Sudan: i civili sudanesi progettano una pace, ma l’Europa dissente

La guerra civile che vede scontrarsi due generali golpisti prima alleati, Abdel Fattah al-Burhan, capo delle Saf, Forze Armate Sudanesi, e de facto presidente della sua roccaforte di Port Sudan, e Mohammed Hamdan Daglo, conosciuto come “Hemetti”, capo delle Rsf, Forze di Supporto Rapido, è combattuta con l’obiettivo, oltre che di appropriarsi delle enormi risorse del sottosuolo, oro e petrolio per primi, anche quello di prendere il controllo della rivoluzione popolare che rovesciò, nel 2019, l’ex presidente Omar al-Bashir. Tuttavia, le atrocità che stanno caratterizzando lo scontro, enormemente maggiori di quelle di Gaza, stanno manifestando condizioni dalla ingestibilità crescente.

In realtà la storia del Sudan si ripete ossessivamente, e conclama il deterioramento di una situazione dai tratti catastrofici. Ma questa ciclicità di tragedie non si è mai attenuata. Tanto è che questa terra che paradisiacamente accoglie il Nilo Bianco ed il Nilo Azzurro, che si abbracciano nella capitale Khartoum, dando origine al Nilo, sin dal 1956, data dell’indipendenza dalla colonizzazione anglo-egiziana, non è mai riuscita a liberarsi dal vortice di brutalità che sistematicamente attanagliano il Paese. Violenze che contrappongono la parte centrale del Sudan, simboleggiata dalla capitale Khartoum e dalla valle del Nilo, dai territori marginali ed emarginati del Paese. Inoltre, altra caratteristica di questa regione è la sua multietnicità divisa, genericamente, tra popolazione araba e africana. Tale condizione sociale non ha mai agevolato una integrazione per chiari motivi etnici, storici, ed anche religiosi, che hanno condotto verso tensioni strutturali culminati nel 2011 quando, con un pedaggio di oltre due milioni di morti e almeno un ventennio di combattimenti, è stata creata la Repubblica del Sud Sudan; uno Stato dove la fede si divide tra cristiani, con varie confessioni con predominanza cattolica, animisti e una minoranza, intorno al 5 per cento, di musulmani.

In pratica la più grande catastrofe umanitaria che oggi incombe sulla Terra, è caratterizzata da interferenze straniere, in primis quella degli Emirati Arabi Uniti in appoggio alle Rsf e l’Egitto con meno apparente sostegno alle Saf, che non danno la minima possibilità di un accordo di pace. Ma in questi ultimi giorni la società civile sudanese sta tentando di riprendere in mano la guida del Paese. Il primo passo con l’obiettivo di togliere ai militari la gestione catastrofica del Sudan, si è concretizzato nella capitale del Kenya.

Così il 16 dicembre a Nairobi, i partiti politici sudanesi, le organizzazioni della società civile, autorevoli personalità politiche, ma anche alcuni movimenti armati, sempre presenti in ogni scenario socio-politico, hanno sottoscritto una tabella di marcia suddivisa in nove punti. Tale tracciato strutturato con lo scopo di pacificare il Paese, è stato presentato come un’iniziativa a guida “civile” con l’obiettivo di far terminare il conflitto in Sudan e ripristinare una “transizione democratica”.

Il concetto di “transizione democratica”, in un paese dove i musulmani, di confessione sunnita, sono quasi la totalità della popolazione e dove la legge islamica, la sharia, è pregnante nel loro ordinamento giuridico, appare quantomeno propagandistico e illusorio. Ma si può anche considerare l’aspetto relativistico e contestualizzato del concetto di “transizione democratica”.

Comunque, il progetto è presentato come un piano strategico anti-guerra e a favore della pace, e strutturato su un terzo polo su posizioni civili, e contro i due artefici militari nel conflitto sudanese, le Saf e le Rsf.

Ma la questione che è nuovamente emersa e ha riacceso i dibattiti nella regione, è il ruolo di questi “civili” che rappresentano una élite e che il conflitto ha emarginato dalla gestione del Paese. L’accordo di Nairobi è scaturito a valle di una dichiarazione rilasciata a settembre da Stati Uniti, Egitto, Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti, Eau. Il gruppo dei quattro, “Quad”, chiese una immediata tregua di tre mesi propedeutica a un cessate il fuoco definitivo, accesso delle organizzazioni umanitarie in supporto alla martoriata popolazione e l’avvio di un percorso politico verso una transizione civile. L’intesa di Nairobi è stata firmata anche dall’ex primo ministro, Abdalla Hamdok, che ha guidato il governo civile di transizione del Sudan dal rovesciamento di Omar al-Bashir nel 2019, fino al colpo di stato militare dell’ottobre 2021, organizzato ed eseguito in collaborazione tra le Saf e le Rsf.

Insomma, buone intenzioni, quantomeno un tentativo abbastanza concreto e razionale, ma non sta trovando tutti d’accordo. Infatti, alcuni sedicenti strateghi europei − forti dei grandi successi ottenuti sia con la Russia che con Hamas e Israele! −, hanno preso le distanze dall’accordo di Nairobi. In particolare, un diplomatico dell’Unione Europea, parlando in anonimato ad Al Jazeera, ha dichiarato che Bruxelles non considera la tabella di marcia di Nairobi come la base per un processo che possa portare i “civili” alla guida del Paese, considerando l’accordo una “distrazione”, e proponendo la guida di un processo di pace affidato all’Unione Africana.

In breve, l’anonimo “diplomatico europeo” riferisce che l’Ue intende creare un’ampia coalizione che possa assumere la guida dopo l’accettazione del cessate il fuoco e delle azioni di aiuti umanitaria proposte dal Quad e accettate dalle Saf e dalle Rsf. Inoltre, secondo il diplomatico Ue, dovrà essere acconsentita dai belligeranti una supervisione guidata da forze di sicurezza internazionali e da organismi civili sudanesi, ignorando la convenzione di Nairobi.

Ipotesi che assume caratteristiche più invadenti che strategiche, considerando che la proposta di Nairobi gode della approvazione di quattro stati, Stati Uniti, Egitto, Eau e Arabia Saudita, decisamente più influenti e autorevoli in Africa della frazionata e malferma diplomazia europea.

Aggiornato il 05 gennaio 2026 alle ore 11:34