Terminato il 2025 – un anno terribile per il potere teocratico in Iran – sarà utile tornare a leggere e analizzare la situazione politica, la società e gli altri attori che pesano sulla complessa realtà iraniana. Ancora una volta è emerso con chiarezza che la popolazione rappresenta il principale punto di vulnerabilità del regime. Questa volta la rivolta, scatenata dai bazarì di Teheran il 28 dicembre, si è rapidamente espansa, investendo di nuovo l’intero Paese. Le fiamme della protesta divampano anche nelle città di provincia, segno inequivocabile che la popolazione dovunque non tollera più un regime incapace e corrotto. La diffusione capillare del movimento costringe le forze repressive a dislocarsi anche nelle province più lontane, indebolendo la loro capacità di controllo e lacerando ulteriormente le fratture al vertice del potere. In questa rivolta un elemento di particolare importanza è la partecipazione attiva degli studenti universitari. I loro slogan, contro la dittatura attuale e la precedente, indicano una crescente consapevolezza politica e delineano una prospettiva di cambiamento che va oltre la protesta contingente.
Il popolo iraniano nella sua lotta secolare per la libertà, azadì, ha sopportato sacrifici enormi. Ma la posizione strategica del Paese, da sempre al centro di interessi regionali e internazionali, ha finora impedito di scrollarsi di dosso una tirannia interna sostenuta da potenze esterne. La teocrazia iraniana, che si è sostituita alla dittatura monarchica grazie a circostanze eccezionali e al sostegno dei Paesi occidentali, non aveva alcuna reale preparazione per governare uno dei Paesi più complessi dello scacchiere internazionale. Quel “dono” inatteso, piovuto dal cielo, ha cagionato una crisi esistenziale all’intero del clero sciita, una crisi che oggi mette in discussione la sua stessa sopravvivenza. Accanto al problema fondamentale della gestione della popolazione iraniana, il regime, in quasi mezzo secolo, ha cercato di procurarsi amici e, inevitabilmente, di inventarsi nemici: reali o immaginari. Fin dai primi giorni, il potere dei mullà si è così trasformato nel principale generatore di crisi, per sé e per gli altri. Se la feroce repressione interna prese avvio con la manifestazione delle donne l’8 marzo 1979 – meno di un mese dopo l’insediamento del regime – l’occupazione dell’ambasciata americana a Teheran, il 4 novembre dello stesso anno, segnò l’inizio della sua politica estera, fondata sull’esportazione della dottrina reazionaria e sull’uso sistematico del ricatto.
Tuttavia, non si può trascurare l’abilità della teocrazia iraniana – favorita anche dalla politica di appeasement internazionale – nel sopravvivere all’interno di crisi permanenti. Ma la gestione del potere attraverso tensioni continue ha un limite: oltre una certa soglia diventa controproducente. Se un tempo l’avventurismo in politica estera serviva a deviare e disperdere la pressione interna, oggi l’inimicizia con il mondo intero non fa che mettere a nudo la natura violenta del regime, lo stesso che massacra i manifestanti nelle strade.
Gli “amici” del regime iraniano sono stati racimolati a colpi di petrodollari e di un integralismo guerrafondaio esportato in tutto il Medio Oriente, fino a penetrare persino nella stampa e nelle accademie dell’Occidente. Il sostegno offerto al regime dalla stampa e dalle accademie, anche in Italia, è un doloroso capitolo a parte. Per anni il potere teocratico si è vantato di poter salire in auto a Teheran e scendere direttamente al confine con Israele, forte dei suoi proxy e dei governi che controllava e influenzava in Iraq, Siria, Libano e Yemen. Per decenni ha inoltre beneficiato della benevolenza della stampa e delle istituzioni occidentali, che hanno continuato a scommettere sulla sopravvivenza di un regime anacronistico, facendo propria la sua tesi secondo cui in Iran non esisterebbe alcuna alternativa.
