dopo il giuramento della presidente ad interim Delcy Rodríguez, gli apparati di sicurezza hanno avviato una caccia ai presunti collaboratori coinvolti nell’operazione militare statunitense. “Gli organi di polizia nazionali, statali e municipali – si legge nel decreto – devono immediatamente intraprendere la ricerca e la cattura su tutto il territorio nazionale di qualsiasi persona coinvolta nella promozione o nel sostegno dell’attacco armato degli Stati Uniti d’America contro il territorio della Repubblica al fine di perseguirla”. La stretta colpisce anche ciò che resta dell’opposizione: secondo il Comitato per la liberazione dei prigionieri politici in Venezuela, ai detenuti per motivi politici è stato sospeso il diritto di visita ed è stata interrotta ogni comunicazione con l’esterno.

Infine, gli osservatori si interrogano sulla tenuta del triunvirato che regge la Repubblica bolivariana: Delcy Rodríguez, il ministro dellInterno Diosdado Cabello e il ministro della Difesa Vladimir Padrino López. I tre uomini forti del regime – uno al vertice della polizia, l’altro dell’esercito – hanno rappresentato per oltre un decennio i pilastri del potere chavista, mantenendo Maduro al comando attraverso una repressione sistematica del dissenso. Eppure, come dimostrato dallo smacco inflitto sabato dalle forze speciali statunitensi, il regime appare ormai intatto solo formalmente, rivelando gravi lacune nella capacità di difesa aerea e di coordinamento tra i diversi comandi.

Aggiornato il 07 gennaio 2026 alle ore 16:19