L’uomo di strada si domanda cosa abbia spinto Donald Trump a prendere possesso del Venezuela, e con una dinamica che storicamente viene definita “guerra di conquista”. Ci rimanda al passato, forse turba la gente comune il modo in cui s’è consumata la conquista. E l’Italia conosce bene le “guerre di conquista”, meglio sarebbe dire guerre per la sua conquista, che hanno reso la nostra penisola per più di mezzo secolo (dal 1494 al 1559) il centro di dispute per varie “relazioni internazionali”: l’Italia assurgeva in quel periodo ad elemento determinante in quel gioco politico-diplomatico che aveva come obiettivo l’egemonia sull’Europa. Diciamo anche che, da allora, non ci siamo mai levati del tutto di dosso il problema. Forse per questo un po’ ci caliamo nei panni del Venezuela: Nazione che abbiamo italianizzato migrandoci, lavorando in quelle miniere e costruendo parte delle fortune di quel lembo di terra centramericano. Ma torniamo al problema principe, ovvero che necessita un pretesto per fare una guerra, per spodestare un governante o un regnante, come anche per invadere un territorio. Il pretesto si conferma fin dalla notte dei tempi la violazione di un contratto, di un accordo, di un trattato. “Pacta sunt servanda” è espressione che risale al “diritto canonico medievale”: cardine su cui è stato edificato il nostro diritto civile e, soprattutto, il diritto internazionale. “I patti devono essere rispettati” è il principio fondamentale che sancisce l’obbligatorietà nei contratti e nei trattati: accordi volontari, che creano un vincolo giuridico tra le parti, e vanno onorati ben consci delle penalizzazioni. Questo principio implica che, gli impegni assunti dal Venezuela con gli Usa non potevano essere unilateralmente sciolti, che il mancato rispetto costituiva fin da 1974 una violazione di quanto stabilito dalla “Convenzione internazionale di Vienna sul Diritto dei Trattati”.
Ma facciamo un salto negli anni ’30 del Novecento: ai tempi della presidenza di Juan Vincente Gomez le compagnie petrolifere angolo-americane svolgevano ricerche sul suolo venezuelano, sudamericano e centramericano. Erano anni in cui l’umanità doveva correre, spostarsi, ed il petrolio era ormai nevralgico. Tra fine anni ’30 e primi ’40, durante la presidenza di Eleazar Lopez Contreras, la presenza di petrolio veniva certificata: la contrattualistica con Exxon, Chevron e Texaco accelerava l’emunzione dell’oro nero venezuelano. La domanda internazionale cresceva durante la Seconda Guerra Mondiale, e soprattutto dopo. Intanto Eleazar Lopez Contreras veniva spodestato da un colpo di stato popolare (sottovalutato prima da Roosevelt e poi da Harry Truman) e riparava negli Usa, che subito promettevano sarebbe stato ristabilito lo stato di diritto. Stavano maturando gli anni dei due blocchi contrapposti, poi della Guerra Fredda, e gli Usa volevano evitare nel “giardino di casa” eventuali conflitti armati con gruppi filosovietici. I dossier sulla situazione venezuelana erano sempre sui tavoli della Casa Bianca, anche perché le Sette Sorelle (termine coniato da Enrico Mattei) non erano solo le sette principali compagnie petrolifere che determinavano il mercato globale del petrolio, ma anche la principale lobby che decideva sia le politiche occidentali che le elezioni Usa. Le americane Exxon (Standard Oil of New Jersey), Mobil (Standard Oil of New York), Texaco, Gulf Oil e Socal (Standard Oil of California), la britannica BP (Anglo-Iranian Oil Co.) e l’anglo-olandese Royal Dutch Shell avevano innumerevoli volte denunciato le inadempienze contrattuali del Venezuela: ogni volta mettevano sul banco degli imputati i vari politici centramericani di turno. La rottura definitiva e unilaterale del contratto, che per gli Usa aveva valore come di trattato internazionale, arrivava nel 1973: quando il referendum popolare venezuelano votava per la nazionalizzazione dell’industria petrolifera.