Sul piano internazionale, gli alleati del regime religioso iraniano sarebbero la Russia e la Cina, che lo hanno sempre trattato come una mucca da mungere e lo venderanno, al momento opportuno, a quattro soldi. Mosca ottiene droni a basso costo da impiegare nella guerra in Ucraina; Pechino riceve petrolio scontato in cambio di merci di scarsa qualità. Un rapporto asimmetrico, in cui l’Iran paga molto, ottiene pochissimo e, sul piano diplomatico, praticamente nulla. Tra i nemici del regime iraniano, Israele occupa da sempre il primo posto: è il collante ideale per tenere insieme l’armata Brancaleone che i mullà hanno costruito in mezzo secolo di propaganda. La teocrazia, abilissima nello sfruttare il sangue altrui per i propri obiettivi, ha sempre ragionato così: “si combatte fino all’ultimo palestinese”. E questo nonostante sia – e resti – evidente che la dolorosa questione palestinese non abbia soluzione militare.
Accanto a Israele, il regime ha coltivato un altro nemico “universale”, buono per tutte le stagioni: il “Grande Satana”. Una formula retorica utile a giustificare ogni fallimento interno e ogni avventura esterna. Il risultato è che amici e nemici della teocrazia iraniana hanno avuto un costo esorbitante, pagato interamente dalla popolazione, ridotta alla miseria in uno dei Paesi potenzialmente più ricchi del pianeta. Il dollaro, che nel 1979 si scambiava a 70 rial, oggi supera 1.500.000 rial, mentre l’inflazione da anni galoppa oltre il 50 per cento – e per generi di prima necessità anche di più. In questo scenario, Ali Khamenei – rintanato nel suo nascondiglio – e i suoi uomini, ormai sparpagliati e privi di una linea chiara, hanno perso ogni reale controllo del Paese. Nell’incontro del 3 gennaio con la famiglia di Qassem Soleimani, nell’anniversario della sua morte, Khamenei ha distinto i manifestanti in due categorie: “manifestante” e “rivoltoso”. Ha dichiarato: “Con il manifestante parliamo, ma parlare con il rivoltoso non serve a nulla; il rivoltoso va rimesso al suo posto”. Gli iraniani hanno ignorato la sua minaccia e sono tornati nelle strade; le forze dell’ordine a lui fedeli hanno sparato, uccidendo almeno 24 manifestanti.
Lo scollamento ormai definitivo dalla popolazione, sempre più esasperata, unito al gioco ambiguo di amici e nemici costruito nel tempo, rivela la condizione attuale dello Stato islamico in Iran. Per questo il regime ha accelerato sull’unico strumento che gli resta: la repressione, nella sua forma più atroce e disumana, l’impiccagione. Nel 2025 il numero macabro delle esecuzioni – 2.201 in totale, di cui 371 nel solo mese di dicembre – ha raggiunto livelli mai visti dall’eccidio del 1988, quando oltre 30mila prigionieri politici furono eliminati nel giro di poche settimane. La devastazione dell’Asse della resistenza, da Kabul a Beirut – ottenuto al prezzo del sangue innocente di centinaia di migliaia di persone – e la sconfitta subita dopo la guerra dei 12 giorni con Israele hanno fatto crollare la tronfia illusione che Khamenei cercava di vendere al suo popolo. I fatti del 2025 hanno messo a nudo la realtà del sistema teocratico iraniano: un regime reazionario giunto al termine della sua corsa, con la spada di Damocle della guerra esterna sospesa sulla testa e il fiato di un intero popolo esasperato sul collo. L’Iran non ha bisogno di interventi militari esterni: eventuali attacchi non farebbero crollare il regime né favorirebbero la lotta del popolo iraniano per la democrazia. La chiave della soluzione resta nelle mani degli iraniani e della loro resistenza organizzata. Ma i governi democratici non devono restare inerti: in nome dei proclamati valori democratici, devono chiedere conto agli assassini del popolo iraniano e imporre restrizioni nei rapporti con il regime. È per questo che occorre abbandonare definitivamente la nefasta e fallimentare politica di appeasement che ha procurato – e continua a procurare – sofferenze indicibili ai popoli in molte parti del mondo.
Aggiornato il 05 gennaio 2026 alle ore 09:38
