Trump’s Manifesto: L’Nss anti-Europa

Mai finire (o iniziare) qualcosa con una “Doppia S”, perché qui, sul Vecchio Continente, un simile accidente avrà ora e sempre il suono sinistro della più grande tragedia di tutti i tempi. Non fa eccezione, quindi, il Manifesto di Trump, declinato nel rapporto dal titolo National Security Strategy (Nss, appunto), in cui è il corpus intero dell’Amministrazione Trump a esprimere l’attuale pensiero degli Stati Uniti d’America sugli affari del mondo. Soprattutto sui nostri. Negativi, come sempre. E Noi, anziché reagire da guerrieri adulti, sapendo di affrontare da soli, da oggi in poi (almeno fino al 2028), le future battaglie che ci attendono, eccoci tutti lì, nazioni grandi e grosse, a riempiere otri di lacrime come altrettante vedovelle inconsolabili o, peggio, mogli tradite visto che, per nostra tacita condiscendenza, lasciamo si dica che gli europei vengono da Venere. Ora, prima di parlare, buon senso vorrebbe che questo benedetto manifesto si avesse la pazienza di leggerlo integralmente e in lingua originale. Da una sommaria analisi, in prima pagina si contempla l’autoesaltazione dell’attuale Presidenza e del suo effetto miracolistico sul morale degli americani, per aver riportato (in pochi mesi!) la nazione agli antichi fasti, inaugurando una nuova stagione di prosperità e di grandezza che si voleva perduta. Rimediando così al declino cui l’aveva condannata la dittatura woke, rea di aver causato disastri socio-politici con la sua scelta demagogica del multiculturalismo, multilateralismo e delle frontiere aperte. Sempre a “pagina 1” si cita il triliardo (mille miliardi) di dollari stanziati per il Pentagono, avendo per di più ricevuto l’impegno degli alleati della Nato ad aumentare fino al 5 per cento il loro contributo. Fatto quest’ultimo che, per inciso, implica nel medio termine l’acquisto da parte europea di armamenti avanzati dagli Usa del valore di centinaia di miliardi di euro, visto che la nostra industria della difesa è oggi ridotta al lumicino, dopo ottanta anni di protettorato americano (insomma: noi vassalli per forza!).

In controluce, si intravvede il sorrisino sardonico di Donald Trump a proposito dei solenni impegni dell’Ue per la costruzione (chissà quando, chissà come) di una “Difesa comune europea”, molto al di là da venire, visto il passo da tartaruga e spesso da gambero che contraddistingue le decisioni all’unanimità dell’Unione: tanto più che la difesa è materia degli Stati e non comunitaria. Così, Trump e il suo socio negli affari imperiali, Vladimir Putin, possono dormire sonni tranquilli prima di vedere un’Europa autonoma in grado di difendersi da sola. E poiché la modalità transattiva è il modus operandi preferito da Trump, ecco chiarito il significato di “strategia” come “connessione essenziale tra fini e mezzi”, mettendo così termine alla versione dell’America come “guardiano del mondo”. La nuova politica enunciata nell’Nss esige l’individuazione di un quadro di valutazione e la definizione di un elenco di priorità, in cui il focus è concentrato esclusivamente sugli interessi (stretti) degli Stati Uniti. E noi europei, guarda caso, non siamo in cima a questi ultimi: anzi, ben al contrario, risultiamo in fondo alla classifica. Colpa di Trump o (in gran parte) nostra? Sul punto, Trump e i suoi intendono essere estremamente precisi, mettendo fine alla politica ondivaga e al Wishful thinking che ha caratterizzato la politica estera dell’America dal 1945 a oggi. Onde per cui, da ora in poi (e almeno fino al 2028), gli affari di altri Paesi saranno presi in considerazione da Washington solo se le loro attività costituiranno una minaccia per gli interessi degli Stati Uniti. Indice puntato, poi, su fattori come la globalizzazione, il free trade e l’immigrazione incontrollata che, secondo l’Nss, hanno minato l’economia e la base industriale dell’America, oltre ad aver fortemente impoverito la sua classe media.