Tra Stati Uniti e Venezuela iniziava un periodo di gelo, poi la rottura contrattuale diventava definitiva nel 1976 con la nascita della Petróleos de Venezuela (PDVSA): società di stato che di fatto metteva alla porta le multinazionali occidentali. Attualmente il Venezuela vanta ancora la più vasta riserva petrolifera del mondo, ben oltre i 300miliardi di barili. Non è un mistero gli Stati Uniti abbiano sempre cercato di orientare la politica venezuelana, favorendo più o meno fazioni filo Usa. La Casa Bianca da decenni subiva le pressioni delle multinazionali petrolifere, e i vari dossier sul non rispetto dei contratti passavano da un presidente all’altro. Ogni presidente sviava il discorso, accontentando le Sette Sorelle con le varie guerre del Golfo, con la conquista dell’Iraq, con la cacciata di Gheddafi dalla Libia. Ma il problema Venezuela rimaneva sul tavolo. Donald Trump non ci ha pensato su due volte, e ha sistemato militarmente la questione; conscio anche del fatto che negli Usa c’è sempre bisogno di petrolio, soprattutto se il futuro ci parla di una Guerra Mondiale. Ovviamente c’è anche la questione della droga, e secondo certi beninformati l’amministrazione Usa si sarebbe stancata di mandare dollari alle varie fazioni paramilitari del narcotraffico che operano nel Centro e Sud America: una politica di elemosina iniziata negli anni ’60, e che Trump ha bruscamente interrotto. Anche perché foraggiare vari eserciti mercenari e rivoluzionari pare non garantisse la sicurezza dei cittadini statunitensi in vacanza tra Colombia e Venezuela: venivano spesso rapiti, e non pochi i casi delle persone inghiottite dalla giungla. Così Trump ha deciso di prendere due piccioni con una fava: probabilmente, oltre ad insediare la gestione diretta delle multinazionali del petrolio, metterà in Venezuela il centro delle operazioni per piegare militarmente tutti i gruppi armati sudamericani: dalle ex Farc-Ep (Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia) all’Eln (Ejército de Liberación Nacional), passando per gli ex seguaci di Sendero Luminoso per finire alle varie bande di “contadini armati” che sequestrano i ricchi pensionali di New York in vacanza nella giungla o convinti ad acquistare una fantomatica fazenda colombiana.
La domanda è: Trump ha inteso tutto questo solo per prendere il petrolio? Va detto che nel programma dei Repubblicani c’è la guerra alla droga ed ai suoi eserciti; quindi, mettere ordine nell’orto di casa è tra le priorità dell’America First.
Ma questa vicenda ci insegna anche altro, ovvero che i contratti internazionali vanno siglati con molta attenzione; perché poi peseranno sulle future generazioni, sulle vicende di una nazione. A noi italiani basterebbe solo pensare ai trattati internazionali fondativi dell’Unione Europea, come il Trattato di Roma e soprattutto di Maastricht. E che dire del trattato di pace che abbiamo accettato a Versailles nel 1947? La nostra economia ed industria ancora sottostanno al Trattato di Parigi del ’47. E non parliamo degli accordi bilaterali Italia-Francia, la cui ombra s’è allungata sull’Unione Europea in danno dell’agricoltura italiana. Il diritto internazionale è cosa troppo seria, spesso sottovalutata dai delegati dei popoli più poveri. Il diritto internazionale è un corpus di norme vincolanti, che i veri stati sovrani sanno far valere, e fino alle estreme misure. Il contratto o il trattato non è una semplice convenzione, ovvero un mero accordo poco rilevante e privo di sanzioni pesanti per eventuali inottemperanze. Ecco perché dobbiamo iniziare a chiederci cosa sarà dell’Italia, soprattutto dopo il fallimento di Francia e Germania, quando probabilmente salterà l’euro. Chi verrà a battere cassa? Si potranno saldare “saldo e stralcio” certi debiti? Si rinegozieranno i trattati?
A quanto pare, le ultime parole benevole potrebbero spettare a Trump e a Putin, a patto che noi si sappia defilarci dalle responsabilità europee.
Aggiornato il 05 gennaio 2026 alle ore 14:48