Quindi, da ora in poi (almeno fin al 2028) la difesa di altri Paesi partner o alleati non sarà più a carico dei contribuenti americani, né gli Usa si faranno coinvolgere in conflitti scatenati da controversie altrui, che non siano di interesse vitale per l’America. Quanto di negativo è accaduto in passato è attribuibile, secondo il manifesto, al pesante condizionamento in politica estera da parte di un network di istituzioni internazionali, alcune di queste caratterizzate da un radicale antiamericanismo e transnazionalismo, inteso quest’ultimo a dissolvere la sovranità statuale individuale. Le questioni fondamentali alle quali l’Nss intende dare risposta sono le seguenti:

1) che cosa vogliono davvero gli Stati Uniti;

2) di quali mezzi dispongono per raggiungere i suddetti obiettivi;

3) come si possono conciliare fini e mezzi in una soddisfacente National Security Strategy.

La risposta alla prima domanda è ovvia: proteggere dai nemici l’America e il popolo americano, il suo territorio, la sua economia e la way of life, difendendoli da qualsivoglia tipo di minaccia esterna, come l’immigrazione incontrollata. E solo un esercito ben preparato e dotato di armi ipersofisticate, incluso un efficiente scudo antimissile (Golden Dome), può garantire la sicurezza degli americani. Un ulteriore pilastro è rappresentato da un’economia solida, che risulti la più dinamica, avanzata e innovativa del mondo. Il terzo punto di forza è rappresentato dal rilancio in grande stile della base industriale e del settore energetico statunitensi, che hanno a fondamento un’avanzata ricerca tecnologica e scientifica di prim’ordine. Politicamente, l’America si baserà sul “soft power”, che esige il rispetto delle forme di governo altrui, della loro religione e cultura. Particolare attenzione è riservata all’emisfero occidentale, rispetto al quale verrà applicata la “Dottrina Monroe”, rivista e corretta dalla visione di Trump, in base alla quale verrà garantita la libertà di navigazione nell’Indo Pacifico (pronti a fare la faccia feroce con la Cina, dunque). Ovviamente, uno dei principali obiettivi di politica estera è rappresentato dal sostegno agli alleati europei per la tutela della sicurezza e della libertà in Europa. Idem per il Medio Oriente, che va tutelato dalle mire di potenze esterne per il controllo delle sue risorse energetiche, ma senza mai più ricadere (da parte americana) nelle guerre che non finiscono mai, come è accaduto in passato (vedi Iraq e Afghanistan: per questo lo strike sull’Iran nucleare è durato solo lo spazio di un mattino). Particolare enfasi è posta poi sul mantenimento dell’attuale primato nell’Ia e nel quantum-computing, nonché sulla liquidazione delle politiche “Dei” (Diversity, Equity, Inclusion).

L’Nss, in pratica, è sia un documento di buoni principi (Maga) per indirizzare l’azione di governo; sia un set di istruzioni per l’uso, a beneficio di partner e competitor dell’America stessa, suggerendo loro come debbano rapportarsi ai nuovi Stati Uniti di Trump. In riferimento alla politica estera, la dichiarazione di intenti (firmato “Trump”) ne esalta gli aspetti prammatici, realistici, determinati ma non radicali, contenuti nei modi ma mai arrendevoli; il tutto sempre e solo assecondando gli interessi di America first. E, noi Europa, a che pagina siamo? Sarà meglio rimandare l’esame a una seconda puntata, dato che qui le cose si fanno complicate. Tipo: l’assoluta faciloneria e il velleitarismo dei “quasi tutti”, che vedono il decoupling Usa-Europa come qualcosa di catastrofico e irreversibile, dopo appena undici mesi di Presidenza Trump. A tutti costoro va posta la seguente domanda: ma, se nel 2028 vincesse le elezioni presidenziali un candidato democratico, che cosa ne sarebbe di questa drammatica “rottura” atlantica? Non si tornerebbe, verosimilmente, a Barack Obama o giù di lì? Che cosa sono 4 anni di presidenza caotica contro 80 di mutua cooperazione? Infine: con gli zar è meglio mostrarsi arrendevoli o mostrare i denti? Buona l’ultima, temo.

Aggiornato il 15 dicembre 2025 alle ore 10:04